Il vecchio Bruno era cieco e quasi dimenticato, ma una notte trovò Marta senza che nessuno lo guidasse

Aveva quattordici anni, era cieco e lo avevano riportato al canile: poi attraversò il salotto nel buio e trovò proprio lei, senza sbagliare

«Non aspettatevi miracoli.»

Il veterinario del canile lo disse piano, quasi vergognandosi.

Bruno era sdraiato in fondo al box, con il muso appoggiato sulle zampe e gli occhi coperti da quella patina biancastra che non seguiva più né una mano né una luce.

Quattordici anni.

Un pitbull anziano, quasi completamente cieco, le zampe rigide e il corpo pesante di chi aveva passato troppo tempo ad aspettare.

Sul foglio appeso alla cartella c’erano poche parole.

“Cecità avanzata.”

“Bassa energia.”

“Dorme quasi tutto il giorno.”

E, sotto, una frase scritta dopo l’ultimo affidamento:

“Restituito. Richiede troppe attenzioni.”

Quella frase fece più male di tutte le altre.

Non mordace.

Non aggressivo.

Non ingestibile.

Solo troppo impegnativo.

Troppo vecchio.

Troppo lento.

Troppo poco conveniente per una vita che ormai pretende che tutto funzioni subito.

Marta rimase davanti alla rete senza parlare.

Aveva sessantadue anni, i capelli già quasi tutti grigi e quel modo di stringere le labbra che suo marito Carlo conosceva bene.

Era il modo in cui tratteneva le lacrime quando non voleva farsi vedere.

«Non possiamo salvarli tutti», mormorò Carlo.

Non lo disse per convincere lei.

Lo disse per convincere se stesso.

A sessantasei anni aveva imparato che certe decisioni costano più di quanto sembri.

Avevano già una casa piccola.

Una pensione normale.

Una figlia che viveva a Bologna e telefonava la sera quando riusciva.

Due nipoti che vedevano troppo poco.

E il loro vecchio quartiere, alle porte di Modena, non era più quello di trent’anni prima.

Una volta le porte rimanevano socchiuse.

Le sedie comparivano davanti ai portoni in primavera.

Se una signora non usciva per due giorni, qualcuno bussava.

Adesso ognuno aveva fretta.

Citofoni.

Cancelli.

Pacchi lasciati sulle scale.

Persone che abitavano sullo stesso pianerottolo e si salutavano appena.

Marta guardò ancora Bruno.

Lui non sollevò nemmeno la testa.

«Non voglio salvarlo», disse.

Carlo si voltò.

«Voglio solo che non finisca qui.»

Fu così che lo portarono a casa.

Non per regalargli una nuova vita.

Almeno, questo raccontavano a se stessi.

Lo portarono a casa per offrirgli una fine tranquilla.

Qualche giorno.

Forse qualche settimana.

Un cuscino morbido.

Una ciotola piena.

Una voce umana vicina.

Niente più cemento freddo.

Niente più porte che si aprivano soltanto per richiudersi.

Prima del suo arrivo, Marta trasformò mezzo salotto.

Spostò il tavolino basso.

Arrotolò il tappeto con gli angoli sollevati.

Mise una cuccia ortopedica accanto al termosifone, ma non troppo vicino.

La ciotola dell’acqua finì sempre nello stesso punto, vicino alla parete.

«Non spostiamola mai», disse a Carlo.

«Se non vede, almeno può imparare dove sono le cose.»

Carlo costruì una piccola pedana di legno per il gradino che portava alla cucina.

Ci mise tutto il pomeriggio.

«Per un cane che magari resterà dieci giorni», commentò Marta.

Lui si strinse nelle spalle.

«Allora per dieci giorni avrà una pedana fatta bene.»

Quando arrivarono, Bruno non entrò davvero in casa.

Fu la casa ad accoglierlo centimetro dopo centimetro.

Carlo teneva il guinzaglio morbido.

Marta camminava accanto a lui, parlando piano.

«Qui non c’è fretta, vecchio mio.»

Bruno appoggiava una zampa.

Aspettava.

Muoveva il muso.

Poi ne appoggiava un’altra.

Ogni passo sembrava una domanda.

Il pavimento era diverso da quello del canile.

L’odore era diverso.

Il rumore del frigorifero.

Il ticchettio dell’orologio.

Il termosifone.

La finestra che vibrava leggermente quando passava l’autobus in fondo alla strada.

Tutto nuovo.

Tutto invisibile.

Quando arrivò alla cuccia, Bruno fece un solo giro su se stesso.

Poi si lasciò cadere.

E dormì.

Dormì per ore.

Quel sonno impressionò Marta.

Non era agitato.

Non muoveva le zampe.

Non guaiva.

Non sembrava nemmeno sognare.

Era un sonno profondo, pesante.

Come se il suo corpo avesse aspettato per anni il permesso di smettere di stare all’erta.

La prima notte Marta si svegliò tre volte.

Alle due.

Alle quattro meno un quarto.

Alle cinque e venti.

