Giro la manovella e la stanza si riempie di musica, un po’ graffiata, un po’ tremante, ma viva. I ragazzi fanno “oh!” come bambini, e qualcuno inizia a battere le mani a tempo. Anna si siede, prende un bicchiere di plastica, e per la prima volta da quando è entrata vedo le sue spalle scendere, come se potesse respirare.
— Permette questo ballo? — dico a una delle ragazze, per scherzo.
Lei si alza e fa un inchino esagerato.
— Permetto, Signore.
E balliamo davvero, due passi ridicoli tra il tavolo e la poltrona, io che cerco di non pestare i piedi, lei che ride e si tiene la pancia. Gli altri ci imitano, e in un attimo il mio salotto diventa una sala da ballo storta, con la tovaglia di lino che resiste eroica e il bicchiere sbeccato che brinda a tutti.
A un certo punto sentiamo un colpo secco dal soffitto, e poi una voce di donna, dall’appartamento di sopra:
— Che succede lì sotto? State facendo la rivoluzione?
Io alzo la testa e rispondo forte, come se stessi parlando a tutto il palazzo.
— No, signò! È Capodanno! Venite a brindare!
Silenzio. Poi un rumore di passi lenti, una porta che si apre, e una signora anziana appare sul pianerottolo con una candela in mano. Dietro di lei spunta un uomo con la vestaglia, e poi un ragazzino curioso. Sembra un presepe che prende vita, piano piano, stanza dopo stanza.
— Ma davvero si può? — chiede la signora, diffidente, come se la felicità fosse una cosa che ti multano.
— Qua dentro si può tutto — dico. — Tranne essere tristi.
Lei entra, guarda lo smoking, scuote la testa, e fa una frase che mi rimarrà addosso per anni.
— Teresa sarebbe fiera.
Non so come fa a saperlo, forse perché nel quartiere certe storie si sentono anche attraverso i muri, o forse perché le vedove si riconoscono dal modo in cui guardano un posto vuoto. Io ingoio a secco e annuisco, senza fidarmi della mia voce.
Il blackout dura ancora un po’, ma nessuno ci fa caso. Anzi, il buio ci protegge, ci rende tutti uguali: il nonno in smoking, la cassiera stanca, i ragazzi rumorosi, la signora diffidente. Siamo solo persone che cercano una luce, e la trovano in una stanza troppo piccola.
Poi, all’improvviso, CLACK. La luce torna. Il lampadario si accende di colpo e ci becca in pieno: panettone sul tavolo, briciole ovunque, qualcuno con il bicchiere in mano, io col papillon mezzo sciolto, e una ragazza che sta tentando di insegnare un passo di ballo a un signore in vestaglia.
Per un secondo ci immobilizziamo, come colti in flagrante. Poi esplode una risata collettiva, e io penso: ecco, se c’è un reato che vorrei commettere spesso, è questo.
Anna mi guarda. Ha gli occhi lucidi, ma stavolta non di pianto cattivo.
— Giovanni… — dice piano. — Stamattina io… io non volevo farti sentire così. È che… mi sento sempre in colpa, come se dovessi essere io a sistemare le cose degli altri, e invece non ci riesco neanche con le mie.
Io le metto una mano sulla spalla, come faceva Teresa con me quando mi vedeva perso.
— Anna, stamattina mi sono vergognato, sì. Ma stasera ho ballato. E guarda qua — indico il salotto pieno. — Se questa non è una cosa sistemata, io non so cos’è.
Il ragazzo con la sciarpa giallorossa mi batte una mano sul braccio.
— Nonno, ma domani vieni giù con noi, eh? Facciamo pranzo di quartiere, sempre qui vicino, ognuno porta qualcosa. Non te puoi tirà indietro.
— Domani è primo gennaio — dico, fingendo di essere severo. — È il giorno in cui si dorme.
— Appunto! — ribatte lui. — Si dorme dopo aver mangiato.
Ridono. E io, che per anni ho pensato che il mio quartiere fosse solo rumore e sporcizia e gente che non guarda in faccia nessuno, mi accorgo che San Lorenzo è anche questo: una mano tesa nel momento giusto.
Quando se ne vanno, uno a uno, con abbracci goffi e auguri urlati nel corridoio, la casa torna silenziosa, ma non è più quel silenzio pesante. È un silenzio che sa di cose successe davvero. Anna resta l’ultima, si rimette il giaccone e si sistema i capelli.
— Grazie — dice. — Per aver aperto la porta.
— Grazie tu — rispondo. — Per essere salita quelle scale.
Lei annuisce, poi guarda il posto vuoto a tavola e lo saluta con un mezzo sorriso.
— Buonanotte, Teresa.
Quando rimango solo, mi siedo davanti alla sedia vuota e appoggio il palmo sul legno, come se potessi sentire un calore.
— Hai visto, Terè? — sussurro. — Non ho fatto il vecchio triste. Ho fatto il padrone di casa. E pure il ballerino.
Fuori, Roma continua a scoppiare e a cantare, ma io non ho più bisogno di guardarla dalla finestra per sentirmi dentro la festa. Mi tolgo lo smoking con calma, lo piego come fosse una cosa preziosa, e per la prima volta dopo tanto tempo non mi fa paura il domani.
La mattina del primo gennaio mi sveglio tardi, con la bocca impastata e il cuore leggero. Sotto la porta c’è un foglietto piegato, scritto a penna, con una grafia giovane e impaziente: “Nonno Smoking, oggi alle 13:00 pranzo. Se non vieni, saliamo noi. Firmato: la scala A e la scala B”.
Io rido da solo, in cucina, e mi viene da dire ad alta voce, come se Teresa fosse lì a versarmi il caffè:
— Eh, amore mio… mo’ sì che mi tocca.
Mi infilo un maglione pulito, ma prima di uscire mi metto il papillon. Non lo stringo troppo, solo quanto basta per ricordarmi chi sono quando decido di non mollare. Chiudo la porta, scendo le scale senza fretta, e mentre esco nel freddo chiaro di Roma, mi sento guardato.
Non dai fantasmi. Dai vivi.
E capisco una cosa semplice, da vecchio testardo: non serve avere soldi in tasca per essere ricchi, basta avere una porta che si apre e qualcuno che, una volta ogni tanto, bussa davvero. Buon anno a chi resiste, a chi condivide, a chi si vergogna e poi balla lo stesso. Finché c’è musica — pure quella graffiata — si balla.





