Il gatto lo svegliava ogni notte alle 4:13, finché una mattina Gianni capì il vero motivo

Le restava vicino.

La seguiva fino al bagno.

Aspettava fuori.

Controllava le pillole sul tavolo.

Dormiva sul bracciolo della poltrona con un occhio aperto.

Io, invece, lavoravo sempre di più.

Il responsabile del magazzino era cambiato.

Il nuovo aveva trentatré anni, scarpe pulite e un’incredibile capacità di trasformare gli straordinari degli altri in discorsi sulla motivazione.

Parlava di efficienza.

Disponibilità.

Spirito di squadra.

Ogni frase significava la stessa cosa.

Fate di più.

Chiedete di meno.

Una settimana lavoravo cinquanta ore.

Quella dopo mi tagliavano i turni.

Abbastanza instabilità da impedirti di vivere, non abbastanza da farti mollare.

Una domenica Ada mi guardò sopra la tazza.

«Stai più dritto.»

«Non è vero.»

«Sì.»

Indicai Biscotto.

«È colpa sua.»

Ada annuì.

«Lo so. Evidentemente pensa che tu valga la fatica.»

Abbassai gli occhi.

Era una frase piccola.

Mi fece male.

Al lavoro mi dicevano che ero affidabile.

Che ero utile.

Ma essere utile non significa essere voluto.

Questa differenza si impara tardi.

Un lunedì comparve un avviso nell’androne.

Nuova gestione del condominio.

Lavori di adeguamento.

Nuovi regolamenti.

Controlli.

Gli avvisi si moltiplicarono sui muri.

Accanto alle cassette della posta.

Vicino all’ascensore.

L’ascensore continuava comunque a rompersi.

Le infiltrazioni in cantina restavano.

Ma adesso avevamo moduli nuovi.

Un amministratore giovane cominciò a fare sopralluoghi con un tablet.

Si chiamava Tommaso.

Ventotto anni, forse.

Camicie perfette.

Sorriso educato.

Parlava di “unità abitative” invece che di case.

E chiamava tutti “gentili residenti”.

Non mi piaceva.

Non perché fosse cattivo.

Perché sembrava non vedere nessuno.

Due settimane dopo Ada bussò.

Una volta.

Poi una seconda.

Mi porse una lettera.

Nuovo regolamento sugli animali.

Registrazione obbligatoria.

Quota aggiuntiva.

Documentazione.

Controllo.

Contributo per pulizie straordinarie.

Lessi la cifra.

«Ogni mese?»

Ada annuì.

Non era una somma enorme per chi cenava al ristorante due volte a settimana.

Per Ada significava scegliere tra medicine, spesa e gatto.

«È assurdo.»

«L’assurdo ormai arriva spesso con la carta intestata.»

Biscotto era sul tappeto.

Si leccava una zampa.

Ma teneva le orecchie rivolte verso di noi.

«Te la pago io.»

Ada mi fermò immediatamente.

«No.»

«Non stiamo parlando di una fortuna.»

«Gianni, no.»

«Biscotto è famiglia.»

Quella parola mi uscì senza permesso.

Ada abbassò lo sguardo.

«Appunto.»

Capivo.

L’orgoglio dei vecchi non è testardaggine.

Non sempre.

Spesso è paura.

Paura che ogni favore ricevuto diventi una prova della propria inutilità.

La domenica successiva Ada fece i conti davanti a me.

Farmaci.

Spesa.

Condominio.

Luce.

Quota per Biscotto.

Poi disse una frase che mi gelò.

«Potrei darlo via.»

«No.»

«È anziano. Magari si abitua.»

«Ada, quel gatto non si abitua nemmeno se sposti la ciotola.»

Sorrise.

Solo per un secondo.

Poi vidi quello che c’era sotto.

Non aveva paura soltanto di perdere Biscotto.

Aveva paura che il mondo stesse cominciando a decidere cosa fosse meglio per lei.

