Il Nonno in Smoking: Capodanno al Buio, ma con la Dignità Accesa

Quando richiudo la finestra e dico alla sedia vuota: «Hai visto, Terè? Abbiamo fatto un figurone», penso davvero che la notte finirà così, con me e il mio calice sbeccato nel buio. Invece, proprio allora, nel pianerottolo succede qualcosa che mi fa gelare il sangue più del vento di gennaio. Un tonfo secco, come una busta buttata a terra, e poi un singhiozzo trattenuto male, da persona che non vuole farsi sentire.

Resto fermo, con le orecchie tese, e per un attimo mi torna addosso la vergogna del mattino, quella del BIP e del carrello dietro che sbuffa. Mi dico: “Non ti impicciare, Giovanni, fatti piccolo e invisibile, come al parco”. Ma Teresa, nella mia testa, mi dà una gomitata che fa male: se c’è una cosa che detestava, era l’indifferenza.

Apro la porta di casa, piano, e il corridoio è nero come la gola di un lupo. Solo una lucina lontana, una torcia di cellulare, balla sulle pareti scrostate del palazzo. Vedo una figura seduta sul gradino, la schiena contro il muro, una mano sulla faccia.

— Ehi… va tutto bene? — dico, cercando di non spaventare nessuno.

La torcia si alza e mi colpisce in pieno, e io devo sembrare un’apparizione: smoking del 1980, papillon storto, faccia da nonno che ancora ride per i ragazzi di sotto. La persona sul gradino fa una risatina corta, nervosa, e poi sospira come se si svuotasse.

— Giovanni? — dice una voce che riconosco. È Anna. La cassiera del discount. Quella di stamattina. Quella che mi ha guardato come un cane zoppo, anche se magari non voleva.

Ci fissiamo nel buio, due poveri cristi con la stessa stanchezza addosso. Lei ha ancora addosso il giaccone, i capelli raccolti male, e gli occhi rossi di pianto. Nella mano stringe una borsa troppo leggera, come se dentro ci fosse solo aria.

— Anna… ma che ci fai qui? — chiedo. — Abiti nel palazzo?

— Terzo piano, scala B — mormora. Poi deglutisce. — Mi hanno rubato il portafogli alla fermata. E col blackout… il citofono non va, l’ascensore è morto, e io… io non avevo voglia di salire da sola al buio. Scusa. Mi sono seduta un attimo. Solo un attimo.

La parola “rubato” mi punge, perché è una parola cattiva, ma non è la cosa peggiore che vedo. La cosa peggiore è che Anna, che avrà quaranta e qualcosa, fa la dura tutto il giorno davanti a gente che pretende e sbuffa, adesso è solo una ragazza stanca che ha paura delle scale.

— Non scusarti — dico. — Vieni. A casa mia c’è luce… beh, “luce” è una parola grossa. Ma c’è un posto caldo. Più o meno.

Lei esita. Io faccio un mezzo sorriso e mi tocco il papillon, come se stessi invitando la Regina d’Inghilterra.

— E poi, guardami — aggiungo. — Stasera ho messo lo smoking. Non posso farmi trovare con una signora seduta sulle scale, no?

Anna ride davvero, stavolta. Un riso piccolo, ma vero, che mi fa bene come un sorso di vino.

Dentro casa, l’odore di spumante e cera vecchia ci abbraccia. Accendo due candele che tengo per emergenza, quelle mezze storte che Teresa comprava “perché non si sa mai”, e la stanza prende un colore da presepe. Anna guarda la tavola apparecchiata per due, la tovaglia di lino, i bicchieri, il posto vuoto, e capisce senza che io le dica niente.

— È… per tua moglie — sussurra.

— Per Teresa — dico. — Tre anni. Ma a Capodanno mi comanda ancora.

Anna si morde il labbro e annuisce, come se quella frase le arrivasse dritta in un punto che fa male anche a lei. Si sfila il giaccone e resta con un maglione semplice, consumato ai gomiti, come una persona che lavora e non si lamenta mai.

— Stamattina… — inizia, poi si ferma.

Io le faccio un gesto con la mano, come per spostare via un pensiero.

— Stamattina è stamattina. Stasera è stasera. E stasera… stasera si balla.

Non faccio in tempo a finire la frase che il portone giù sbatte, e subito dopo sento passi veloci sulle scale, voci giovani, risate. Qualcuno urla: “Aò, piano che se casca!” e un altro risponde: “Ma quale piano, è Capodanno!” Il mio cuore fa un salto, come se qualcuno avesse bussato davvero alla porta del tempo.

Toc toc toc. Tre colpi, decisi. Mi avvicino e apro. Sul pianerottolo ci sono i ragazzi di sotto, quelli della strada. Quattro, cinque, forse sei, con le facce arrossate dal freddo e dall’euforia, torce di cellulari puntate ovunque come in un film.

Quello con la sciarpa giallorossa mi guarda e spalanca un sorriso.

— Nonno! — dice. — Scusa se disturbiamo, ma… cioè… ti abbiamo visto alla finestra. E poi abbiamo sentito musica. E mo’ che il palazzo è al buio, siamo saliti a vedere se stavi bene. E… — alza una busta — abbiamo portato cose.

Nella busta intravedo un panettone mezzo schiacciato, due bicchieri di plastica, una bottiglia che sembra più seria del mio spumante da battaglia, e… mi viene da ridere: un cotechino. Un cotechino vero. Come se la vita, dopo avermi fatto lo sgambetto stamattina, adesso volesse chiedermi scusa con la faccia più tosta del mondo.

Anna fa un passo indietro, imbarazzata, ma i ragazzi la salutano come se fosse una zia.

— Ah, c’è pure Anna! — dice una ragazza con un cappello di lana. — Allora è festa completa.

Io mi gratto la barba appena fatta, fingo di pensarci, e poi spalanco la porta come un buttafuori elegante.

— Entrate, va’ — dico. — Ma ve lo dico: io ho apparecchiato per un Re. Qui si sta composti. O almeno ci proviamo.

— Compòstissimi! — risponde il ragazzo della sciarpa, e già inciampa nello zerbino.

Ridono tutti, e ridiamo anche io e Anna. E in quel momento, Terè, lo so, sta facendo la sua risatina di lato, quella che faceva quando vedeva che la vita, nonostante tutto, riusciva ancora a sorprenderci.

Ci stringiamo nel salotto come in una barca in mezzo al mare, col vento fuori e la città che esplode di botti. Qualcuno mette il panettone sul tavolo come fosse un trofeo, un altro tira fuori dei mandarini, e io mi accorgo che ognuno ha portato qualcosa di piccolo, di casuale, di “quello che c’era”, ma messo insieme diventa una cena vera.

— Nonno, ma questo cos’è? — chiede uno, indicando il giradischi a manovella.

— Questo — dico, con un certo orgoglio — è l’unico del palazzo che se ne frega del blackout.

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