Aveva circa dodici anni.
Due stampelle.
Il pantalone sinistro ripiegato sotto il ginocchio.
Teresa sbiancò.
«Sono i Rinaldi.»
«Chi?»
«Te ne avevo parlato.»
«No.»
«Te ne ho parlato tre volte.»
«Allora non ascoltavo.»
«Quello lo sapevo.»
Il ragazzo si chiamava Matteo.
Sua madre, Laura, raccontò che aveva perso parte della gamba sinistra dopo un incidente agricolo nella proprietà di uno zio.
Un anno di interventi.
Riabilitazione.
Adulti che continuavano a chiamarlo “coraggioso”.
Professori che lo trattavano come se potesse rompersi.
Sconosciuti che gli dicevano quanto fosse “d’ispirazione”.
Matteo aveva smesso di sopportarlo.
Poi Laura aveva letto la storia di Sofia.
Aveva pensato che forse un posto pieno di cavalli feriti potesse essere più sincero di un’altra sala d’attesa.
Giacomo li accompagnò nella stalla.
Matteo si fermò davanti ai box.
Vide una cavalla con un occhio velato.
Un pony anziano quasi cieco.
Un mulo con una spalla deformata.
Una cavalla sauro piena di cicatrici.
«Sono tutti arrivati qui rotti?» chiese.
«Quasi tutti.»
«Lo sanno?»
«Cosa?»
«Che sono quelli che gli altri non volevano.»
Giacomo si appoggiò a un palo.
«I cavalli non perdono tempo a pensare a quello che gli altri pensano di loro.»
Matteo rimase in silenzio.
Quella frase sembrò piacergli.
Si fermò davanti a Brina, una vecchia cavalla dal carattere impossibile.
Lei appiattì le orecchie.
Matteo la guardò.
«Se mi mordi, almeno non fare finta che sia per il mio bene.»
Giacomo trattenne un sorriso.
Brina allungò il muso.
Sbuffò contro la manica del ragazzo.
Non morse.
«Interessante», mormorò Giacomo.
Poco dopo arrivò la presidente della fondazione.
Vittoria Serra.
Sessantacinque anni.
Capelli d’argento.
Cappotto elegante.
Lo sguardo di una donna abituata a entrare in una stanza sapendo già quale fosse il prezzo di quasi tutto.
«Signor Bardi.»
Gli porse una mano.
Giacomo non la prese.
Vittoria la ritirò senza offendersi.
«Voglio salvare questo posto.»
«Volete trasformarlo in una bella fotografia.»
«Vogliamo farne un luogo accessibile per famiglie che oggi non hanno niente del genere.»
«Sofia aveva bisogno di un cavallo. Non di un centro con il suo nome.»
Vittoria lo osservò.
«Mio figlio è morto a quattordici anni.»
Giacomo tacque.
«Dopo la sua morte ho passato anni a raccogliere soldi. Pensavo che se avessi costruito abbastanza cose nel suo nome, la sua assenza avrebbe avuto un senso.»
Il suo sguardo si abbassò.
«So benissimo quanto sia facile confondere la memoria con la vetrina.»
Per la prima volta Giacomo non vide una donna d’affari.
Vide una madre.
«Mi dispiace.»
«Anche a me.»
Poi Vittoria tornò al punto.
«Ma il dolore che non aiuta nessuno rischia di diventare solo un monumento.»
«E voi volete costruirne uno.»
«Voglio evitare che questo posto chiuda.»
Giacomo indicò la collina.
«Non spostate Nerone.»
«La collina è il punto centrale del progetto.»
«Allora cambiate progetto.»
«Non è così semplice.»
Matteo, che aveva ascoltato tutto, intervenne.
«È sempre semplice quando non è la vostra tomba.»
Laura impallidì.
«Matteo.»
Lui continuò.
«Metterete la faccia della bambina sui depliant?»
Vittoria lo guardò.
«Solo con il consenso della famiglia.»
«E sulle tazze?»
«No.»
«Sulle magliette?»
«No.»
Matteo alzò una spalla.
«È quello che dicono tutti prima di iniziare a vendere roba.»
Giacomo tossì per nascondere una risata.
Vittoria invece non si arrabbiò.
«Hai ragione a diffidare.»
Matteo sembrò quasi infastidito dalla risposta.
Prima che potesse replicare, il veterinario uscì di corsa dalla stalla.
«Giacomo! Vieni.»
Era Stella.
Una vecchia cavalla sauro che Sofia aveva conosciuto durante una delle sue visite.
Era a terra.
Sudava.
Si rigirava per il dolore.
Dopo un’ora, il veterinario pronunciò le parole che nessuno voleva sentire.
«Serve un intervento.»
«Quanto?»
Il medico esitò.
Giacomo capì.
Una cifra che il centro non aveva.
Teresa lo prese da parte.
«Firmiamo.»
«Non adesso.»
«Proprio adesso.»
«Teresa.»
«Giacomo, possiamo salvarla.»
Lui guardò Stella.
Poi guardò Vittoria.
Poi la collina.
Una tomba.
Trentadue vite.
Adesso una di quelle vite stava soffrendo davanti ai suoi occhi.
Giacomo salì da solo verso la quercia.
Si sedette accanto alla tomba di Nerone.
Da lassù vedeva tutto quello che aveva costruito in trent’anni.
Steccati riparati cinque volte.
Tetti rattoppati.
Vecchi secchi.
Porte storte.
Niente era bello.
Quasi niente era nuovo.
Ma tutto era vivo.
Aveva sempre pensato che la vita gli avrebbe presentato scelte tra bene e male.
Invece le scelte peggiori erano quelle tra due cose giuste.
Mantenere una promessa.
Salvare chi respirava ancora.
Sentì il rumore delle stampelle sull’erba.
Matteo arrivò ansimando.
«Tua madre sa che sei qui?»
«Probabilmente.»
«Non è una risposta.»
«È quella che ho.»
Si sedette a qualche metro dalla tomba.
«Questo è Nerone?»
«Sì.»
Matteo guardò la terra.
«La gente ha condiviso tantissimo quella storia.»
«Lo so.»
«Gli piaceva troppo.»
Giacomo aggrottò la fronte.
«Che significa?»
Matteo guardò la propria gamba.
«Quando perdi un pezzo del corpo, gli adulti diventano strani.»
Giacomo non disse niente.
«Se fai una cosa normale, dicono che sei incredibile. Se ti arrabbi, dicono che devi essere positivo. Se piangi, ti guardano come se avessero paura di rompersi anche loro.»
Inspirò.
«Alla gente piacciono i bambini rotti quando li fanno sentire brave persone.»
Quelle parole non appartenevano a un dodicenne.
O forse sì.
«Io ho fatto una promessa a Sofia», disse Giacomo.
«Allora mantienila.»
«E Stella?»
Matteo ci pensò.
«Fatti dare i soldi senza dargli la tomba.»
«Pensi che non ci abbia provato?»
«Gli adulti dicono sempre che ci sono solo due scelte.»
Matteo lo guardò dritto negli occhi.
«Di solito significa che non ne vogliono cercare una terza.»
Quando Giacomo tornò nell’ufficio era quasi buio.
Il contratto era sul tavolo.
Teresa gli mise davanti la penna.
«Stella deve partire entro un’ora.»
Giacomo prese la penna.
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