Appoggiò le zampe anteriori sul bordo del materasso.
Giuseppe aprì gli occhi.
Per un istante nessuno si mosse.
Poi disse:
«Ciao, vecchio mio.»
Capitano premette il muso contro la sua mano.
Giuseppe gli accarezzò la fronte.
«Scusami.»
La coda del cane batté una volta contro il letto.
Una sola.
Marta si voltò verso il corridoio.
Anna si coprì la bocca con entrambe le mani.
Io abbassai gli occhi.
Capitano non sembrava arrabbiato.
Non sembrava chiedere spiegazioni.
Era semplicemente tornato dove voleva stare.
Per le due settimane successive, il paese fece una cosa ancora più strana.
Si organizzò.
Senza riunioni.
Senza associazioni.
Senza fotografie.
Lucia lasciava un panino pronto per me quando andavo in ospedale.
Il meccanico sistemò gratuitamente due guasti del pick-up di Giuseppe.
Anna trovò ogni mattina una busta con frutta fresca appesa alla porta.
Teresa preparò il brodo.
Sergio venne a dare una mano a me quando le consegne si accumularono.
«Così vai dal tuo amico.»
«Non è mio amico.»
Sergio mi guardò.
«Carlo, alla nostra età se uno ti vede piangere e non cambia bar, è già un amico.»
Non seppi ribattere.
Giuseppe morì diciannove giorni dopo.
Un martedì mattina.
Anna era accanto al letto.
Capitano era disteso sul pavimento.
Io ero nel parcheggio.
Non me la sentivo di stare dentro.
Rimasi nel camion con il motore spento e i finestrini aperti.
Guardavo le persone entrare e uscire dall’ospedale.
Alcune correvano.
Alcune ridevano al telefono.
Alcune uscivano stringendo esami dentro cartelline.
Pensai a quante vite passano a un metro da noi senza che sappiamo niente.
Poi Anna bussò al finestrino.
Aveva il viso distrutto.
«È andato.»
Scesi.
La abbracciai.
Non ero abituato ad abbracciare quasi nessuno.
Lei neppure.
Dopo qualche secondo si staccò e mi porse un foglio.
«Ha scritto questo ieri.»
Riconobbi la grafia tremolante.
«Carlo, grazie per esserti fermato quando io avevo deciso che nessuno avrebbe dovuto farlo. Se puoi, tieni Capitano. Dagli una vita in cui non debba sempre aspettare qualcuno che torna. Giuseppe.»
Rimasi a leggere l’ultima frase.
Una volta.
Due.
Tre.
La sera portai Capitano a casa.
Vivevo da solo in una piccola casa prefabbricata sul terreno di mio fratello.
Due camere.
Una cucina troppo grande per una persona.
Un televisore sempre acceso per fare rumore.
E fotografie di mio figlio Matteo attaccate al frigorifero.
Matteo aveva dodici anni.
Lo vedevo due fine settimana al mese.
Io e sua madre ci eravamo lasciati, ripresi, lasciati di nuovo e infine avevamo smesso di raccontarci che sarebbe andata diversamente.
Non eravamo persone cattive.
Solo due persone diventate brave a ferirsi.
Capitano entrò in casa.
Annusò la cucina.
La camera.
Il bagno.
Il divano.
Poi si sdraiò davanti alla porta d’ingresso.
Con il muso rivolto fuori.
La prima notte dormì lì.
La seconda pure.
La terza.
Ogni rumore di macchina lo faceva sollevare.
Ogni volta che qualcuno passava sulla strada sterrata, drizzava le orecchie.
Aspettava.
Dopo una settimana cominciai a parlargli.
Non come si parla a un cane.
Come si parla a qualcuno che non ti interrompe.
«Oggi Sergio mi ha fatto impazzire.»
Capitano mi guardava.
«Matteo viene sabato.»
Coda a terra.
«Sua madre dice che devo ricordarmi le scarpe da calcio.»
Orecchio alzato.
«Giuseppe non torna, lo sai, vero?»
A quella frase, Capitano voltava spesso la testa verso la porta.
Dopo tre settimane successe una cosa.
Mi svegliai di notte.
Sentivo respirare.
Accesi la lampada.
Capitano era ai piedi del letto.
Non davanti alla porta.
Ai piedi del mio letto.
«Finalmente.»
La sua coda si mosse sul pavimento.
Quella mattina gli preparai un pezzo di pane con un po’ di carne avanzata.
«Non dirlo al veterinario.»
Il sabato arrivò Matteo.
Appena vide Capitano si fermò sulla soglia.
«È lui?»
«Lui chi?»
«Il cane del camion.»
In paese anche i dodicenni sapevano già tutto.
«Sì.»
Matteo non gli corse incontro.
Si sedette sul tappeto.
Aspettò.
Dopo qualche minuto Capitano si avvicinò.
Annusò le scarpe.
Poi si sdraiò accanto a lui.
Matteo gli appoggiò piano una mano sulla schiena.
«Papà?»
«Dimmi.»
«Perché è rimasto lì cinque giorni?»
«Perché aspettava Giuseppe.»
«Ma Giuseppe lo aveva lasciato.»
«Sì.»
«Allora perché non se n’è andato?»
Guardai Capitano.
«Perché voleva bene a qualcuno e non sapeva come smettere.»
Matteo rimase zitto.
Dopo qualche secondo disse:
«Un po’ come te con la mamma.»
La frase mi entrò sotto le costole.
«Come, scusa?»
«La mamma dice che quando vi telefonate litigate sempre. Però poi tu chiedi come sta. E lei chiede sempre a me se mangi bene.»
«Tua madre parla troppo.»
Matteo rise.
Io no.
Quella sera, dopo che lui andò a dormire, chiamai la sua mamma.
«È successo qualcosa?»
Quella era ormai la prima frase che ci dicevamo.
«No.»
Silenzio.
«Volevo solo dirti che Matteo sta bene.»
«Lo so. Mi ha scritto.»
Altro silenzio.
«E tu?»
Non ci chiedevamo più quella domanda da anni.
«Sto bene.»
Poi aggiunse:
«Ho sentito del cane.»
«Certo che hai sentito.»
«Qui lo sanno anche le pietre.»
Sorrisi.
«Sì.»
«Hai fatto una bella cosa, Carlo.»
Quasi risposi con una battuta.
Era il mio modo di scappare.
Invece dissi:
«Avrei dovuto farne altre, di belle cose.»
Lei rimase in silenzio.
«Buonanotte, Carlo.»
«Buonanotte.»
Non tornammo insieme.
Questa non è una favola.
Non tutti gli amori devono ricominciare.
Ma cominciammo a parlarci senza farci male.
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