Ventitré persone videro un Pit Bull rubare sempre la stessa palla blu a un San Bernardo sordo. Solo il vecchio custode capì che non era gelosia.
«Toglietela da lì.»
Raimondo Colle lo disse senza alzare la voce.
Aveva sessantotto anni, due ginocchia operate, baffi bianchi che sembravano usciti da una fotografia degli anni Settanta e un mazzo di chiavi così grande che lo sentivi arrivare prima ancora di vederlo.
Da quattordici anni puliva il settore sud del rifugio comunale alla periferia di Bologna.
Con le persone era prudente.
Con i cani, invece, si fidava dell’istinto.
Quella sera stava spingendo il secchio del mocio davanti al box 27 quando la palla blu cominciò a vibrare.
Bruno la raggiunse per primo.
Era un Pit Bull grigio, compatto, con una tacca sull’orecchio sinistro e due occhi color miele che seguivano le mani prima ancora dei volti.
Afferrò la palla proprio mentre Artù, l’enorme San Bernardo che divideva il box con lui, abbassava il muso per annusarla.
Bruno strinse il giocattolo tra i denti e lo trascinò via.
Nel farlo urtò la ciotola dell’acqua.
L’acqua si sparse sul cemento.
Una famiglia che stava compilando i moduli per adottare un cane vide tutto.
Il padre fece una smorfia.
«Ecco. Lo sapevo. Quello lì non dovrebbe stare con altri cani.»
La figlia adulta guardò Artù.
«Ma perché quello grande non reagisce?»
Nessuno rispose.
Artù era arretrato fino al muro.
Aveva le zampe anteriori divaricate.
Il peso tutto all’indietro.
Gli occhi si muovevano sul cemento come se cercassero qualcosa che nessun altro riusciva a vedere.
Io ero responsabile del turno serale.
Mi chiamo Lucia Moretti e allora avevo quarantatré anni.
Avevo lavorato dodici anni in quel rifugio e credevo di conoscere bene la differenza tra un cane aggressivo e un cane spaventato.
Eppure, quella sera, stavo per sbagliare anch’io.
«Bruno, lascia.»
Gli tolsi il guinzaglio e chiusi il cancelletto.
Avevamo già ricevuto due segnalazioni.
Non aveva morso nessuno.
Non aveva rotto niente.
Ma aveva rubato più volte quella stessa palla ad Artù.
E certe parole, messe insieme, bastano a costruire una condanna.
Pit Bull.
Possessivo.
Ruba i giochi.
Per molti era già tutto chiaro.
La palla blu rotolò sotto la brandina metallica di Artù.
Il piccolo motorino interno si accese.
Bzzz.
Un colpo.
Poi un altro.
Raimondo smise di spingere il secchio.
Guardò il proprio stivale.
«Lucia… cosa passa sotto questo pavimento?»
«Tubi di scarico. Perché?»
Sollevò il piede.
Aspettò.
Lo rimise giù.
La palla vibrò di nuovo.
Raimondo si accovacciò lentamente, con quelle ginocchia che scricchiolavano come le sedie di legno della vecchia cucina di sua madre, e appoggiò tre dita sul cemento bagnato.
Bruno cominciò a camminare avanti e indietro.
Artù si girò verso la parete.
Raimondo alzò la testa.
Il suo viso era cambiato.
«Togliete quella palla.»
Marco, uno dei volontari, scosse la testa.
«Se gliela togliamo ogni volta, Bruno non imparerà mai che non può prendersi tutto.»
Raimondo si voltò.
«Io non sto parlando di Bruno.»
La palla vibrò ancora.
Artù si lasciò cadere a terra.
Le unghie si allargarono sul pavimento come se il cemento sotto di lui avesse improvvisamente ceduto.
Bruno infilò il naso sotto il cancello e fece un suono basso.
Raimondo indicò la palla.
«Lui la sente.»
Restammo in silenzio.
Artù era completamente sordo.
Il veterinario lo aveva confermato pochi giorni dopo il suo arrivo.
Non sentiva abbai.
Non sentiva porte sbattere.