«Resta qui», dissi.

Ada mi fissò.

«Biscotto resta.»

Tre giorni dopo arrivò sua figlia.

Paola.

Quarantasette anni.

Cappotto buono.

Occhi stanchi.

Una donna che sembrava aver passato vent’anni a tenere insieme famiglia, lavoro, figli e sensi di colpa usando soltanto agenda e nervi.

Mi fermò nel corridoio.

«Lei è Gianni?»

«Sì.»

«Mamma parla spesso di lei.»

Non sapevo se fosse un complimento.

«Spero bene.»

«Dice che Biscotto la rispetta.»

«Allora sono praticamente un parente.»

Paola rise.

Poi divenne seria.

Parlammo nella cucina di Ada.

«Sto cercando di convincerla a trasferirsi.»

«Dove?»

«In una struttura più piccola. Più controllata.»

«Vive già in cinquanta metri quadrati.»

Paola sospirò.

«Ha capito cosa intendo.»

Sì.

Avevo capito.

«Il cuore non va bene. È caduta in bagno il mese scorso. Me l’ha detto dopo due giorni. Salta i pasti. Dice sempre che va tutto bene.»

«Se la cava.»

«Per adesso.»

Per adesso.

Due parole che possono svuotare una casa.

«E Biscotto?»

Paola abbassò gli occhi.

«Non tutte le strutture accettano animali.»

«Quindi sarebbe lui il problema?»

«No. Ma complica tutto.»

«Quel gatto è uno dei motivi per cui sua madre si alza dal letto.»

Paola mi guardò.

Non era arrabbiata.

Era stanca.

«Gianni, con tutto il rispetto, lei è il vicino. Non è un piano di assistenza.»

Mi colpì più di quanto volessi ammettere.

Perché aveva ragione.

Almeno in parte.

Io non ero famiglia.

Non ero medico.

Non ero figlio.

Non avevo passato anni a preoccuparmi da un’altra città mentre Ada rispondeva sempre “sto bene”.

L’amore diventa brutto quando incontra la logistica.

Ognuno pensa di sapere cosa sia meglio.

Spesso nessuno lo sa davvero.

Quella sera Biscotto bussò alla mia porta.

O meglio, graffiò.

Quando aprii, entrò.

Ada era dietro di lui con la sua coperta.

«Piangeva davanti alla porta.»

«Lui?»

«Forse voleva vedere come stavi.»

«Sto bene.»

Biscotto mi guardò.

Ada guardò Biscotto.

«Evidentemente non è d’accordo.»

Il gatto salì sul divano.

Aspettò.

Mi sedetti.

Si appoggiò alla mia coscia.

Restammo così.

La settimana seguente fu peggiore.

Al lavoro persi due turni.

Poi me ne diedero tre all’ultimo momento.

Ada litigò al telefono con Paola.

Il regolamento sugli animali restava lì, sotto la zuccheriera.

Una domenica Ada disse:

«Sono stanca che tutti parlino di me come se non fossi nella stanza.»

Non seppi cosa rispondere.

Perché aveva ragione anche lei.

Quella notte dormii male.

Alle 4:13 sentii un colpo alla porta.

Non una zampata.

Un tonfo.

Poi graffi.

Poi un verso che non avevo mai sentito.

Aprii.

Biscotto entrò di corsa.

Poi tornò nel corridoio.

Miagolò.

Corse verso casa di Ada.

Si voltò.

Miagolò di nuovo.

La porta di Ada era socchiusa.

«Ada?»

Nessuna risposta.

Biscotto sparì in cucina.

La trovai a terra.

Una pantofola lontana.

Gli occhiali storti.

Una mano sotto il fianco.

Il viso aveva quel colore che ti fa dimenticare immediatamente tutti i problemi inutili.

«Ada.»

Era cosciente.

Appena.

Provava a parlare.

Chiamai i soccorsi.

Le misi un asciugamano piegato sotto la testa.

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