Scendeva in salotto in pantofole, accendeva appena la luce del corridoio e controllava che il petto di Bruno si muovesse.

Sempre uguale.

Su.

Giù.

Lento.

«Morirà nel sonno», pensava.

La cosa la spaventava e la rassicurava insieme.

Almeno non sarebbe morto solo.

I primi giorni passarono quasi senza eventi.

Bruno mangiava soltanto quando Marta portava la ciotola vicino al muso.

Beveva se Carlo gli faceva sentire l’acqua con le dita.

Non cercava carezze.

Non cercava compagnia.

Se qualcuno gli toccava la schiena all’improvviso, il corpo si irrigidiva per un istante.

Poi tornava immobile.

«Forse non gli siamo simpatici», scherzò Carlo una sera.

Marta non rise.

«Forse non si ricorda più cosa significa fidarsi.»

La domenica successiva arrivarono la figlia Elena e i nipoti.

Come ogni famiglia italiana che insiste a definirsi semplice, portarono cibo sufficiente per sfamare una squadra di calcio.

Lasagne.

Pollo arrosto.

Patate.

Una torta fatta da Elena.

Carlo mise il tavolo grande.

Marta tirò fuori la tovaglia buona, quella con una piccola macchia di vino che ormai nessun lavaggio riusciva più a togliere.

Bruno rimase nella sua cuccia.

Il profumo del pranzo riempì la casa.

Le voci pure.

«Mamma, ma davvero avete preso un cane di quattordici anni?» disse Elena.

«Davvero.»

«E cieco.»

«Sì.»

«E malato.»

Marta posò una forchetta.

«Elena, se vuoi arrivare al punto, arrivaci.»

La figlia abbassò la voce.

«Non avete più trent’anni.»

Carlo intervenne.

«Per fortuna.»

«Papà, non sto scherzando. Se poi ha bisogno di cure? Se cade? Se non riuscite a gestirlo?»

Marta guardò verso la cuccia.

Bruno sembrava dormire.

«Ha bisogno di un posto tranquillo.»

«E voi avete bisogno di stare tranquilli.»

«Una cosa non esclude l’altra.»

Elena sospirò.

Era preoccupazione, non cattiveria.

Ma a una certa età anche la preoccupazione degli altri comincia ad assomigliare a un ordine.

Non fare questo.

Non andare lì.

Non guidare di sera.

Non prendere animali.

Non spendere soldi.

Non stancarti.

Come se dopo i sessanta ogni gesto dovesse essere autorizzato da chi ne ha quaranta.

«Gli hanno già detto una volta che era troppo», disse Marta. «Non glielo dico anch’io.»

La conversazione finì lì.

O almeno sembrò.

Poi successe una cosa minuscola.

Elena stava raccontando qualcosa del lavoro.

Non parlava a Bruno.

Non lo chiamava.

Disse semplicemente:

«Alla fine ho preso il treno delle sei.»

Dalla cuccia, l’orecchio destro del cane si mosse.

Una volta sola.

Marta lo vide.

«Avete visto?»

Tutti si girarono.

Bruno era immobile.

«Cosa?» chiese Carlo.

«L’orecchio.»

Elena sorrise.

«Mamma, è un cane. I cani muovono le orecchie.»

«No. Ha ascoltato.»

«Va bene.»

Ma Marta continuò a guardarlo.

Il giorno dopo provò.

Si sedette a due metri dalla cuccia con il suo lavoro a maglia.

Niente televisione.

Niente radio.

Solo il rumore dei ferri.

«Bruno.»

Nessuna reazione.

Aspettò.

«Bruno.»

L’orecchio si mosse.

Marta smise di lavorare.

«Carlo.»

Dal corridoio arrivò la voce del marito.

«Che c’è?»

«Vieni.»

«Sto sistemando—»

«Vieni e basta.»

Carlo comparve con un cacciavite in mano.

«Parlagli.»

«Cosa gli dico?»

«Qualunque cosa.»

Carlo guardò il cane.

«Bruno, se vuoi saperlo, tua madre adottiva è diventata matta.»

Il cane sollevò appena il muso.

Marta spalancò gli occhi.

Carlo pure.

Rimasero in silenzio.

Bruno abbassò di nuovo la testa.

«L’ha fatto», sussurrò Marta.

«Sì.»

«L’hai visto.»

«Sì.»

Da quel momento cominciarono a osservare davvero.

Prima avevano guardato Bruno come si guarda qualcuno che sta per andare via.

Con delicatezza.

Con tristezza.

Senza aspettarsi nulla.

Adesso iniziarono a vedere dettagli.

Quando Carlo attraversava il salotto con le sue vecchie ciabatte, Bruno inclinava la testa.

Quando Marta apriva il cassetto delle posate, un orecchio si alzava.

Quando qualcuno apriva la porta del balcone, Bruno annusava l’aria.

Sentiva il cambiamento.

La corrente.

Gli odori della strada.

Il pane del forno all’angolo.

Il sugo della signora Teresa al piano terra.

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