Biscotto girava intorno a noi.
Piangeva.
Non posso chiamarlo in altro modo.
I soccorritori arrivarono presto.
Domande rapide.
Respira?
Sì.
Ha battuto la testa?
Non credo.
Vive sola?
Esitai.
«Sì.»
Guardai Biscotto.
«Ma non proprio.»
Quando portarono Ada fuori, le porte del pianerottolo cominciarono ad aprirsi.
La signora Mirella del terzo piano scese in vestaglia.
Ahmed, che lavorava di notte come autista, venne su senza nemmeno allacciarsi le scarpe.
Perfino il signor Bruni, che passava le giornate a lamentarsi dei rumori, rimase fermo sulla porta senza sapere cosa dire.
Biscotto cercò di seguire la barella.
Lo presi.
Si agitò.
Poi improvvisamente si fermò contro il mio petto.
Tremava.
Paola arrivò in ospedale poco dopo.
Capelli legati male.
Cappotto sopra il pigiama.
Nessuna traccia della donna controllata del giorno prima.
Solo una figlia spaventata.
Non era stato un infarto grave.
Uno scompenso.
Disidratazione.
Farmaci da correggere.
Stress.
«È stabile», disse il medico.
Paola si sedette.
Si coprì il viso.
Poi mi guardò.
«Mio padre è morto in casa da solo.»
Rimasi zitto.
«Quattro ore prima che qualcuno lo trovasse. Mia madre continua a dirmi che sta bene. Sempre. Sto bene, sto bene, sto bene.»
Le tremava la voce.
«Quando provo ad aiutarla, pensa che voglia liberarmi di lei.»
«Ha paura.»
«Anch’io.»
Eccola.
La parte che nessuno vede quando litiga una famiglia.
Non c’erano cattivi.
Solo persone terrorizzate da cose diverse.
Ada aveva paura di essere cancellata.
Paola aveva paura di arrivare troppo tardi.
Io avevo paura di tornare alla mia vita vuota.
Una persona dell’ospedale ci spiegò cosa sarebbe servito.
Controlli.
Pasti regolari.
Qualcuno che passasse.
Telefonate.
Piccole cose.
Niente miracoli.
Solo presenza.
Paola sembrava sopraffatta.
«Posso aiutare», dissi.
Mi guardò.
Quella volta non mi disse che ero soltanto il vicino.
Annuì.
Ada tornò a casa tre giorni dopo con un deambulatore che odiava.
Biscotto le fece una festa degna di un reduce di guerra.
Annusò la coperta.
Controllò il deambulatore.
Poi si piazzò accanto alla poltrona.
Il giorno dopo Tommaso, l’amministratore, attaccò un altro foglio alla porta.
“Segnalazione animale fuori dall’abitazione.”
“Regolarizzazione quota.”
Lessi due volte.
Quel gatto era uscito perché Ada stava male.
Era corso a cercare aiuto.
E loro lo chiamavano “animale fuori controllo”.
Tommaso arrivò proprio mentre tenevo il foglio.
«Buongiorno. Tutto bene?»
Sollevai la lettera.
«Siete veloci con le carte.»
«È una procedura.»
«Una procedura per multare una donna di settantasei anni perché il gatto ha cercato aiuto mentre lei era a terra?»
«Capisco che ci siano emozioni…»
Risi.
Una risata secca.
«Emozioni?»
«Dobbiamo applicare le regole a tutti.»
«Certo. Le regole.»
Lui si irrigidì.
«Non le faccio io.»
Lo guardai.
Per anni avevo ingoiato tutto.
Turni assurdi.
Aumenti.
Silenzio.
«È una frase molto comoda.»
Presi il foglio.
Scendemmo nell’androne.
Non feci scenate.
Non gridai.
Lessi semplicemente il contenuto ad alta voce.
La signora Mirella uscì per prima.
Poi Ahmed.
Poi una coppia del secondo piano.
Poi il signor Bruni.
Quando arrivai alla voce “animale fuori dall’abitazione”, Mirella sbottò.
«Quel gatto le ha salvato la vita!»
Ahmed scosse la testa.
«Strano. Quando l’ascensore resta fermo per una settimana nessuno manda lettere così veloci.»
Qualcuno rise.
Poi il corridoio si riempì.
Il pomeriggio stesso qualcuno lasciò una pentola di passato di verdure davanti alla porta di Ada.
Un ragazzo del primo piano si offrì di portare giù la spazzatura.
Mirella accompagnò Ada a comprare il pane.
Ahmed disse che, quando non lavorava, poteva portarla alle visite.
Paola arrivò con due borse della spesa e trovò tre vicini già dentro casa.
Si fermò sulla soglia.
«Che succede?»
Ada alzò un sopracciglio.
«Pare che io abbia un comitato.»
Quella domenica ci ritrovammo in sei attorno al tavolo.
Non era un pranzo elegante.
Pasta al forno portata da Mirella.
Polpette di Ada, cucinate seduta.
Pane comprato da me.
Una crostata un po’ bruciata del ragazzo del primo piano.
Biscotto sotto il tavolo, convinto che tutto fosse stato organizzato in suo onore.
Per la prima volta da anni mangiai a una tavola piena.
Le persone parlavano una sopra l’altra.
Discutevano.
Ridevano.
Il signor Bruni sosteneva che il gatto fosse troppo grasso.
Ada gli rispose che anche lui non era esattamente un figurino.
Mirella quasi si strozzò dal ridere.
Era quello il cuore del quartiere che credevo non esistesse più.
Non quello romantico delle fotografie vecchie.
Quello vero.
Scomodo.
Rumoroso.
Pieno di persone che fino al giorno prima si salutavano appena.
Non diventammo santi.
Qualcuno pensava ancora che Ada dovesse trasferirsi.
Qualcuno diceva che Paola aveva ragione.
Altri pensavano che una persona dovesse poter restare in casa propria finché possibile.
Il problema del gatto non sparì magicamente.
La quota rimase.
Paola ne pagò una parte.
Io un’altra.
Ada protestò per giorni.
Poi accettò.
Tommaso tolse la segnalazione dalla porta.
Non sapemmo mai se fosse stata una sua decisione o di qualcuno sopra di lui.
Ma smise di parlare di Biscotto come di un problema amministrativo.
E questa, per noi, era già una vittoria abbastanza concreta.
Paola cominciò a telefonare ogni sera alle sette.
Io bussavo ogni volta che rientravo dal turno.
Mirella portava il pane.
Ahmed accompagnava Ada alle visite quando poteva.
Il ragazzo del primo piano guadagnava cinque euro per scendere i sacchi dell’immondizia e spesso si dimenticava di farsi pagare.
Un mese dopo, Ada mi consegnò una busta.
Dentro c’era una chiave.
La chiave di casa sua.
E un foglietto.
La stessa grafia del primo giorno.
“Se devo tornare in ospedale, Biscotto resta con te.
Quando qualcuno scompare si agita.
Siediti con lui dopo cena.
Aiuta.”
Lessi due volte.
Quando alzai gli occhi, Ada stava fingendo di sistemare alcune riviste.
«Non fare quella faccia.»
«Quale faccia?»
«Quella.»
«Non sto facendo nessuna faccia.»
Mi guardò.
«Gianni.»
«Va bene. Sto facendo una faccia.»
Si sedette.
Biscotto saltò tra noi.
«Sai cosa pensano certe persone?» disse Ada.
«No.»
«Che una donna anziana con un gatto sia triste. Che un uomo solo della tua età abbia sbagliato qualcosa. Che i vicini siano solo gente che abita dietro porte diverse.»
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