La cagna leccava ogni giorno lo stesso angolo vuoto: quando tornò la sua cucciola, tutti capirono perché

Il 18 veniva usato per visitare i cuccioli perché l’ambulatorio interno era pieno.

Uno alla volta, i piccoli passavano attraverso lo sportello.

Venivano pesati.

Controllati.

E restituiti alla madre dallo stesso punto.

Luna li annusava tutti al ritorno.

Uno.

Due.

Tre.

Fino a sette.

Pepe venne visitata per ultima.

Respirava male.

Il latte usciva da una narice.

Il veterinario ascoltò il torace e disse subito:

“Questa deve andare in clinica.”

Prima che la portassimo via, Luna la pulì.

Il mento bianco.

Il collo.

Le quattro zampe.

La pancia.

Poi mise la zampa sinistra accanto al suo corpo.

Pepe fu sollevata.

Passò attraverso lo sportello.

Venne messa nel trasportino nel box 18.

E sparì dal corridoio.

Dieci minuti dopo Luna entrò nel box vuoto.

Andò dove era stato appoggiato il trasportino.

E cominciò a leccare.

Pensammo fosse caduto del latte.

Non era vero.

A quell’ora nessuno aveva ancora aperto una bottiglietta.

La sera, Luna mangiò metà della sua ciotola.

Controllò i sette cuccioli.

Poi tornò nel box 18.

Leccò lo stesso punto.

Alle 21:13 lo fece ancora.

Una volontaria ebbe un’idea.

Le portò il berretto di lana con cui Pepe era stata trasportata dal seminterrato.

Luna lo annusò.

Lo prese piano tra i denti.

Lo portò sul quadrato.

Poi si sdraiò con la zampa sinistra appoggiata sopra.

Pepe sopravvisse alla prima notte.

Ma ne sarebbero servite altre venticinque.

I primi giorni furono una guerra fatta di piccoli numeri.

Saturazione.

Temperatura.

Grammi di peso.

Millilitri di latte.

Chi ha superato i cinquant’anni conosce bene quella sensazione.

La vita, a un certo punto, smette di essere fatta di grandi progetti.

Diventa fatta di telefonate.

“Come sta oggi?”

“Ha mangiato?”

“La febbre è scesa?”

“Il medico cosa dice?”

Ogni mattina telefonavamo alla clinica.

A volte mettevo il viva voce vicino al box di Luna.

Quando Pepe emetteva un piccolo verso dall’altra parte del telefono, le orecchie della madre si muovevano.

Poi Luna controllava gli altri sette.

Sempre nello stesso ordine.

Il più grosso.

Quella con due zampette bianche.

Quello con la coda leggermente storta.

E così via.

Alla fine arrivava a uno spazio vuoto vicino alla zampa sinistra.

Lo annusava due volte.

Poi attraversava lo sportello.

E leccava il quadrato.

All’inizio ci sembrava dolore.

Poi ansia.

Infine un disturbo.

Perché anche nei posti pieni di buone intenzioni esistono orari, turni e procedure.

Il pavimento va lavato.

Le ciotole vanno cambiate.

Le schede devono essere compilate.

Quando un animale ripete qualcosa che intralcia la routine, quella cosa rischia di diventare subito “un problema”.

Ma Luna non aveva problemi da nessun’altra parte.

Camminava tranquilla.

Non difendeva il cibo.

Si lasciava visitare.

Accettava uomini, donne e anche due ragazzi che venivano a fare volontariato con i genitori.

Solo quel quadrato non si poteva toccare.

Un giorno un addetto spruzzò il disinfettante.

Luna si infilò sotto lo sportello semiaperto e coprì il punto con il petto.

Non ringhiò.

Non cercò di mordere.

Semplicemente non si spostò.

Dovemmo accompagnarla fuori.

Quando il pavimento fu risciacquato, Luna tornò dentro.

Leccò quel punto per quasi cinquanta minuti.

Scrissi sul mio quaderno una frase che non ebbi il coraggio di mettere sulla scheda ufficiale.

“Non sta pulendo il pavimento. Sta rimettendo qualcosa che noi continuiamo a cancellare.”

All’epoca mi sembrava quasi una sciocchezza.

Ora so che era la prima cosa giusta che avevo capito.

Pepe, intanto, aprì gli occhi.

Uno era velato.

L’altro seguiva appena i movimenti.

L’infezione dei primi giorni aveva compromesso in parte la vista.

Non sapevamo ancora quanto.

Luna, naturalmente, non poteva saperlo.

O almeno così pensavamo.

Verso il diciassettesimo giorno, i cuccioli sani cominciarono ad andare in affido temporaneo.

Due alla volta.

Luna li annusava prima che uscissero.

Poi controllava gli spazi vuoti.

Non correva dietro alle porte.

Non impazziva.

Sembrava capire che alcuni figli stavano crescendo e prendendo un’altra strada.

È una scena che molte madri italiane conoscono senza bisogno di spiegazioni.

La valigia vicino alla porta.

Il figlio che parte per Milano.

La figlia che va a vivere con il compagno.

La stanza che resta ordinata per mesi, come se qualcuno potesse tornare da un momento all’altro.

Luna lasciava andare i suoi piccoli.

Ma il quadrato lo leccava ancora.

Quella partenza, evidentemente, per lei era diversa.

I cuccioli affidati erano usciti da una porta.

Pepe era passata attraverso lo sportello.

E da lì non era mai tornata.

Il ventiquattresimo giorno facemmo un esperimento.

Mettemmo nel box 18 tre pezzi di stoffa.

Uno con l’odore di Luna.

Uno con quello dell’unico cucciolo rimasto con lei.

Uno pulito.

Luna li ignorò.

Poi la clinica ci mandò una garza che era stata sotto Pepe durante una poppata.

La posammo a due metri dal quadrato.

Luna entrò.

La prese.

La portò accanto allo sportello.

La posò sul punto.

Leccò la garza.

Poi il cemento.

Poi la propria zampa sinistra.

Il veterinario rimase a guardare.

“Questo non è casuale.”

“E allora cos’è?”

Scosse la testa.

“Non lo so.”

A volte la risposta più difficile da accettare non è una brutta diagnosi.

È ammettere che non hai ancora capito.

Il giorno dopo, in clinica, fecero un altro test.

Pepe venne messa da un lato di una stanza tranquilla.

Dall’altro misero una garza ospedaliera.

La cucciola non si mosse.

Poi usarono un pezzo di stoffa che Luna aveva leccato.

Pepe alzò il naso.

Percorse meno di un metro in più di due minuti.

Ripeterono il test.

Stesso risultato.

La mattina successiva, alle 10:32, squillò il telefono.

“Non pulite quel punto.”

“Perché?”

“Pepe torna a casa.”

Alle 16:55 Luna si alzò.

Mancavano più di quindici minuti all’arrivo previsto.

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