“Non so ancora quanto spenderò.”
Paolo scrollò le spalle.
“Non puoi trasformare tutto in una missione. A volte un gatto è soltanto un gatto.”
Lo guardai.
E dissi una cosa che rimpiansi subito.
“Strano. Il nonno non parlava mai di te come se fossi soltanto un nipote.”
Silenzio.
Quello brutto.
Quello delle famiglie in cui improvvisamente tutti trovano interessantissime le briciole sulla tovaglia.
Mia zia chiuse gli occhi.
“Vai a fare due passi.”
Non uscii.
Andai nella camera di nonno Arturo e chiusi la porta.
La stanza era già mezza svuotata.
Senza i suoi vestiti, senza le pantofole accanto al letto, sembrava la ricostruzione di una stanza.
Non la sua.
Aprii un cassetto per avere qualcosa da fare con le mani.
Calzini.
Fazzoletti.
Una scatolina con vecchie monete.
Scontrini piegati.
Sul fondo trovai un quaderno a spirale.
In copertina c’era il logo scolorito di una vecchia ferramenta ormai chiusa da anni.
Dentro, nonno Arturo aveva scritto tutto.
“Comprare olio.”
“Chiamare idraulico.”
“Pagare luce.”
“Pomodori per domenica.”
“Telefono Claudia.”
Poi cominciarono le note su Mina.
“Mina controllo.”
“Mina medicina.”
“Mina sabbia.”
“Mina cibo umido.”
Accanto a una spesa veterinaria aveva scritto:
“Niente barbiere questo mese. Serve più a lei.”
Mi uscì una risata.
Poi dovetti coprirmi il viso.
Naturalmente.
Nonno Arturo portava la stessa giacca per vent’anni, rammendava i calzini, lavava i sacchetti di plastica per riutilizzarli.
Ma per Mina saltava il barbiere.
Continuai a sfogliare.
“Scaldare cibo se non mangia.”
“Temporale: lasciarle porta camera aperta.”
“Attenzione quando apro balcone.”
Sull’ultima pagina c’era una sola frase.
Scritta più piccola.
Vecchio non vuol dire finito.
Rimasi immobile.
Non sapevo se l’avesse scritta pensando a Mina.
A se stesso.
A nonna Teresa durante la malattia.
Forse a tutti e tre.
Tornai a casa con quel quaderno nello zaino.
Mina era sul cardigan.
Quando aprii la porta alzò la testa.
Poco.
Ma la alzò.
Fu la prima volta che lo fece senza sentire il rumore di una scatoletta.
“Eccoti.”
Mi accovacciai davanti a lei.
“Ha scritto di te nel quaderno della spesa.”
Mina sbatté lentamente gli occhi.
“Capisco che per te non sia emozionante.”
Posai sul tavolino il preventivo del veterinario.
Poi il quaderno.
Da una parte c’erano numeri che mi facevano paura.
Dall’altra la grafia di mio nonno.
Telefonai alla clinica.
Dissi sì alle analisi.
Sì ai farmaci.
Sì alla dieta.
Sì al controllo successivo.
Quel mese mangiai molte minestre, pasta in bianco e frittate.
Non era eroismo.
Era semplicemente una scelta.
Le settimane seguenti furono tutt’altro che poetiche.
Mina odiava le medicine.
Odiava il nuovo cibo.
Odiava il modo in cui tentavo di nascondere una pastiglia schiacciata in mezzo a qualcosa che le piaceva.
Per almeno dieci minuti ogni sera mi guardava come se avessi tradito la patria.
Poi mi perdonava abbastanza da sedersi a mezzo metro dai miei piedi.
Imparai i suoi rumori.
Il miagolio dell’acqua.
Quello della fame.
Quello offeso quando la spostavo dal cuscino.
Quello sottile che faceva quando si svegliava e non capiva subito dove fosse.
Alle otto scaldavo il cibo.
Alle nove controllavo la lettiera.
Alle dieci piegavo il cardigan lasciando sopra la manica che lei preferiva.
Niente di tutto questo sembrava importante.
Eppure lo era.
Alla morte arrivano tutti per qualche giorno.
L’amore si vede dopo, quando restano da lavare le ciotole.
Un mese dopo il funerale mia zia mi chiese di tornare al paese per finire di sistemare il solaio.
Portai Mina.
Ormai si agitava se restava sola troppo a lungo.
Aprii il trasportino nella camera di nonno.
Lei uscì lentamente.
Annusò il letto.
Il comò.
L’angolo dove stavano le pantofole.
Poi andò nel corridoio.
Fece tutto il giro della casa.
Si fermò davanti alla poltrona di nonno e annusò a lungo il bracciolo consumato.
Dovetti voltarmi.
Poi andò verso un piccolo ripostiglio vicino all’ingresso.
Si sedette.
Miagolò.
Una volta.
Poi graffiò il battiscopa.
“Mina, che fai?”
Graffiò ancora.
Dietro un portaombrelli c’era un pannello stretto che non avevo mai notato.
Lo tirai.
Si mosse.
Dietro c’era una piccola nicchia.
Una torcia.
Una vecchia scatola di metallo.
Tre buste.
Su una era scritto “Casa”.
Su un’altra “Assicurazione”.
Sulla terza:
Per chi si prenderà Mina.
Mi mancò il fiato.
Mia zia arrivò alle mie spalle.
“Che hai trovato?”
Le mostrai la busta.
Lei rimase ferma.
“Beh…”
Soltanto quello.
Beh.
Come se un morto ci avesse appena bussato sulla spalla.
Mi sedetti sul pavimento della camera.
Mina rimase poco distante.
Aprii la busta.
Dentro c’era un foglio a righe.
La grafia era più tremante rispetto al quaderno.
Mio nonno doveva averlo scritto negli ultimi mesi.
Diceva:
“Se stai leggendo, allora la caposquadra mi è sopravvissuta. Lo sospettavo.
Non le piace il cibo freddo. Scaldaglielo poco.
Quando c’è temporale si nasconde e fa finta di non volere compagnia. Non crederle.
Se mi cerca, dalle il cardigan marrone. L’ho portato abbastanza da averci lasciato dentro mezzo Arturo.”
Mi fermai.
Mina mi guardava.
Ripresi.
“Lo so che è vecchia.
Lo ero anch’io.
Vecchio non vuol dire finito.
Se vuole ancora il sole sul muso, un posto caldo e qualcuno che risponda quando chiama, allora è ancora vita.
Magari lenta.
Magari scomoda.
Ma vita.
Non lasciare che gli altri ti facciano vergognare della tenerezza.
Il mondo ha già abbastanza fretta.”
In fondo c’erano quattro parole.
Ama quello che resta.
Mi piegai.
La fronte toccò il bordo del letto.
Piansi senza riuscire a fermarmi.
Mia zia entrò e si sedette dall’altra parte della stanza.
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