Tre mesi dopo aver sepolto mia moglie, un vecchio gatto mi scelse; poi mia figlia entrò in casa con gli scatoloni e decise che dovevo cambiare vita
«Papà, questa casa ti sta facendo male.»
Elena lo disse con due scatoloni già appoggiati nel corridoio.
Io non guardai lei.
Guardai il gancio vuoto dietro la porta della cucina.
Il golfino azzurro di Lucia non c’era più.
Era rimasto lì per tre mesi, con una manica un po’ più lunga dell’altra, come se mia moglie dovesse rientrare da un momento all’altro dal mercato, lamentandosi del prezzo dei carciofi.
«Dov’è?» chiesi.
Elena abbassò gli occhi.
«L’ho messo via.»
Fu in quel momento che capii che il dolore può cambiare faccia in un secondo.
Prima ti svuota.
Poi ti fa arrabbiare.
Ma per raccontare come siamo arrivati a quei due scatoloni bisogna tornare indietro di qualche mese, quando ancora preparavo due tazzine di caffè ogni mattina.
Una per me.
Una per Lucia.
Non lo avevo mai detto a Elena.
Quando telefonava, rispondevo sempre nello stesso modo.
«Sto bene.»
Lo dicevo così spesso che, a forza di ripeterlo, a volte riuscivo perfino a crederci.
Io e Lucia eravamo sposati da quarantanove anni.
Quarantanove.
A quell’età non sai più dove finisci tu e dove comincia l’altra persona.
Non esiste più la mia sedia o la sua sedia.
Esiste quella dove lei si sedeva vicino alla finestra.
Non esiste il mio lato del letto.
Esiste il lato dove per quasi mezzo secolo hai sentito respirare qualcuno nel buio.
C’erano il nostro tavolo della domenica, la tovaglia buona che Lucia tirava fuori anche quando eravamo solo noi due, i pomodori nell’orto, il modo in cui piegava gli asciugamani e la sua abitudine di lasciare sempre un cucchiaino nel lavello.
Poi, una mattina d’inverno, tutto diventò mio.
Solo mio.
Non fu il funerale la parte peggiore.
Non furono i parenti arrivati con teglie di lasagne che nessuno aveva fame di mangiare.
Non furono le frasi dette sottovoce davanti alla chiesa.
«Fatti forza.»
«Il tempo aiuta.»
«Devi andare avanti.»
La parte peggiore arrivò dopo.
Quando tutti tornarono alle loro case.
La mia diventò così silenziosa che dalla camera sentivo partire il frigorifero in cucina.
Di notte il pavimento scricchiolava e, per un istante assurdo, pensavo che fosse Lucia che attraversava il corridoio con le pantofole.
Lasciavo la televisione accesa senza guardarla.
Mangiavo minestrone riscaldato in piedi davanti al lavello.
Il golfino azzurro di Lucia rimaneva appeso dietro la porta.
Toglierlo significava ammettere qualcosa che io non ero ancora disposto ad ammettere.
Elena telefonava quasi ogni giorno.
«Papà, hai mangiato?»
«Certo.»
«Cosa?»
«Cose.»
«Papà.»
«Sto bene.»
Lei aveva cinquant’anni, due figli ormai grandi abbastanza da avere sempre fretta e un marito paziente che, durante i pranzi della domenica, capiva quando era meglio non entrare nelle discussioni tra me ed Elena.
Mi proponeva continuamente di andare a stare da loro.
Io rifiutavo.
Non volevo diventare l’ospite permanente della vita di mia figlia.
Non volevo gente che mi chiedesse ogni tre ore se avevo bisogno di qualcosa.
E soprattutto non volevo vedere negli occhi degli altri quella pietà educata che si riserva agli uomini rimasti soli.
Volevo soltanto che la casa smettesse di sembrare una chiesa cinque minuti dopo la fine di un funerale.
Una domenica pomeriggio presi la macchina senza sapere dove andare.
Attraversai il paese, passai davanti al bar dove avevo giocato a carte per anni, davanti al forno e alla ferramenta.
Alla fine mi ritrovai davanti a un piccolo rifugio per animali alla periferia.
Mi dissi che sarei entrato solo per guardare.
Non volevo un animale.
Non avevo bisogno di responsabilità.
Questa era la versione che raccontavo a me stesso.
La verità era un’altra.
Avevo bisogno di entrare in un posto dove qualcuno avesse ancora bisogno di qualcuno.
Nella zona dei cani era un concerto di abbai.
La parte dei gatti era più tranquilla.
Molti erano giovani, belli, curiosi.
