Anna lesse.
«Davvero devo seguire il gatto?»
«Fidati.»
Uscii.
Mi sedetti in macchina.
E piansi.
Non per tristezza.
Per gratitudine.
Una gratitudine così sproporzionata da farmi vergognare.
Quando qualcuno si prende cura di una persona fragile abbastanza a lungo, quattro ore libere possono sembrare una vacanza alle Maldive.
Tornai nel tardo pomeriggio.
Anna era scalza sul divano.
Aveva gli occhi rossi.
Nonna dormiva.
Ruggine era sulle gambe di mia zia.
Questo bastò a farmi capire che era successo qualcosa.
«Mi ha chiesto sette volte dov’era la ciotola blu.»
«Sì.»
«La teneva in mano.»
«Capita.»
Anna si coprì il viso.
«A un certo punto ho detto: “Mamma, te l’ho appena spiegato”.»
Non servì che continuasse.
Conoscevo quello sguardo.
Lo sguardo di una persona che si sente colpevole perché non riesce a trovare la strada dentro la propria memoria.
«Poi ha iniziato a piangere.»
Anna guardò sua madre.
«E dopo cinque minuti mi ha chiesto se avevo fame. Come se dovesse ancora occuparsi di me.»
Quella fu la prima crepa.
Non risolse tutto.
Niente risolve tutto.
Ma Anna cominciò a venire.
Saltava qualche sabato.
Poi recuperava.
Portava il ragù.
Stirava.
Restava con nonna mentre io facevo commissioni.
Paolo continuava a mandare messaggi e proposte.
Finché arrivò una sera di gennaio.
Nonna era agitata.
Voleva tornare “a casa”.
Era seduta dentro casa sua.
«Devo andare. Mia madre mi aspetta.»
Provammo a calmarla.
Poi accusò me di averle rubato la fede.
Cercammo ovunque.
Lei piangeva.
Io sentivo salire una rabbia che mi faceva vergognare persino mentre la provavo.
Poi Ruggine entrò in lavanderia.
Infilò una zampa sotto il cesto dei panni.
Tirò fuori la fede.
Nonna lo guardò.
«Almeno uno intelligente c’è ancora in questa famiglia.»
Scoppiammo a ridere.
Ci sono sere salvate da grandi gesti.
Quella fu salvata da una zampa arancione.
Qualche settimana dopo arrivò il momento che nessuno racconta volentieri.
Un incidente in bagno.
Niente di drammatico.
Solo nonna Teresa in piedi, con i vestiti bagnati e le mani che tremavano.
«Non guardarmi.»
Fu la frase peggiore.
La donna che mi aveva lavato da bambino chiedeva ora di diventare invisibile davanti a me.
La aiutai.
Pulii.
Presi vestiti puliti.
Parlai con calma.
Ruggine rimase sulla soglia.
Non faceva nulla.
Era presente.
Quella notte mi sedetti sui gradini dietro casa.
E pensai:
Non posso farlo per sempre.
Subito dopo mi sentii un mostro.
Poi mi stancai anche di sentirmi un mostro.
Perché c’è una cosa che nessuno dice abbastanza.
Puoi amare una persona e sentirti esausto.
Puoi volerla proteggere e desiderare contemporaneamente di salire in macchina e guidare fino a un posto dove nessuno conosce il tuo nome.
Non è l’opposto dell’amore.
È stanchezza.
La mattina dopo nonna ebbe uno dei suoi momenti limpidi.
Preparò il pane tostato.
Mi guardò.
«Non fare il martire.»
Rimasi immobile.
«Cosa?»
«Le persone stanche cominciano a sentirsi sante. Poi diventano rancorose. Poi cattive.»
Indicò Ruggine.
«Solo lui può essere cattivo per amore.»
Scoppiai a ridere.
Fu quella frase a convincermi che avevo bisogno di aiuto.
Dopo settimane di telefonate e moduli riuscimmo a ottenere qualche ora di assistenza domiciliare.
Arrivò Lucia.
Una donna di sessant’anni con scarpe comode e il tono di chi aveva visto centinaia di famiglie sgretolarsi e ricomporsi attorno alla fragilità.
