Il vecchio Argo era stato scartato perché “troppo vecchio”, poi una sera il suo istinto cambiò tutto

Argo mi guardava.

«Questi vogliono quindici anni di esperienza, ma possibilmente con uno stipendio da apprendista.»

Argo sbuffava.

«Esatto. Anche secondo me.»

La sera sedevo sul pavimento accanto alla sua cuccia ortopedica.

Gli raccontavo cose che non dicevo nemmeno ai miei figli.

Gli dissi che avevo paura del mutuo.

Che non dormivo.

Che mi sentivo stupida per aver creduto che l’azienda fosse una specie di seconda famiglia.

«Sai qual è la differenza tra una famiglia e un ufficio, Argo?»

Lui sollevò un orecchio.

«Una famiglia può arrabbiarsi con te. Può essere pesante. Può giudicarti. Ma quando compi cinquantasette anni non elimina il tuo ruolo per riorganizzazione.»

Argo appoggiò lentamente il muso sul mio ginocchio.

Fu la prima volta.

Non lo accarezzai subito.

Rimanemmo così.

Due pensionati senza pensione.

Poi arrivò Luca.

Aveva sette anni e abitava nella casa accanto con i genitori.

Era un bambino dolce, estremamente sensibile ai rumori e alle situazioni caotiche.

Parlava poco con gli adulti.

Con Argo, invece, poteva stare mezz’ora.

La prima volta si fermò dietro la rete.

«Lo posso guardare?»

«Certo.»

«Non devo toccarlo.»

«Solo se vuoi.»

Luca si sedette sull’erba.

Argo si sedette dall’altra parte.

Nessuno dei due fece altro.

Il giorno dopo, Luca tornò con tre dinosauri di plastica.

«Questo è un tirannosauro.»

Argo lo guardava.

«Questo è un triceratopo.»

Argo sbadigliò.

«Questo invece secondo me ti piace.»

Gli mostrò un dinosauro enorme.

Argo inclinò la testa.

Luca rise.

Da allora diventò un rito.

Ogni pomeriggio, se poteva, Luca veniva alla recinzione.

Argo, che secondo la scheda era “difficile”, sembrava capire che con quel bambino bisognava essere immobile.

Niente movimenti bruschi.

Niente invadenza.

Solo presenza.

La madre di Luca, Francesca, una sera mi disse:

«Non so come fa.»

«Chi?»

«Argo. Con gli altri Luca si agita. Con lui… si calma.»

Guardai il cane.

«Forse Argo sa cosa significa vivere in allerta.»

La festa del quartiere arrivò a luglio.

Nel nostro pezzo di periferia era una tradizione nata tanti anni prima.

Tavoli pieghevoli sulla strada privata.

Tovaglie di carta.

Lasagne.

Tigelle.

Salumi.

Crostata della signora Mirella.

Uomini di sessant’anni che discutevano ancora su chi sapesse cuocere meglio la carne.

Donne che portavano teglie abbastanza grandi da sfamare un matrimonio.

Io non avevo molta voglia di andare.

Da quando avevo perso il lavoro, ogni incontro sociale mi sembrava un interrogatorio travestito da cortesia.

«Allora, novità?»

«Hai trovato qualcosa?»

«Ma con tutta la tua esperienza!»

La frase peggiore era:

«Vedrai che qualcosa salta fuori.»

Quel “qualcosa” mi faceva sentire ancora peggio.

Andai lo stesso.

Perché la vita, a una certa età, è anche questo.

Presentarsi quando preferiresti nasconderti.

Argo rimase nel mio giardino, con il cancello chiuso.

Verso le otto, qualcuno fece esplodere un petardo.

Un botto secco.

Improvviso.

Argo scattò in piedi.

Luca si portò subito le mani alle orecchie.

Francesca lo accompagnò dentro per qualche minuto.

La festa riprese.

Poi un altro botto.

E un altro.

Una ventina di minuti dopo sentii Francesca gridare.

Non un richiamo normale.

Un urlo.

«LUCA?»

Le conversazioni si fermarono.

«LUCA!»

Lei uscì dalla casa.

«Non è dentro!»

Il padre controllò il garage.

Qualcuno guardò dietro le auto.

Un vicino corse verso la strada principale.

«Il cancelletto sul retro è aperto!»

In meno di un minuto il quartiere intero era diventato un caos.

Tutti chiamavano Luca.

Tutti correvano.

Tutti davano ordini.

Io guardai Argo.

Era fermo vicino alla mia recinzione.

Orecchie alte.

Corpo teso.

Non stava guardando le persone.

Guardava il piccolo sentiero dietro le case, quello che attraversava un tratto di bosco e arrivava fino al canale.

Fece un solo abbaio.

Secco.

Diverso da qualunque suono gli avessi sentito fare.

Mi si gelò il sangue.

Aprii il cancello.

«Argo.»

Lui partì.

Non correva.

Non poteva più.

Ma avanzava con una determinazione che non gli avevo mai visto.

Zoppicava.

Annusava.

Proseguiva.

«Seguite Argo!» urlai.

Qualcuno mi guardò come se fossi impazzita.

Francesca no.

Lei corse.

Io dietro al cane.

Passammo attraverso i rovi.

Superammo un piccolo fosso.

Argo si fermava pochi secondi, poi ripartiva.

Più entravamo nel bosco, più la luce diminuiva.

«Luca!»

Nessuna risposta.

Poi Argo cambiò direzione.

Verso il canale.

Il terreno diventava scivoloso.

Arrivammo vicino a una scarpata fangosa.

Argo si sdraiò a terra.

Cominciò a guaire.

Guardai sotto.

Luca era alcuni metri più in basso.

Si era fermato tra alcune radici.

Era terrorizzato.

Si copriva le orecchie e si dondolava.

Sotto di lui, il terreno scendeva ancora verso l’acqua.

«Luca! Non muoverti!»

Lui non reagì.

Francesca urlò il suo nome.

Il bambino fece un movimento brusco.

Un pezzo di terra cedette.

Argo scivolò giù.

«ARGO!»

Non lo avevo comandato.

Nessuno lo aveva comandato.

Il vecchio cane affondò le zampe nel fango e raggiunse Luca.

Si mise davanti a lui.

Tra il bambino e la parte più ripida della scarpata.

Poi fece una cosa che ancora oggi non riesco a raccontare senza sentire un nodo alla gola.

Non abbaiò forte.

Emise un piccolo suono.

Quasi un richiamo.

Luca alzò gli occhi.

Vide Argo.

Allungò le braccia.

Afferrò il pelo del suo collo.

Argo piantò le zampe.

Quelle zampe che al rifugio erano considerate un costo.

Quelle anche rovinate.

Quel corpo giudicato troppo vecchio.

Diventò un’ancora.

Il padre di Luca e altri due uomini riuscirono a scendere con cautela.

Prima sollevarono il bambino.

Poi provammo a far risalire Argo.

Quando finalmente tornammo sulla strada, Luca venne controllato dai soccorritori.

Francesca lo stringeva.

Piangeva.

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