Non so se un cane capisca una frase del genere.
Ma Forte si alzò.
Mi seguì.
Fu una delle poche volte in due anni.
Avrei dovuto capire che quella mattina c’era qualcosa di diverso.
Arrivai al supermercato.
Dovevo comprare latte, pane, riso, qualche confezione di minestrina e le fette biscottate che Carlo riusciva ancora a mangiare bagnate nel tè.
Pensavo di entrare e uscire.
Cinque minuti.
Lasciai Forte in macchina.
Avevo abbassato i finestrini.
E prima che qualcuno me lo dica: sì, oggi so che non avrei dovuto farlo.
Quel giorno pensavo soltanto a tornare da Carlo il prima possibile.
Entrai.
Presi un cestino.
Superai frutta e verdura.
Poi detersivi.
Poi il reparto colazione.
A quel punto il mio corpo presentò il conto.
Due anni di notti interrotte.
Due anni di pasti saltati.
Due anni di caffè bevuti freddi.
Due anni a ripetermi che potevo resistere ancora ventiquattr’ore.
Il mio corpo decise che no.
Non poteva.
Non ricordo la caduta.
Mi raccontarono dopo che avevo lasciato cadere il cestino.
Che una donna mi aveva vista appoggiarmi allo scaffale.
Che avevo provato a dire qualcosa.
Poi ero scivolata a terra.
Fuori, nello stesso momento, Forte impazzì.
Così raccontarono quelli che erano nel parcheggio.
Fino a pochi secondi prima era tranquillo sul sedile posteriore.
Poi si alzò.
Cominciò a girare.
Abbaiò.
Non verso qualcuno.
Verso il supermercato.
Spinse il muso contro il vetro.
Una volta.
Due.
Poi con tutto il corpo.
Un uomo che stava caricando le buste nel bagagliaio cercò di avvicinarsi.
«Ehi, bello, calma.»
Forte non lo guardò nemmeno.
Colpì ancora il finestrino.
Il vetro cedette.
Quando attraversò il finestrino rotto si ferì sul petto e a una zampa.
Ma non si fermò.
Saltò fuori.
Corse verso l’ingresso.
Le porte automatiche si aprirono.
Una.
Poi la seconda.
Forte entrò nel supermercato.
Una cassiera gridò.
Un cliente si spostò.
Qualcuno cercò di afferrarlo.
Lui evitò tutti.
Abbassò il naso per un istante.
Poi partì.
Attraversò il corridoio centrale.
Girò a destra.
Superò tre corsie.
E arrivò da me.
Nessuno lo aveva guidato.
Nessuno gli aveva mostrato dove fossi.
Io ero stesa sul pavimento.
Forte si mise accanto al mio corpo.
Abbaiò.
Quando un uomo provò ad avvicinarsi, Forte abbaiò ancora.
Non attaccò nessuno.
Non morse.
Faceva qualcosa di molto più preciso.
Chiamava.
Si spostava verso una persona.
Abbaiava.
Tornava da me.
Poi di nuovo.
Finché qualcuno capì.
«La signora non sta bene! Chiamate aiuto!»
Quando arrivarono i soccorsi, dissero che Forte continuava a camminare avanti e indietro tra loro e me.
Come se volesse controllare il lavoro.
Esattamente come aveva fatto per due anni con chiunque toccasse Carlo.
Quando aprii gli occhi ero in ospedale.
Avevo una flebo.
La bocca asciutta.
Un medico seduto accanto al letto.
Una donna giovane, forse quarant’anni, capelli raccolti male e due occhiaie che mi fecero immediatamente pensare che anche lei dormisse poco.
La prima cosa che dissi fu:
«Che ore sono?»
Lei guardò l’orologio.
«Quasi le quattro.»
Tentai di alzarmi.
«Devo andare. Carlo prende la medicina alle quattro.»
Mi rimise una mano sul braccio.
«Suo marito sta bene. L’operatrice è rimasta. Una sua vicina è andata a casa vostra.»
«Devo comunque tornare.»
«Signora Teresa.»
«Lei non capisce.»
«Credo invece di capire.»
Cercai di tirarmi su.
La stanza cominciò a girare.
Il medico aspettò che mi sdraiassi.
Poi disse:
«È svenuta perché la pressione è crollata. È fortemente disidratata. È sottopeso. È esausta.»
Io girai la faccia.
«Sto bene.»
«No.»
Fu quel no a farmi arrabbiare.
Forse perché era la prima persona da due anni a non accettare la mia bugia.
«Mio marito sta morendo.»
Mi tremò la voce.
«Non posso mettermi a riposare. Non posso permettermelo. Se io mi fermo, chi gli dà le medicine? Chi lo gira? Chi si accorge se respira male? Chi…»
Non finii.
Cominciai a piangere.
Non il pianto composto che avevo imparato a fare davanti ai figli.
Piangevo piegata.
Con la bocca aperta.
Senza dignità.
Tutto quello che avevo trattenuto uscì insieme.
«Io non posso stancarmi.»
Il medico mi lasciò sfogare.
Poi avvicinò la sedia.
«Suo marito non ha bisogno di una moglie distrutta.»
La guardai.
«Ha bisogno di lei viva.»
Rimasi immobile.
«Se lei cade, suo marito non guadagna nulla. Perde lei. E lei perde il tempo che vi rimane insieme.»
Quelle parole mi fecero più male della flebo.
Perché erano vere.
Io avevo sempre chiamato amore il mio modo di consumarmi.
All’improvviso qualcuno mi stava dicendo che forse non era amore arrivare al punto di non reggersi in piedi.
Il medico sospirò.
«E c’è un’altra cosa.»
«Cosa?»
«Il cane.»
Mi coprii la bocca.
«Forte.»
«È qui sotto. Hanno medicato le ferite. Ha rotto il finestrino della macchina per venire a cercarla.»
La fissai.
«No.»
«Sì.»
«Forte non lascia Carlo.»
Il medico non poteva capire perché quella frase fosse importante.
«Oggi ha lasciato tutto per lei.»
Poi disse una cosa che non ho mai dimenticato.
«Signora Teresa, troppe vite stanno appoggiate sulle sue spalle. Non può consumarsi fino a sparire.»
Mi diede una scelta.
Riposare, bere, mangiare qualcosa e tornare a casa la sera con precise indicazioni.
Oppure restare ricoverata.
Scelsi la prima.
Naturalmente.
Quando uscimmo, Forte aveva una parte del petto rasata e alcuni punti.
Una fasciatura alla zampa.
Appena mi vide si alzò.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