Quelli che le famiglie notano subito.
Poi lo vidi.
Era nell’ultima gabbia.
Un gatto grigio enorme e vecchio.
Il pelo più rado sulle zampe, un orecchio con un piccolo taglio, gli occhi gialli stanchi e quell’espressione tipica di certi anziani del paese che sembrano aver già visto abbastanza sciocchezze per non stupirsi più di nulla.
Sul cartellino c’era scritto:
Gatto anziano.
Proprietario deceduto.
Quelle due parole mi fecero male in un punto preciso.
Proprietario deceduto.
Così freddo.
Due parole per dire che il mondo di qualcuno era sparito.
Mi abbassai davanti alla gabbia.
«Eh, vecchio mio,» gli dissi, «su questo argomento potremmo parlarne per ore.»
Mi guardò.
Una volontaria aprì lo sportello.
Allungai una mano aspettandomi che si ritirasse.
Invece lui si alzò piano, venne verso di me e appoggiò tutto il peso del corpo sul mio avambraccio.
Nessun miracolo.
Nessuna scena da film.
Solo un vecchio gatto stanco che si comportava come se avesse già deciso.
Si chiamava Arturo.
Quasi non lo portai via.
Quando perdi qualcuno che hai amato per una vita intera, una parte di te diventa superstiziosa.
Cominci a pensare che amare significhi semplicemente scegliere il prossimo dolore.
Ma Arturo premette la testa contro la mia mano.
E io cedetti.
Elena rise quando glielo raccontai.
Poi tacque.
«Papà.»
«Che c’è?»
«È la prima cosa che fai da mesi che mi sembra davvero tua.»
Arturo passò la prima settimana sotto il letto della stanza degli ospiti.
La seconda cominciò a presentarsi in cucina quando sentiva aprire una scatoletta.
Alla terza aveva conquistato la poltrona di Lucia.
Io provai a protestare.
Lui mi guardò come se la casa fosse stata intestata a lui dal notaio.
Fine della discussione.
Si muoveva lentamente.
Dormiva moltissimo.
Faceva una specie di borbottio invece delle fusa.
Ma mi seguiva da una stanza all’altra.
La mattina dovevo alzarmi perché Arturo pretendeva la colazione.
Aprivo le persiane perché amava il rettangolo di sole sul pavimento.
Ricominciavo a fare il caffè.
Una tazzina sola.
La prima volta mi sembrò un tradimento.
Poi capii che era soltanto la verità.
Una notte trovai una vecchia ricetta scritta da Lucia.
Sugo di pomodoro.
Tre righe in croce.
Ma riconobbi la sua grafia e mi si ruppe qualcosa dentro.
Piansi come non avevo pianto nemmeno al funerale.
Arturo saltò sul divano, fece un giro su se stesso e si appoggiò contro la mia coscia.
Non sistemò niente.
Non mi fece sentire meno la mancanza di Lucia.
Ma per la prima volta non ero solo dentro quella mancanza.
Elena se ne accorse.
Cominciò a venire più spesso.
Portava la spesa.
Controllava il frigorifero con la discrezione di un ispettore.
Una volta entrò e si fermò in cucina.
«Hai passato l’aspirapolvere.»
«Ne possiedo uno da quarant’anni.»
«Hai anche lavato i piatti.»
«È una casa, Elena, non un sito archeologico.»
Sorrise.
«Fai di nuovo battute.»
Arturo dormiva nella poltrona di Lucia con una zampa penzoloni.
Elena lo guardò.
«Mamma lo avrebbe adorato.»
Sorrisi.
Lucia avrebbe detto che perdeva troppo pelo.
Che era scorbutico.
Che non voleva animali sulla poltrona.
Dopo tre giorni gli avrebbe passato pezzetti di pollo sotto il tavolo.
«Sì,» dissi. «Sicuramente.»
Quel giorno Elena pronunciò per la prima volta la frase che avrei sentito molte volte nei mesi successivi.
«Questa casa è grande per una persona sola.»
Feci finta di non aver sentito.
Qualche settimana dopo mi trovò su una scala mentre pulivo le grondaie.
«Papà!»
La voce risuonò dal cancello come quella di Lucia.
Mi affacciai.
Elena aveva le mani sui fianchi.
«Scendi immediatamente.»
«Sto pulendo.»
«Vedo.»
«Allora perché chiedi?»
«Perché se cadi ti rompi qualcosa.»
«Ma non sono caduto.»
Rise.
Non perché fosse divertente.
Perché aveva paura.
«Quella frase dovrebbe essere vietata agli uomini sopra i settanta.»
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