A 87 anni camminava ogni giorno verso una cassetta vuota, finché il suo cane iniziò a urlare alla porta

Per tre anni un vedovo di 87 anni camminò ogni mattina verso una cassetta vuota. Poi un cane randagio cominciò a seguirlo… finché un giorno l’anziano non uscì di casa.

Il 16 maggio arrivai davanti alla salita di casa di Vittorio e capii subito che qualcosa non andava.

Lui non c’era.

C’era solo il cane.

Era sul portico, proprio dove Vittorio gli aveva proibito di salire per sei mesi, e si lanciava contro la porta d’ingresso con tutto il peso del corpo.

Due zampe sulla porta.

Un colpo.

Giù.

Di nuovo su.

Un altro colpo.

E abbaiava.

Dio mio, come abbaiava.

Io quel cane lo conoscevo da mezzo anno e non gli avevo mai sentito fare un verso.

Nemmeno uno.

Era uno di quei randagi che sembrano aver imparato presto che, per sopravvivere, conviene non farsi notare.

Ma quella mattina urlava contro la porta come se dentro quella casa stesse finendo il mondo.

Mi chiamo Teresa, ho sessantadue anni e da undici faccio il giro della posta nei paesi sparsi sulle colline dell’Appennino.

Conosco le strade dove d’inverno il ghiaccio resta all’ombra fino a mezzogiorno.

Conosco le vedove che aspettano la pensione.

Conosco gli anziani che ricevono una bolletta e la tengono sul tavolo tre giorni prima di aprirla.

Conosco quelli che fingono di uscire per comprare il pane quando, in realtà, escono soltanto perché hanno bisogno di dire buongiorno a qualcuno.

E conoscevo Vittorio.

O almeno credevo di conoscerlo.

Per nove anni la sua cassetta della posta era stata la fermata più triste di tutto il mio giro.

Era alla fine di una strada bianca lunga quasi un chilometro e mezzo, tra castagni, vecchi muretti e campi che nessuno coltivava più.

La casa di Vittorio stava in alto.

Una casa semplice, con persiane verdi scolorite, una legnaia sul retro e un piccolo orto che ogni anno diventava un po’ più piccolo.

La cassetta, invece, era giù sulla provinciale.

Ogni mattina Vittorio scendeva fino a quella cassetta.

Anche quando sapeva perfettamente che non c’era niente.

Per tre anni.

Ogni santo giorno.

Lo faceva da quando aveva perso la moglie Anna e il figlio Stefano nello stesso anno.

Anna se n’era andata dopo cinquantasei anni di matrimonio.

Stefano, pochi mesi dopo.

Un malore improvviso mentre lavorava lontano.

Vittorio non aveva altri figli.

Una nipote viveva al Nord e telefonava quando riusciva.

Qualche cugino era rimasto in zona, ma sapete com’è.

All’inizio tutti dicono:

“Se hai bisogno, chiama.”

Poi passano le settimane.

Poi i mesi.

Poi ognuno torna alla propria vita.

Vittorio non si lamentava.

Gli uomini della sua generazione sono fatti così.

Sono stati cresciuti da padri che avevano conosciuto la fame, da madri che rattoppavano le lenzuola fino a quando non restava quasi più il tessuto originale.

Non erano abituati a dire:

“Mi sento solo.”

Dicevano:

“Si tira avanti.”

Che spesso significa la stessa cosa.

Una volta gli avevo chiesto perché continuasse a fare tutta quella strada fino alla cassetta.

Aveva ottantasei anni, le ginocchia rovinate e un bastone di nocciolo che si era intagliato da solo.

“Vittorio, ma tanto lo sa che quando c’è qualcosa gliela porto io su, se serve.”

Lui mi aveva guardata con quegli occhi chiari che gli anziani hanno quando hanno già capito una cosa che tu ancora non hai capito.

“Teresa, non scendo per la posta.”

“E per cosa?”

Aveva stretto le labbra.

“Perché da qualche parte bisogna pur essere attesi.”

Non avevo saputo cosa rispondere.

Così avevo sorriso e avevo rimesso in moto.

Ma quella frase me l’ero portata dietro.

Da qualche parte bisogna pur essere attesi.

Il problema era che la sua cassetta era quasi sempre vuota.

Pubblicità.

Una bolletta.

Qualche comunicazione.

Niente di personale.

Niente scritto a mano.

Niente che dicesse:

“Ho pensato a te.”

