A 87 anni camminava ogni giorno verso una cassetta vuota, finché il suo cane iniziò a urlare alla porta

Vittorio tirò fuori da una vecchia agenda i nomi di alcuni amici che non sentiva da decenni.

Scrisse loro.

A mano.

Con una grafia tremante.

“Caro Paolo, sono ancora vivo. A quanto pare.”

Ricevette risposta.

Poi scrisse a un altro.

E un altro ancora.

La cassetta cominciò a contenere lettere vere.

Un giorno arrivai e lo trovai seduto sul muretto.

Postino era accanto a lui.

“Tre lettere oggi.”

“Ho visto.”

“Una da Bologna.”

“Un vecchio compagno di lavoro.”

“Contento?”

Vittorio fece spallucce.

“Abbastanza.”

Era il massimo entusiasmo che concedeva al mondo.

Ma vidi che aveva aperto la lettera prima ancora di risalire.

Passò un anno.

Vittorio compì ottantotto anni.

Poi ottantanove.

La passeggiata diventò più lenta.

Il bastone diventò prima uno più robusto.

Poi, alcuni giorni, due.

Postino continuava a camminare alla sinistra.

All’inizio manteneva ancora la vecchia distanza.

Forse per abitudine.

Forse certi randagi non dimenticano mai del tutto come si sopravvive.

Ma dopo qualche metro si avvicinava.

Sempre.

Prima a tre metri.

Poi a uno.

Poi quasi a sfiorare il pantalone di Vittorio.

Una mattina d’inverno mi fermai mentre erano alla cassetta.

C’era poca posta.

Una cartolina.

Vittorio la prese.

Postino si sedette accanto.

Gli chiesi:

“Ci pensa ancora?”

“A cosa?”

“A quella cosa che diceva all’inizio.”

“Ne dicevo tante.”

“Che non voleva prendere un cane perché aveva paura di morire prima di lui.”

Vittorio rimase in silenzio.

Guardò la strada.

Guardò la casa lontana.

Guardò il cane.

Aveva ormai il muso spruzzato di bianco.

“Ci penso.”

“E che cosa ha deciso?”

“Che ero un cretino.”

Risi.

“Questo non posso scriverlo sul registro.”

“Scrivi quello che vuoi.”

Poi diventò serio.

“Passiamo tutta la vita a preoccuparci di come finiranno le cose.”

Fece una pausa.

“Mia moglie aveva paura che io non sapessi stare solo senza di lei.”

“E aveva ragione?”

“Sì.”

“E suo figlio?”

Vittorio abbassò lo sguardo.

“Un padre non pensa mai di dover seppellire un figlio.”

Il silenzio diventò pesante.

Postino appoggiò il fianco alla gamba dell’uomo.

Vittorio gli passò una mano sul collo.

“Quando è arrivato lui ho pensato: non posso voler bene a qualcosa che potrei perdere o che potrebbe perdere me.”

Scosse la testa.

“Ma se ragioni così, Teresa, dopo una certa età non dovresti più voler bene a nessuno.”

Non dissi niente.

“E invece è proprio quando il tempo si accorcia che non puoi permetterti di sprecarlo.”

Quella frase mi rimase dentro.

Come l’altra.

Da qualche parte bisogna pur essere attesi.

Credo che il vero miracolo di questa storia non sia che un cane abbia capito che un uomo era caduto.

I cani fanno cose che noi non sappiamo spiegare.

Non è nemmeno che abbia abbaiato fino a farmi fermare.

Il miracolo, se così lo vogliamo chiamare, è quello che è successo dopo.

Un uomo che aveva deciso di non aver più bisogno di nessuno aprì una porta.

Un cane che aveva imparato a non fidarsi entrò.

Un paese che si era abituato a vedere un vecchio camminare da solo cominciò finalmente a chiedersi dove stesse andando.

E una cassetta vuota smise di essere vuota.

Per anni avevo creduto che Vittorio scendesse a cercare qualcosa.

In realtà, forse, scendeva semplicemente per dimostrare a sé stesso di essere ancora capace di aspettare.

Finché qualcosa arrivò davvero.

Non aveva francobollo.

Non aveva indirizzo.

Non portava una firma.

Aveva il pelo nero, un orecchio storto e una cicatrice vicino all’occhio.

E arrivò dalla strada.

Oggi Vittorio ha ottantanove anni.

Io continuo a fare il mio giro.

Quando arrivo alla curva, guardo sempre verso quella strada bianca.

Lui cammina ancora.

Più piano.

Molto più piano.

A volte si ferma due o tre volte durante la salita.

Postino gli resta accanto.

Una mattina li vidi davanti alla cassetta.

C’era una sola lettera.

Vittorio la prese.

La mise nella tasca del giubbotto.

Poi rimase fermo a guardare il cane.

“Che succede?” gli chiesi.

“Niente.”

“È stanco?”

“Un po’.”

Guardò Postino.

“Anche lui.”

Gli domandai:

“Ha ancora paura di quello che succederà quando uno di voi due non ci sarà?”

Vittorio ci pensò.

Molto.

Poi disse:

“Lui mi ha trovato su una strada vuota.”

Accarezzò lentamente l’orecchio rovinato del cane.

“Credo che saprà trovare la strada anche dopo.”

Fece qualche passo.

Poi si fermò.

“Ma non oggi.”

Postino si alzò.

Vittorio sistemò il bastone.

E i due si voltarono verso casa.

Per i primi metri, il cane camminò alla sua sinistra, alla vecchia distanza di sei passi.

Come faceva quando ancora non apparteneva a nessuno.

Poi, poco alla volta, si avvicinò.

Un passo.

Un altro.

Finché il suo fianco non sfiorò la gamba del vecchio.

E continuarono così.

Insieme.

Lungo la strada che per tre anni aveva portato Vittorio verso una cassetta vuota.

La stessa strada che, alla fine, gli aveva riportato indietro una ragione per tornare a casa.

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