Fece un piccolo sorriso.
«Nicolò gli fece vedere una foto del gatto. Carlo rise.»
Sara si coprì la bocca.
«Avrei dovuto fermarmi anch’io quel giorno,» disse l’uomo. «Non l’ho fatto perché credevo che se avessi cominciato a piangere davanti ai miei figli non mi sarei più fermato.»
Mauro fissava il pavimento.
Poi entrarono i bambini.
Il piccolo teneva Ruggine al guinzaglio.
Il cane camminava male.
«Lei è la signora della limonata?» chiese.
Sara annuì.
«Il nostro cane non è cattivo. Ringhia solo quando ha paura.»
Sua sorella maggiore prese il guinzaglio.
Aveva l’aria di una ragazzina costretta a crescere troppo in fretta.
«Papà dice che bisogna dire la verità.»
Sara la guardò.
«Allora dilla.»
«Ruggine ha mangiato un pezzo di pallina mentre giocava con mio fratello. Se muore, lui penserà che è colpa sua. E papà sta già…»
Non riuscì a finire.
Inspirò.
«Papà sta già morendo. Io non so come tenere insieme tutte queste cose.»
Mauro chiuse gli occhi.
Fu solo un attimo.
Sara guardò il cane.
Poi i bambini.
Poi Elena.
Pensò a Nicolò.
A come avrebbe reagito lui.
Non alla versione perfetta che tutti avevano costruito dopo la sua morte.
Al bambino vero.
Quello che vendeva limonata perché aveva sentito una conversazione sui soldi e aveva deciso di risolvere un problema degli adulti.
Sara uscì.
Mauro la seguì.
«Non puoi davvero pensare di pagare l’intervento.»
«Perché?»
«Perché quando toccava a Nicolò, loro non c’erano.»
Sara abbassò gli occhi.
«Adesso so perché.»
«Non cambia quello che è successo.»
«No.»
«Allora?»
Sara appoggiò la schiena a un albero.
«Forse il dolore non ci rende automaticamente migliori, Mauro.»
Lui tacque.
«A volte ci rende vigliacchi. A volte egoisti. A volte ci fa chiudere la porta proprio quando dovremmo aprirla.»
Il telefono squillò.
Era il veterinario.
Generale stava peggiorando.
Se volevano operarlo, dovevano decidere subito.
Sara chiese la cosa che nessuno vuole chiedere.
«Sta soffrendo?»
Il medico esitò.
«Sì.»
«L’intervento lo salverebbe oppure servirebbe soprattutto a dare a me un po’ più di tempo?»
Un’altra pausa.
«Gli chiederemmo molto in cambio di poco tempo.»
Quando Sara chiuse la telefonata, Mauro capì.
«Lo lasci andare.»
Lei annuì.
Gli occhi di Mauro si riempirono.
«È l’ultima cosa viva che Nicolò ha abbracciato.»
Sara gli prese il braccio.
«No.»
Mauro la guardò.
«Generale non è una cosa di Nicolò. È una vita sua.»
Mauro abbassò la testa.
Per qualche secondo sembrò molto più vecchio.
«E il cane?»
Sara guardò la casa di Elena.
«Lo aiutiamo.»
Mauro si passò una mano sulla barba.
«La gente parlerà.»
«Lo so.»
«Qualcuno dirà che stai usando i soldi di Nicolò per aiutare chi lo ha ignorato.»
«Lo so.»
«Qualcuno si arrabbierà.»
«Probabile.»
Mauro sospirò.
«Perché lo fai?»
Sara rispose senza pensarci.
«Perché se il nome di mio figlio aiuta soltanto chi considero degno, allora il suo amore è diventato un premio.»
Mauro rimase zitto.
Poi indicò la macchina.
«Andiamo.»
«Dove?»
«Prima salutiamo un gatto.»
La sera montarono comunque il tavolino.
La notizia era già circolata.
La strada si riempì di persone.
Generale tornò a casa con farmaci contro il dolore.
Sara lo portò fuori avvolto nella vecchia coperta azzurra di Nicolò.
Quando la gente vide il gatto, calò il silenzio.
Sul collo aveva ancora il suo papillon.
Mauro aiutò Sara a sedersi.
Generale rimase sulle sue gambe.
Elena e i figli stavano in fondo.
Ruggine era già stato trasferito in una clinica dove aspettavano la conferma del fondo per operarlo.
Sara non aveva preparato un discorso.
Parlò come si parla attorno a una tavola di famiglia quando ormai le bugie non servono più.
«Quando Nicolò sedeva qui, non stava cercando di diventare un esempio.»
Accarezzò il gatto.
«Voleva solo proteggere Generale.»
Qualcuno abbassò la testa.
«Oggi Generale si è ammalato gravemente.»
Silenzio.
«Avrei potuto tentare un intervento. Forse avrebbe vissuto qualche mese in più.»
Fece una pausa.
«Ho deciso di non farlo.»
Si sentì un mormorio.
Sara continuò.
«Non vi chiedo di essere d’accordo. Ma non voglio che soffra perché io non sono pronta a salutarlo.»
Mauro fissò il gatto.
Sara respirò.
«C’è un’altra cosa.»
Elena irrigidì le spalle.
«Questa sera il fondo pagherà l’operazione di un cane chiamato Ruggine.»
Un uomo dalla strada domandò:
«Quello della famiglia che ignorò Nicolò?»
Sara annuì.
«Sì.»
Il brusio aumentò.
Mauro fece un passo avanti, ma Sara lo fermò.
«Lasciateli parlare.»
Poi continuò.
«Per anni anch’io ho creduto di sapere perché Elena attraversò la strada.»
Guardò la donna.
«Pensavo fosse freddezza.»
Gli occhi di Sara diventarono lucidi.
«Oggi ho scoperto che undici settimane prima aveva perso un bambino di otto anni per la stessa malattia di Nicolò.»
Nessuno parlò più.
«Non significa che quello che fece fu giusto.»
Elena iniziò a piangere.
«Non lo fu.»
Sara strinse Generale.
«Io ero sola. Nicolò si accorse che le persone evitavano il tavolino. Quello rimane vero.»
Guardò la folla.
«Ma anche un’altra cosa è vera.»
Fece una pausa.
«A volte una persona può fare una cosa terribile senza essere una persona terribile.»
Mauro sollevò gli occhi.
«Possiamo perdonare qualcuno senza fingere che non ci abbia feriti.»
Sara guardò Ruggine da lontano, nella macchina pronta a partire.
«Se io aiutassi soltanto le persone che non hanno mai sbagliato, il fondo di Nicolò avrebbe pochissimo lavoro.»
Qualcuno sorrise tra le lacrime.
Mauro si avvicinò.
«Io ero contrario.»
La voce grossa arrivò fino in fondo alla strada.
«Volevo usare ogni centesimo possibile per Generale.»
Si fermò.
«E non volevo dare nulla a quella famiglia.»
Elena abbassò gli occhi.
«Poi ho capito una cosa.»
Mauro indicò il vecchio tavolino.
«Un bambino che sapeva di avere poco tempo non stava tenendo il conto di chi meritava amore.»
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