Non sentiva le ciotole d’acciaio quando cadevano dal carrello.
Ma essere sordi non significa essere isolati dal mondo.
Una vibrazione passa nelle ossa.
Attraversa una struttura metallica.
Viaggia nei pavimenti.
Sale nelle zampe.
Marco estrasse la palla da sotto la brandina e la mise su uno scaffale.
Bruno la seguì con gli occhi.
Poi smise di camminare.
Tornò da Artù.
Gli toccò la zampa anteriore sinistra con il naso.
Salì sul bordo della brandina.
Premette due volte.
Toc.
Toc.
Artù espirò.
Le dita delle zampe si rilassarono.
Il mento scese.
Poi si spostò finché la sua spalla enorme non si appoggiò contro la schiena di Bruno.
Raimondo mi guardò.
«Gliel’avete insegnato voi?»
«No.»
«Il vecchio proprietario?»
«Non lo sappiamo.»
I due cani erano arrivati insieme nove giorni prima.
Il loro proprietario, un uomo di settantun anni, aveva avuto un ictus.
Sui documenti c’erano poche righe.
Vaccinazioni.
Farmaci.
Età approssimativa.
E una nota scritta in fretta dal personale che li aveva soccorsi:
IL CANE GRANDE È SORDO. NON SEPARARLI.
Nient’altro.
Nessuna spiegazione sui due colpi.
Nessuna parola sulla palla blu.
Quella notte rimasi al rifugio oltre la fine del turno.
Guardai nove giorni di registrazioni.
Bruno ignorava corde, palline da tennis, ossi di gomma, coperte, giochi con il cibo.
Prendeva solo la palla blu.
E soltanto quando il motore cominciava a vibrare vicino ad Artù.
Poi notai una cosa ancora più strana.
Nelle sere in cui la palla non entrava nel box, Bruno aspettava quasi sempre la stessa ora.
Le otto e quarantasette.
Controllava sotto la brandina.
Annusava i quattro piedi di metallo.
Toccava il pavimento.
Poi dava due colpi.
Toc.
Toc.
Solo allora Artù si sdraiava.
Alle undici e dodici chiamai il numero di emergenza indicato sui documenti.
Rispose una donna.
Quando descrissi i due colpi, dall’altra parte non sentii più nulla.
«Signora?»
La voce tornò rotta.
«Vi prego. Non separateli.»
«Conosce quel gesto?»
«Sì.»
Fece una pausa.
«Mio zio lo faceva ogni sera.»
Mi alzai dalla sedia.
«Che cosa significava?»
La donna deglutì.
«Non voleva dire buonanotte.»
«E allora?»
«Voleva dire che qualcosa aveva smesso di essere pericoloso.»
Fu così che cominciammo a capire che Bruno non stava rubando niente.
Stava cercando di proteggere l’unico amico che non poteva sentire il mondo arrivare.
Il proprietario dei cani si chiamava Elio Colle.
Settantun anni.
Ex falegname.
Vedovo da nove.
Abitava in una piccola casa anni Sessanta in un quartiere popolare dove i balconi sono così vicini che per decenni le vicine si sono passate il prezzemolo da una finestra all’altra.
Raimondo impallidì quando sentì il cognome.
«Colle?»
Lo guardai.
«Sì.»
Raimondo si tolse lentamente il berretto.
«È mio cugino.»
Non si vedevano da quasi vent’anni.
Non per una grande lite.
Peggio.
Per quelle piccole crepe familiari che, con il tempo, diventano muri.
Una discussione dopo un funerale.
Una telefonata non restituita.
Una frase detta male.
Poi ognuno aspetta che sia l’altro a fare il primo passo.
E passano i Natali.
Passano i matrimoni dei figli.
Passano le domeniche.
Passa la vita.
Raimondo si sedette sulla sedia accanto alla scrivania.
«Sapevo che aveva avuto problemi di salute. Non sapevo dei cani.»
La nipote di Elio si chiamava Daniela.
Lavorava fuori regione e nell’ultima settimana aveva fatto avanti e indietro tra il lavoro, l’ospedale e la casa dello zio.
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