Eppure Vittorio partiva lo stesso.

Alle sette e mezza.

Camicia pesante a quadri.

Gilet di lana.

Cappello.

Bastone.

Scendeva fino alla strada provinciale.

Apriva la cassetta.

Guardava dentro.

La richiudeva.

Poi risaliva.

Un chilometro e mezzo in discesa.

Un chilometro e mezzo in salita.

Tre chilometri al giorno per andare incontro al niente.

Finché, un mattino di novembre, qualcuno arrivò.

Non dentro la cassetta.

Davanti alla porta.

Era comparso durante la notte.

Vittorio aprì l’uscio e se lo trovò in fondo ai tre gradini.

Un cane nero.

O almeno doveva essere stato nero, prima del fango.

Era grande, ma ridotto pelle e ossa.

Aveva un orecchio strappato sul bordo, il pelo mancante in diversi punti e una zampa posteriore che appoggiava male.

Non era bello.

Non era il cane perfetto delle fotografie.

Era uno di quegli animali che hanno la faccia di chi ha conosciuto più calci che carezze.

Vittorio lo guardò.

Il cane guardò Vittorio.

Nessuno dei due fece un passo verso l’altro.

Dopo un po’, Vittorio disse soltanto:

“Eh.”

Poi prese il bastone e partì per la sua passeggiata.

Il cane lo seguì.

Non vicino.

A dieci metri.

Sempre sul lato sinistro.

Quando Vittorio rallentava, rallentava.

Quando si fermava, si fermava.

Quando arrivarono alla cassetta, Vittorio aprì lo sportello.

Vuota.

Come sempre.

Lo chiuse.

Si voltò.

Il cane era seduto sul ciglio della strada.

Aspettava.

Vittorio risalì.

Il cane tornò con lui.

Arrivato a casa, l’animale si sdraiò in fondo ai gradini.

Vittorio gli mise una ciotola con poca acqua e qualche avanzo.

Poco.

Ci teneva a precisarlo.

“Non bisogna esagerare con un randagio.”

Me lo disse alcuni giorni dopo.

“Perché?”

“Perché se cominci a nutrirlo troppo bene, poi hai preso una decisione senza accorgertene.”

“Quale decisione?”

“Quella di tenerlo.”

“E lei non vuole?”

Vittorio mi guardò quasi offeso.

“Io ho ottantasette anni.”

“E quindi?”

“E quindi un uomo di ottantasette anni non deve prendere un cane.”

Lo disse come se fosse una regola scritta nel codice civile.

Poi aggiunse:

“Chi gli garantisce che domani mi sveglio?”

Provai a scherzare.

“Nemmeno io ho la garanzia.”

“No, Teresa. È diverso.”

E lì smise di scherzare.

Mi spiegò che un animale non era un passatempo.

Era una responsabilità.

“Se mi viene un colpo? Se cado? Se finisco in ospedale? Se muoio nel sonno? Quello che fa?”

Guardò verso il cane, sdraiato fuori.

“Prendere una creatura sapendo che probabilmente sarai tu a lasciarla non è sempre bontà.”

Poi concluse:

“Io non lo tengo.”

E in effetti non lo tenne.

Tecnicamente.

Non gli diede un nome.

Non lo fece entrare.

Non lo chiamò.

Non comprò un collare.

Non disse mai “il mio cane”.

Semplicemente, ogni mattina gli lasciava qualcosa da mangiare.

Ogni sera gli metteva una vecchia coperta sotto una tettoia.

E ogni mattina, alle sette e mezza, il cane aspettava ai piedi dei gradini.

Quando Vittorio partiva, lui partiva.

Sei mesi.

Sempre così.

Io cominciai a vederli quasi tutti i giorni.

Superavo una curva e guardavo giù verso la strada bianca.

Prima vedevo il cappello di Vittorio.

Poi quella macchia nera alla sua sinistra.

Sembravano due vecchi che avevano fatto un accordo senza bisogno di parlarne.

Vittorio camminava con il bastone.

Il cane manteneva la distanza.

Mai davanti.

Mai dietro.

Sempre alla sua sinistra.

Sei, sette metri.

Come una sentinella.

La cosa strana è che Vittorio continuava a dire che il cane non era suo.

Persino quando il cane cominciò a ingrassare.

Persino quando il pelo tornò lucido.

Persino quando la zampa guarì.

Persino quando Vittorio costruì, “per caso”, una piccola cuccia di legno vicino alla legnaia.

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