L’umidità del cortile.
Il motorino del ragazzo del numero sette.
Un mondo senza immagini stava tornando a riempirsi.
Solo che parlava un’altra lingua.
Al settimo giorno, Bruno si alzò da solo.
Carlo era in cucina.
Marta stava piegando delle lenzuola.
Sentirono il rumore delle unghie sul pavimento.
Tac.
Silenzio.
Tac.
Marta si affacciò.
Bruno era in piedi.
Le zampe posteriori tremavano leggermente.
Il muso era sollevato.
«Non muoverti», sussurrò Carlo.
«Perché?»
«Non lo so.»
Bruno fece un passo.
Poi un altro.
Arrivò alla parete.
La sfiorò con il fianco.
Si fermò.
Annusò.
Tornò indietro.
Quella sera fece tre metri.
Il giorno seguente arrivò alla ciotola dell’acqua senza aiuto.
Due giorni dopo trovò la pedana della cucina.
Sbagliava ancora.
Urtava una sedia.
Si fermava davanti a un mobile.
Una volta entrò nel piccolo ripostiglio e rimase lì, dignitosissimo, come se avesse sempre desiderato visitarlo.
Ma imparava.
Contava le distanze con il corpo.
Memorizzava i rumori.
Riconosceva le superfici.
Il tappeto sotto le zampe significava salotto.
Le mattonelle più fredde significavano cucina.
Il piccolo spiffero significava ingresso.
Il profumo del caffè significava mattina.
E le ciabatte di Carlo significavano che qualcuno era vicino.
La notizia del cane cieco cominciò a circolare nel quartiere.
Non perché Marta avesse raccontato chissà cosa.
In certe strade italiane le notizie non hanno bisogno di essere raccontate.
Passano dai balconi.
Dal forno.
Dalla farmacia.
Dalla fila per comprare il prosciutto.
«Ho saputo che avete preso un cane vecchissimo», disse Teresa incontrando Marta davanti al portone.
«Vecchissimo no.»
«Quattordici anni.»
«Appunto. Io ne ho sessantadue e non mi sento vecchissima.»
Teresa la guardò.
«Parlavo del cane.»
«Anch’io.»
Da quel giorno Teresa cominciò a lasciare un sacchettino di biscotti per cani davanti alla porta.
Senza biglietto.
Marta sapeva benissimo chi fosse.
Il fornaio dell’angolo regalò a Carlo un vecchio tappetino spesso.
«Magari gli serve per capire dove finisce il corridoio.»
Il signor Renato, vedovo, settantacinque anni, che da quando era morta sua moglie parlava quasi soltanto con il giornalaio, passò una sera.
«Posso vederlo?»
«Certo.»
Renato entrò.
Bruno dormiva.
L’uomo si sedette senza avvicinarsi.
Restò lì venti minuti.
Quando se ne andò disse soltanto:
«Capisce molto più di quanto sembra.»
Carlo annuì.
«Anche certe persone.»
Cominciarono così le visite.
Brevi.
Silenziose.
Non venivano per compatire Bruno.
Venivano perché stare accanto a lui faceva qualcosa anche a loro.
Una signora che viveva sola portava un asciugamano.
Un ragazzo del piano di sopra si offrì di sistemare meglio la pedana.
Teresa arrivò con una coperta che sosteneva fosse vecchia, anche se aveva ancora l’etichetta del negozio.
Marta non disse niente.
Aveva capito.
Bruno, quello considerato “troppo impegnativo”, stava facendo una cosa strana.
Stava rimettendo in contatto persone che abitavano a trenta metri l’una dall’altra e non si parlavano davvero da anni.
Poi arrivò quella notte.
Una sera normalissima.
Carlo leggeva il giornale.
Marta era sul divano con una coperta sulle gambe.
La televisione era spenta.
Dopo cena avevano imparato a lasciarla spenta più spesso.
Bruno dormiva dall’altra parte della stanza.
Renato era passato per un caffè ed era rimasto seduto sulla poltrona vicino alla finestra.
Parlavano poco.
A una certa età le amicizie migliori hanno lunghi momenti in cui nessuno deve riempire il silenzio.
A un tratto Bruno si alzò.
Marta lo vide con la coda dell’occhio.
Non disse nulla.
Il cane sollevò il muso.
Ruotò lentamente la testa verso il divano.
Poi cominciò a camminare.
Non verso il muro.
Non verso la ciotola.
Non lungo uno dei percorsi che aveva imparato.
Attraversò il centro del salotto.
La parte più aperta.
Quella senza riferimenti vicini.
Un passo.
Due.
Tre.
Carlo abbassò il giornale.
Renato rimase immobile.
Marta trattenne il fiato.
Nessuno chiamò Bruno.
Nessuno batté una mano.
Nessuno lo guidò.
Eppure il cane continuò dritto verso di lei.
Arrivò davanti al divano.
Si fermò.
Fece mezzo passo ancora.
Poi appoggiò lentamente la testa contro il ginocchio di Marta.
Esattamente lì.
Non contro il mobile.
Non contro il bordo del divano.
Non vicino.
Proprio sul suo ginocchio.
Marta lasciò cadere il lavoro a maglia.
Carlo abbassò completamente il giornale.
Renato si passò una mano sugli occhi.
Bruno rimase fermo.
Il peso del suo muso era caldo.
Leggero.
Fiducioso.
Marta posò una mano dietro le sue orecchie.
Il cane sospirò.
Non era il sospiro profondo dei primi giorni.
Quello del corpo stanco che vuole scomparire.
Era diverso.
Sembrava il sospiro di chi finalmente ha trovato qualcuno.
«Ma come hai fatto?» mormorò Marta.
Bruno non poteva rispondere.
Forse aveva sentito il suo respiro.
Forse il fruscio della coperta.
Forse conosceva ormai il suo odore.
Forse aveva imparato la distanza.
Non importava.
Quella sera nessuno riuscì più a pensare a lui come a un cane che stava soltanto aspettando di morire.
La mattina dopo fece qualcosa di ancora più strano.
Marta scese alle sei e quaranta.
Di solito trovava Bruno nella cuccia.
Quella mattina era in corridoio.
In piedi.
Rivolto verso la porta d’ingresso.
«Cosa ci fai lì?»
Bruno mosse appena la coda.
Poi arrivò un rumore dall’altra parte.
Tre colpi leggeri.
Toc.
Toc.
Toc.
Marta aprì.
Era Renato.
Aveva gli occhi rossi.
«Scusa l’ora.»
«È successo qualcosa?»
L’uomo guardò Bruno.
«Oggi sono cinque anni che è morta Anna.»
Marta non disse niente.
Renato entrò.
Si sedette sulla sedia dell’ingresso e abbassò la testa.
«Mi sono svegliato e la casa sembrava più vuota del solito.»
Bruno fece qualche passo.
Arrivò davanti a lui.
Poi, nello stesso modo della sera precedente, gli appoggiò il muso sulla gamba.
Renato rimase immobile.
Le mani gli tremarono.
«Non mi conosce quasi», sussurrò.
Marta si appoggiò alla parete.
«Forse ti conosce abbastanza.»
L’uomo cominciò a piangere.
Senza rumore.
Quel pianto trattenuto che appartiene spesso agli uomini cresciuti in anni in cui si diceva che bisognava essere forti.
Bruno non si mosse.
Rimase lì finché Renato non gli posò una mano sulla testa.
Da quella mattina le cose cambiarono ancora.
Renato cominciò a passare tutti i giorni.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





