«Non so come hai fatto.»
Gli diede un bacio sulla testa.
«Ma grazie.»
Tito sbadigliò.
Cinque minuti dopo dormiva sul sedile posteriore.
Come se non fosse successo niente.
Io, invece, quella notte non dormii.
Continuavo a pensare a una frase.
Quattro turni extra.
Eppure non bastava.
Alle due mi alzai.
Tito era seduto davanti alla porta della camera.
«Anche tu?»
Mi guardò.
Poi camminò verso l’ingresso e si sedette.
«Adesso no.»
Rimase fermo.
Feci il caffè.
Sul tavolo della cucina c’era il foglio che Sara aveva dimenticato nella mia macchina.
La procedura di sfratto.
In basso c’era una data.
Pochi giorni.
Rimasi a fissarla.
Io appartengo a una generazione cresciuta con una frase ripetuta fino alla nausea:
Se lavori e fai sacrifici, qualcosa metti da parte.
Mio padre faceva il muratore.
Mia madre cuciva camicie per altre famiglie.
Non eravamo ricchi.
Ma con gli anni comprarono il piccolo appartamento in cui sono cresciuto.
Io lavorai trentotto anni in una ditta metalmeccanica.
Anna faceva la sarta.
Il mutuo ci spaventava, certo.
Ma alla fine l’avevamo pagato.
Avevamo cresciuto due figli.
Qualche vacanza.
Una macchina usata.
Niente lusso.
Mi ero convinto che funzionasse così per tutti.
Quella notte, guardando quel foglio, iniziai a chiedermi se stessi usando il passato per giudicare un presente che non conoscevo più.
La mattina dopo bussai alla porta di Sara.
Tito con me.
Quando aprì, aveva ancora la divisa del giorno prima.
«Signor Carlo?»
«Mi chiami Carlo.»
Le mostrai il foglio.
«Questo era rimasto in macchina.»
Lei impallidì.
«Grazie.»
Poi guardò oltre la mia spalla.
La porta dell’appartamento accanto si era aperta di pochi centimetri.
Qualcuno osservava.
Sara se ne accorse.
Abbassò subito la voce.
«Meglio entrare.»
L’appartamento era piccolo.
Ma ordinato.
Sul divano c’erano vestiti piegati.
Sul tavolo libri di scuola, quaderni e una ciotola con quattro mandarini.
Due paia di scarpe da ginnastica erano allineate all’ingresso.
Una coperta copriva una parte consumata della poltrona.
Non c’era miseria.
C’era fatica.
Sono due cose diverse, anche se da fuori molti fingono di non saperlo.
«I ragazzi dormono.»
Sara mi offrì il caffè.
Rifiutai.
Sul mobile della cucina vidi altre buste.
Bollette.
Una fattura dell’officina.
Una comunicazione medica.
Sara seguì il mio sguardo.
«Non sono una di quelle che spende e poi piange.»
Lo disse all’improvviso.
Quasi con rabbia.
«Non ho detto niente.»
«Lo so. Ma lo pensano tutti.»
Si appoggiò al lavandino.
«Al lavoro dicono: fai più ore. Le faccio.»
Indicò il tavolo.
«Quando qualcosa aumenta, taglio qualcos’altro. Non vado dal parrucchiere da quasi due anni. Le scarpe le compro quando si rompono. La carne due volte alla settimana, se va bene.»
Sorrise amaramente.
«La macchina si è rotta. Trecentosettanta euro. Mio figlio più piccolo ha avuto bisogno di visite e medicine. Poi ci sono stati i libri, il riscaldamento, la spesa.»
Si fermò.
«E a un certo punto il conto non torna più.»
Conoscevo quella frase.
Non da me.
Da mio figlio Stefano.
Due anni prima mi aveva detto quasi la stessa cosa.
Io gli avevo risposto: «Dovete imparare a organizzarvi meglio.»
In quel momento me ne vergognai.
Tito si avvicinò a Sara e le infilò il muso sotto la mano.
Lei lo accarezzò.
«Sa cosa vorrei davvero?»
«Cosa?»
«Dormire otto ore senza fare calcoli.»
Non mi chiese soldi.
Non mi chiese di salvarla.
Voleva dormire.
Quella risposta mi rimase dentro.
Il lunedì la accompagnai all’ufficio che gestiva gli appartamenti.
Non perché lei non fosse capace.
Perché mi sembrava sbagliato che dovesse affrontare tutto da sola.
Tito venne con noi.
Alla reception c’era una donna sulla sessantina con gli occhiali appesi a una catenella.
Sara mise la busta sul bancone.
«Sono qui per saldare quanto posso.»
La donna controllò il computer.
La sua espressione diventò seria.
«Manca ancora una parte delle spese arretrate.»
Sara sbiancò.
«Ma io avevo chiesto il totale.»
«Questo era il canone. Qui risultano anche altri importi.»
Vidi la mano di Sara stringersi sul bordo del bancone.
«Quanto?»
La donna glielo disse.
Non era una cifra enorme.
Ma per chi aveva contato ogni banconota era un muro.
Sara abbassò la testa.
Poi successe una cosa semplice.
La donna dietro il banco si tolse gli occhiali.
«Ascolti.»
Sara alzò lo sguardo.
«C’è la possibilità di chiedere una rateizzazione di quella parte.»
«Davvero?»
«Sì.»
«Perché nessuno me l’ha detto?»
La donna sospirò.
«Perché bisogna fare domanda. E perché spesso le informazioni passano male.»
Tirò fuori alcuni fogli.
«Compiliamo tutto oggi.»
Sara la fissò incredula.
«Non sto chiedendo favori.»
«Non gliene sto facendo.»
La donna indicò la sedia.
«Sto facendo il mio lavoro.»
Poi guardò la divisa di Sara.
«Mia sorella fa l’operatrice in una struttura per anziani. So che non è proprio una passeggiata.»





