Il Nonno in Smoking: Capodanno al Buio, ma con la Dignità Accesa

In tasca ho esattamente 3 euro e 50, ma stasera indosso lo smoking e aspetto un’invitata che non busserà mai alla porta.

Sono le 22:00. Roma è una polveriera. Dalla mia finestra al quarto piano a San Lorenzo, sento già l’aria vibrare. Non sono solo i botti, è l’energia nervosa di chi vuole prendere a calci l’anno vecchio per vedere se quello nuovo porta un po’ di fortuna.

Mi chiamo Giovanni. 68 anni suonati. Sono uno di quei pensionati che vedi al parco a dar da mangiare ai piccioni, invisibile, con il cappotto che ha visto troppi inverni.

Ma stasera, no. Stasera non sono un fantasma. Sono davanti allo specchio dell’ingresso. La cornice è sbeccata, ma io mi sono fatto la barba col rasoio a mano libera, come una volta. Indosso il mio smoking del 1980. Mi tira sulla pancia, e forse profuma un po’ troppo di armadio chiuso, ma quando mi aggiusto il papillon, mi sento un signore. Mio padre me lo diceva sempre: «Giovà, ricordati: poveri sì, sciatti mai. La dignità non costa niente.»

Eppure, stamattina, la dignità mi è costata cara. Ero al discount sotto casa. Sul nastro: lenticchie (che portano soldi, dicono… mah!), un cotechino in offerta e una bottiglia di spumante da battaglia. Quando ho passato la carta… BIP. Transazione negata.

La cassiera, la povera Anna, mi ha guardato come si guarda un cane zoppo. — Non passa, Giovà. Dietro di me, un tizio col carrello pieno ha sbuffato: «Aho, allora? Se movemo?» Volevo sprofondare. Mi sono sentito piccolo così. Ho lasciato lì il cotechino, rosso in faccia come un peperone. Sono uscito stringendo le mie lenticchie e lo spumante, con la voglia di piangere in gola. Che figuraccia.

Ma basta. Quello era stamattina. Adesso è San Silvestro.

Entro in salotto. Ho apparecchiato come per un Re. La tovaglia di lino della dote di mia madre, i bicchieri di cristallo (uno è scheggiato, ma chi se ne frega). Ho messo due posti. Uno per me. Uno per lei.

— Buonasera, Principessa, dico alla sedia vuota.

Teresa. La mia Teresa. Se n’è andata tre anni fa, ma il suo profumo è ancora incollato alle tende. Prima di lasciarmi, mi ha preso la faccia tra le mani e mi ha detto, con quel suo carattere che non mollava mai: «Giovanni, non ti azzardare a diventare un vecchio triste. A Capodanno, tu ti vesti bene. E balli. Balli pure per me. Sennò ti vengo a tirare i piedi di notte, hai capito?»

Ho promesso. E le promesse a Teresa non si rompono.

Stappo lo spumante. Fa un pfff timido. Alzo il calice verso il nulla. — A noi, amore mio. A questa vita che ci prende a schiaffi ma noi le sorridiamo lo stesso.

Bevo un sorso. È dolciastro, frizzantino, ma va giù che è un piacere. All’improvviso… CLACK. Buio pesto. È saltata la luce. Tutto il palazzo spento. Il silenzio mi piomba addosso come un macigno. Nel buio, i fantasmi tornano tutti. Mi siedo. Il freddo mi entra nelle ossa. Ecco, penso. È un segno. Sono solo un vecchio poveraccio al buio. Mi copro la faccia con le mani. La disperazione mi morde lo stomaco. A che serve fingere?

Poi, un lampo. BUM! Un fuoco d’artificio esplode proprio sopra il tetto di fronte. Rosso, verde, oro. La stanza si illumina a giorno per un secondo. Alzo la testa. Nel riflesso della finestra vedo un uomo in smoking. Non vedo una vittima.

Mi alzo di scatto. Vado al vecchio giradischi a manovella (meno male che non va a corrente!). Metto su il disco sacro: Claudio Villa, “Un amore così grande”. La voce del “Reuccio” riempie la stanza.

Mi metto al centro. Allargo le braccia. Chiudo gli occhi e la sento. Sento la sua mano sulla mia spalla. — Permette questo ballo, Signora?

E ballo. Giro su me stesso nel buio, illuminato solo dai fuochi che ora scoppiano ovunque. Uno, due, tre. Il parquet scricchiola, il fiato è corto, ma il cuore… il cuore galoppa. Ballo via la vergogna del discount. Ballo via la solitudine. Sono Giovanni, e sono vivo, dannazione!

Mezzanotte. Le campane di Roma iniziano a suonare a distesa. È un casino infernale e bellissimo. La musica finisce. Sono sudato, col fiatone, ma felice.

Spalanco la finestra. L’aria gelida mi pizzica la faccia. Sotto, in strada, un gruppo di ragazzi sta facendo baldoria. Uno di loro, un giovanotto con la sciarpa giallorossa, alza la testa e mi vede. Vede questo “pazzo” in smoking alla finestra, col bicchiere in mano.

Si ferma. Poi alza la sua birra e urla con tutto il fiato che ha: — Aò! Daje Nonno! Sei un grande! Auguri!

Scoppio a ridere. Alzo il mio calice sbeccato. — Auguri a voi, ragazzi! Mangiateve la vita a morsi! urlo di rimando.

Loro applaudono. Per un attimo, siamo tutti famiglia.

Richiudo la finestra. Mi siedo, guardo il posto vuoto. — Hai visto, Terè? Abbiamo fatto un figurone.

Non ho un soldo, è vero. Ma stasera, mentre Roma brucia di festa, io mi sento l’uomo più ricco del mondo.

Buon anno a chi non molla. E ricordatevi: finché c’è musica, si balla.

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