“Bella cuccia.”
“Era legno avanzato.”
“Certo.”
“Mi dava fastidio vederlo buttato lì.”
“Il legno?”
“Il cane.”
Poi si correggeva.
“Cioè… entrambi.”
Gli anziani sanno essere orgogliosi persino davanti all’affetto.
Specialmente gli uomini.
Forse perché sono cresciuti pensando che ammettere di aver bisogno di qualcuno fosse una debolezza.
Vittorio aveva passato una vita a lavorare.
Aveva mantenuto la famiglia.
Aveva ristrutturato quella casa con le sue mani.
Aveva cresciuto un figlio.
Aveva assistito la moglie fino all’ultimo.
Era stato lui quello a cui gli altri si appoggiavano.
Adesso non sapeva come si faceva a dire:
“Resta.”
Così il cane restava senza che nessuno glielo chiedesse.
A dicembre arrivò la neve.
Una mattina incontrai Vittorio vicino alla cassetta.
Il cane era più vicino del solito.
“Non lo farà dormire fuori con questo freddo?”
Vittorio aggrottò la fronte.
“Ha la cuccia.”
“Stanotte danno sotto zero.”
“Gli ho messo due coperte.”
“Dentro casa starebbe meglio.”
“Non è il mio cane.”
Il cane lo guardava.
Io guardavo il cane.
Il cane guardava Vittorio.
“Secondo me lui non è d’accordo.”
“Lui non paga le bollette.”
Continuò così per tutto l’inverno.
E io, lo confesso, cominciai a fare una piccola cosa che non avrei dovuto fare.
Ogni tanto mettevo una cartolina nella cassetta di Vittorio.
Non spedita.
Niente francobollo.
Solo poche righe.
“Buona giornata, Vittorio.”
Oppure:
“Il freddo passerà.”
O ancora:
“Oggi al bar dicevano che quest’anno i funghi saranno tanti.”
Piccole sciocchezze.
Non firmavo.
Non volevo che sapesse che lo stavo compatendo.
Gli anziani sentono la pietà come una mancanza di rispetto.
Ma avevo bisogno che almeno qualche volta facesse tutta quella strada e trovasse qualcosa.
Una mattina, da lontano, lo vidi aprire la cassetta.
Tirò fuori il cartoncino.
Lo lesse.
Restò fermo.
Poi se lo mise nella tasca interna del gilet.
Non disse mai niente.
Però da quel giorno mi sembrò che camminasse un po’ più in fretta quando scendeva.
Gennaio fu duro.
Il ghiaccio spaccava le pozze durante la notte.
I tetti fumavano al mattino.
Molti figli venivano su nel fine settimana a portare legna ai genitori anziani.
Davanti a casa di Vittorio non vedevo quasi mai nessuna macchina.
Solo lui.
E il cane.
Febbraio trasformò la strada in fango.
Marzo portò le prime primule.
Aprile fece tornare verdi i prati.
Il cane ormai sembrava un altro.
Grande.
Forte.
Il pelo nero con qualche chiazza grigia sul muso.
L’orecchio storto gli era rimasto.
Anche una piccola cicatrice vicino all’occhio.
Era un cane pieno di difetti.
Per questo, forse, stava così bene accanto a Vittorio.
Anche Vittorio era pieno di pezzi consumati.
Un ginocchio.
La schiena.
Le mani che tremavano leggermente.
Due denti mancanti.
Il cuore con più assenze che presenze.
A maggio erano ancora insieme.
E Vittorio continuava a dire:
“Non lo tengo.”
Finché arrivò il 16 maggio.
Quella mattina passai sulla provinciale poco dopo le nove.
Guardai verso la strada bianca.
Niente Vittorio.
Pensai che forse fosse in ritardo.
Poi vidi il cane.
Era sulla veranda.
Non alla base dei gradini.
Sulla veranda.
Davanti alla porta.
Saltava.
Colpiva il legno.
Abbaiava.
Il suono arrivava fino alla provinciale.
Mi si strinse lo stomaco.
Giravo su quella strada da anni e non avevo mai imboccato il vialetto privato con il furgone.
Quella mattina lo feci.
Il cane mi sentì arrivare.
Corse verso di me.
Pensai che mi avrebbe aggredita.
Invece mi passò accanto.
Fece un giro.
Tornò verso la porta.
Poi tornò da me.
Come se dicesse:
“Muoviti.”
Scesi dal furgone.
“Vittorio!”
Nessuna risposta.
Bussai.
“Vittorio!”
Il cane guaiva.
Provai la maniglia.
La porta era aperta.
Nei paesi di una volta c’è ancora chi chiude la porta soltanto la notte.
Entrai.
“Vittorio?”
Lo trovai sul pavimento della cucina.
Era di fianco al tavolo.
Indossava già i pantaloni pesanti, la camicia e un calzino.
Una scarpa era vicino alla sedia.
L’altra la portava al piede.
Il bastone era caduto sotto il tavolo.
“Teresa…”
Era cosciente.
Ma aveva la voce debole.
Mi inginocchiai.
“Non si muova.”
Rise appena.
“Questo lo so fare.”
Era caduto poco dopo l’alba.
Il ginocchio gli aveva ceduto mentre attraversava la cucina.
Aveva battuto il fianco.
Non riusciva più a rialzarsi.
Il telefono era sul mobile, tre metri più in là.
Tre metri.
A ottantasette anni, con una gamba che non risponde e un fianco dolorante, tre metri possono essere un altro continente.
La casa si era raffreddata.
Vittorio tremava.
Chiamai subito i soccorsi.
Gli misi addosso una coperta.
Il cane entrò.
Per la prima volta.
Non aspettò il permesso.
Superò la porta e venne direttamente da Vittorio.
Quell’animale che per sei mesi aveva mantenuto metri di distanza si sdraiò accanto al suo corpo.
Appoggiò il muso sul petto dell’uomo.
Vittorio alzò una mano e la posò sulla testa del cane.
“Lui lo sapeva.”
“Che cosa?”
“Che non uscivo.”
I soccorritori arrivarono in poco tempo.
Per fortuna Vittorio non aveva fratture.
Contusione forte.
Disidratazione.
Principio di ipotermia.
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