Il cane vegliava da cinque giorni quel vecchio pick-up: quando Carlo aprì il cassone, capì finalmente perché

Nei giorni seguenti accadde una cosa che non mi aspettavo.

Il paese cominciò ad arrivare.

Non in massa.

Uno alla volta.

Lucia del bar portò dell’acqua.

Il macellaio lasciò un pezzo di carne cotta senza sale.

Teresa, una pensionata che abitava vicino alla chiesa, arrivò con una vecchia coperta del marito morto.

«Era di Franco. Gli animali gli piacevano.»

Un meccanico controllò gratuitamente il pick-up per vedere se potesse dare qualche indizio.

Un ragazzo della panetteria mise una ciotola pieghevole vicino alla strada.

Persino Sergio, quello del «chiama qualcuno», si presentò una sera.

Posò un sacco di crocchette e borbottò:

«Non dire in giro che sono venuto.»

«Hai paura che ti rovini la reputazione?»

«Esatto.»

In paese ci conoscevamo tutti.

Eppure da anni parlavamo sempre meno.

Ci vedevamo.

Ci salutavamo.

Commentavamo le vite degli altri.

Ma aiutarci davvero era diventato raro.

Forse perché eravamo stanchi.

Forse perché ognuno aveva i suoi figli lontani, i mutui, le visite mediche, le famiglie divise.

Forse perché con il tempo avevamo imparato a fare bella figura più che a fare bene.

Quell’animale cambiò qualcosa.

Per qualche giorno smettemmo di giudicare.

E cominciammo a portare ciotole.

La quarta sera mi chiamò l’ispettore Rinaldi.

«Signor Bianchi?»

«Sì.»

«Abbiamo trovato Giuseppe Moretti.»

Mi alzai dal divano così in fretta che Capitano, che ormai avevo portato temporaneamente a casa mia, sollevò la testa.

«È vivo?»

«Sì.»

Mi appoggiai al muro.

«Dov’è?»

«All’ospedale provinciale.»

Giuseppe aveva lasciato il pick-up sulla strada.

Poi aveva camminato attraverso i campi per quasi cinque chilometri.

Aveva raggiunto una piccola stazione di servizio.

Da lì aveva chiamato un taxi.

Si era presentato al pronto soccorso usando il cognome da nubile di sua madre.

Aveva detto di non avere parenti.

Nessun contatto.

Nessuno da avvisare.

Quando gli chiesero di Capitano, raccontò di non avere animali.

Voleva sparire.

Non perché non amasse nessuno.

Per il motivo opposto.

Pensava di essere un peso.

Il giorno dopo andai a trovarlo.

Non so ancora perché.

Non ero un parente.

Non ero un amico.

Ero un camionista che aveva aperto un cassone.

Ma sentivo che dovevo farlo.

Giuseppe era nella stanza 214.

Quando entrai, sembrava molto più vecchio della foto.

La pelle giallastra.

Le guance scavate.

Le mani sottili sul lenzuolo.

Guardava il soffitto.

«Giuseppe Moretti?»

Girò piano la testa.

«Mi chiamo Carlo Bianchi.»

Aspettai.

«Ho trovato il suo pick-up.»

I suoi occhi cambiarono.

«Il cane?»

Fu la prima cosa che chiese.

«Capitano sta bene.»

Giuseppe chiuse gli occhi.

«Era ancora lì?»

«Cinque giorni.»

Un muscolo gli tremò sulla guancia.

«Cinque?»

«Sotto la pioggia.»

Una lacrima scese verso l’orecchio.

Non la asciugò.

«Pensavo che se l’avessi lasciato abbastanza lontano da casa…»

La voce gli si spezzò.

«Pensavo si sarebbe stancato.»

Non dissi niente.

«Una volta la mia ex moglie lo portò da sua sorella dopo che ci separammo. Dodici chilometri. Quel disgraziato tornò a piedi.»

Fece quasi un sorriso.

«Avrei dovuto saperlo.»

Mi sedetti.

Rimanemmo in silenzio.

Era uno di quei silenzi che noi uomini della nostra età conosciamo bene.

Quelli in cui non sai cosa dire perché per cinquant’anni ti hanno insegnato a lavorare, resistere, pagare e non lamentarti.

Mio padre diceva sempre:

«I problemi di casa restano in casa.»

Giuseppe sembrava figlio della stessa scuola.

Dopo un po’ gli chiesi:

«Perché ha detto di non avere nessuno?»

Guardò la finestra.

«Perché nessuno merita di passare le ultime settimane a pulirmi, accompagnarmi, vedermi così.»

«Sua sorella la cerca da giorni.»

«Mia sorella ha settantadue anni.»

«Questo non le impedisce di volerle bene.»

Strinse la mascella.

«Lei non capisce.»

«Capisco più di quanto crede.»

Gli raccontai di mio padre.

Della finestra.

Di mia sorella che non arrivò in tempo.

Giuseppe non disse nulla.

Poi bisbigliò:

«Io volevo risparmiarglielo.»

«A volte risparmiare dolore agli altri significa solo scegliere quale dolore devono avere.»

Mi sorpresi io stesso di averlo detto.

Giuseppe mi fissò.

«Lei fa il filosofo?»

«No. Porto mangimi.»

Per la prima volta rise.

Una risata breve.

Dolorosa.

Ma vera.

Sua sorella Anna arrivò quel pomeriggio.

La sentii prima di vederla.

«Sei un cretino.»

La voce attraversò il corridoio.

Anna entrò con una borsa enorme al braccio e gli occhi gonfi.

«Un cretino egoista e testardo.»

Giuseppe guardò il lenzuolo.

«Anna…»

«No. Adesso parlo io.»

Gli prese la mano.

«Tu non puoi decidere quando io devo smettere di essere tua sorella.»

Giuseppe pianse.

Anna pianse.

Io uscii.

Nel corridoio incontrai un’infermiera di nome Marta, poco più che cinquantenne.

«Lei è quello del cane?»

«Ormai sembra che io sia diventato quello del cane.»

«Qui lo sanno tutti.»

«Naturalmente.»

Marta sorrise.

Poi guardò verso la camera.

«Quanto gli resta?»

Il sorriso scomparve.

«Poco.»

Due settimane.

Forse sei.

Nessuno poteva dirlo.

Giuseppe non sarebbe tornato a casa.

Qualche giorno dopo chiesi se potevo portare Capitano.

Marta sospirò.

«In teoria sarebbe complicato.»

«E in pratica?»

«In pratica alle sette di sabato il direttore di turno cambia reparto e io potrei diventare molto distratta.»

Arrivai sabato mattina.

Capitano scese dal mio camion e mi seguì nell’ingresso con una calma che faceva impressione.

Niente strattoni.

Niente abbaiare.

Come se sapesse.

Quando arrivammo davanti alla stanza 214, si fermò.

Annusò l’aria.

Poi cominciò a tirare.

Aprii la porta.

Giuseppe dormiva.

Capitano entrò.

Si avvicinò al letto.

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