Parlava con nonna.
Non sopra di lei.
Non al posto suo.
Con lei.
Ruggine le annusò le scarpe.
Poi tornò a dormire.
Per noi equivaleva a una lettera di raccomandazione.
Con Lucia due volte a settimana e Anna più presente, ricominciai a respirare.
Trovai un lavoro da casa.
Pagava poco.
Mi permetteva di restare vicino.
Valeva più di qualsiasi carriera brillante.
Poi, un pomeriggio, Paolo arrivò.
Non aveva una cartellina.
Aveva una cassetta degli attrezzi.
«Pensavo di montare i maniglioni in bagno.»
Lo guardai.
«Tu?»
«Non fare il simpatico.»
Entrò.
Montò i maniglioni.
Una luce notturna.
Una nuova chiusura alla porta.
Lavorammo quasi senza parlare.
A un certo punto disse:
«Non avevo capito.»
Non risposi.
«Pensavo che usando parole razionali avrei trasformato tutto in un problema con una soluzione.»
«Auguri.»
Rise.
Poi tornò la settimana successiva.
E quella dopo.
A volte crescere non significa capire tutto.
Significa tornare.
La primavera arrivò piano.
In giardino spuntarono dei narcisi storti.
Nonna li guardò dalla finestra.
Si commosse.
«Chi li ha piantati?»
Li aveva piantati lei anni prima.
Non glielo dissi.
«Qualcuno che ti voleva bene.»
Era comunque vero.
La memoria continuava a sfilacciarsi.
Un giorno ero Marco.
Il giorno dopo ero mio padre.
Un altro giorno mi studiò a lungo e disse:
«Tu sei quello che rimane.»
Mi bastò.
Ruggine invecchiava insieme a lei.
Faceva più fatica a saltare sul divano.
Dormiva più profondamente.
Ma continuava il suo turno.
Se nonna sospirava, lui alzava la testa.
Se Lucia tardava, pattugliava il corridoio.
Se alzavo la voce al telefono, si piazzava tra me e la poltrona di nonna.
Poi arrivò un’altra domenica.
Quella che nessuno di noi ha più dimenticato.
Avevo preparato lasagne.
Anna aveva portato le polpette.
Paolo il vino.
Mia cugina Sofia apparecchiava.
Per qualche ora sembrò uno di quei pranzi di una volta.
Quelli con troppi piatti, troppe sedie e tutti che parlano sopra tutti.
Nonna ebbe una delle sue giornate buone.
Guardò Anna.
«Ti metti ancora troppo profumo.»
Poi Paolo.
«E tu a cinquant’anni suonati stai ancora seduto come quando nascondevi i brutti voti.»
Sofia rise.
«Nonna, oggi sei in forma.»
Teresa la guardò.
«Io sono sempre in forma. È il resto del mondo che peggiora.»
Ridiamo tutti.
Anche Paolo.
Poi, senza cambiare tono, nonna posò la forchetta.
«Non cominciate a dividermi prima che io sia morta.»
Il tavolo diventò improvvisamente silenzioso.
Anna abbassò gli occhi.
Paolo smise di masticare.
Ruggine era sotto la sedia di nonna.
Teresa prese il tovagliolo.
«Lo so che dimentico.»
Nessuno parlò.
«Lo so che qualche volta faccio paura. Anche a me.»
Guardò i figli.
«E so che forse un giorno questa casa non sarà più il posto giusto per me.»
Anna cominciò a piangere.
Nonna non si fermò.
«Ma se arriverà quel giorno, non raccontatemi che vado in vacanza. Non inventate storie. Non parlate davanti a me come se non ci fossi.»
Paolo guardava il piatto.
«Sono ancora vostra madre.»
Poi arrivò la frase.
Quella che fece più rumore di qualsiasi urlo.
«Non confondete la mia confusione con il vostro permesso.»
Nessuno rispose.
Non ce n’era bisogno.
Dopo quel pranzo qualcosa cambiò definitivamente.
Continuammo a parlare del futuro.
Dovevamo farlo.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





