I cuccioli finirono nella vaschetta, avvolti nei teli.
La madre fu sistemata sul sedile posteriore, con la testa vicino a loro.
A ogni curva sollevava il muso.
Controllava.
Otto chilometri prima della clinica, il cucciolo più piccolo smise di respirare.
Lucia gridò.
Ci fermammo tutti sul ciglio.
Sei motociclisti e una signora con il grembiule attorno a un animale grande quanto una mano.
Lo strofinai con un telo tiepido.
Lucia pulì delicatamente la bocca con una piccola siringa senza ago.
Paolo restò dietro di noi.
Le sue mani, capaci di sollevare un motore da terra, sembravano improvvisamente inutili.
«Non mollare.»
La lingua del cucciolo era grigiastra.
Continuai.
Dieci secondi.
Venti.
Poi il torace ebbe uno scatto.
Uscì un respiro sottilissimo.
Paolo si voltò e si passò entrambe le mani dietro il collo.
La clinica li prese immediatamente.
Una giovane veterinaria mi chiese:
«È lei il proprietario?»
«No.»
«Chi li ha trovati?»
Guardai i miei amici nella sala d’attesa.
Giubbotti di pelle.
Barbe grigie.
Caschi sul pavimento.
Lucia in mezzo a noi con il grembiule del negozio.
«Veramente è stata lei a trovare noi.»
La veterinaria tornò circa quaranta minuti dopo.
La madre era molto disidratata.
Aveva febbre alta, cuscinetti lesionati e valori renali preoccupanti.
Tre piccoli erano deboli ma stabili.
Gli altri due erano in incubatrice.
Potevano farcela.
La dottoressa ci mostrò poi il localizzatore.
Il numero esterno era stato cancellato.
Ma aprendolo, un tecnico aveva trovato un secondo codice inciso all’interno.
Attraverso il registro del produttore si risalì a un centro privato situato tra le colline, diversi chilometri a nord.
Ufficialmente si occupava di studi sul comportamento animale e sull’orientamento in ambienti rurali.
La cagna risultava registrata come C-17.
Non aveva un nome.
Solo una sigla.
Tre anni.
Femmina.
Meticcia da pastore.
Utilizzata per prove di orientamento e ricerca olfattiva.
Sul registro risultava “allontanata accidentalmente” nove giorni prima.
Nove giorni.
I cuccioli avevano all’incirca la stessa età.
La veterinaria chiamò il numero indicato.
Un uomo rispose.
Lei spiegò che avevano ritrovato la cagna viva insieme a cinque neonati.
Ci fu silenzio.
Poi l’uomo disse:
«Dovete restituire l’animale insieme a tutto il materiale associato.»
Paolo sollevò la testa.
«Materiale?»
L’uomo lo sentì.
«Chi parla?»
La veterinaria rispose:
«Le persone che hanno impedito alla cagna e ai cuccioli di morire.»
«L’animale appartiene alla struttura. Trattenerlo potrebbe creare problemi legali.»
Dietro il vetro, la madre dormiva con una flebo.
Anche nel sonno aveva curvato il corpo verso l’incubatrice.
La veterinaria chiese perché nessuno avesse denunciato la scomparsa ai servizi locali o ai rifugi della zona.
La chiamata si interruppe.
Neanche mezz’ora dopo arrivò un furgone bianco.
Scesero due uomini.
Uno portava un lungo bastone con un laccio all’estremità, uno strumento normalmente usato per contenere animali difficili.
La madre lo vide attraverso il vetro.
Provò immediatamente ad alzarsi.
La flebo tirò.
Con le zampe fasciate, si trascinò davanti ai cuccioli.
Non abbaiò.
Ma il suo corpo disse tutto.
L’uomo indicò la gabbia.
«È C-17.»
La veterinaria gli si mise davanti.
«Perché avete portato quello?»
«Può essere imprevedibile.»
La cagna non riusciva a restare in piedi più di tre secondi.
Eppure trovò la forza di mettersi fra quell’uomo e i suoi cuccioli.
Mi affiancai alla veterinaria.
Poi Paolo.
Poi Marco.
Poi Stefano.
Uno dopo l’altro riempimmo il corridoio.
L’uomo ci guardò.
«La proprietà è nostra.»
La veterinaria sollevò la busta con il localizzatore.
«Allora potrete spiegare alle autorità perché il numero esterno è stato cancellato.»
Gli occhi dell’uomo andarono subito al dispositivo.
Solo per un attimo.
Bastò.
La clinica chiamò le autorità provinciali.
I due uomini se ne andarono prima dell’arrivo degli agenti.
Quella sera rimasi seduto per terra davanti alla gabbia.
La cagna seguiva ogni infermiere che entrava nella stanza dei cuccioli.
Ignorava il cibo.
Quando avvicinavano l’incubatrice, mangiava.
Le offrii un pezzo di pollo bollito attraverso le sbarre.
Annusò le dita.
Prese il boccone.
Poi appoggiò una zampa contro la porta metallica.
La fasciatura lasciò un piccolo segno umido.
«Ti chiamerò Siena», dissi.
Perché il suo pelo aveva il colore della terra toscana d’estate.
Mi convinsi che sarebbe stato soltanto un nome provvisorio.
Mi sbagliavo.
Nei due giorni successivi i piccoli migliorarono.
Il maschio più scuro cominciò a scavalcare i fratelli.
Una femminuccia color miele squittiva ogni volta che si apriva la porta.
Il più piccolo, quello che aveva smesso di respirare durante il viaggio, dormiva sempre con il muso contro la zampa della madre.
Paolo lo battezzò Grillo.
«Perché fa poco rumore», spiegò, «ma quando decide di farsi sentire, lo senti.»
Quel nome non fu mai provvisorio.
Due giorni dopo, un tecnico riuscì a scaricare i dati residui del localizzatore.
La traccia apparve come una linea sulla mappa.
Partiva dal centro privato.
Scendeva per molti chilometri verso il leccio dove avevamo trovato la scatola.
Poi tornava verso nord.
Infine, ore dopo, ridiscendeva nuovamente verso la strada.
Rimasi a fissarla.
Siena aveva attraversato la campagna una prima volta durante il parto o subito dopo.
Poi aveva provato a tornare verso il luogo da cui era fuggita.
E infine aveva percorso nuovamente chilometri in direzione opposta.
Ricordai che aveva rifiutato l’acqua quando l’avevamo incontrata.
Non perché non avesse sete.
Perché non eravamo ancora arrivati ai suoi piccoli.
Quattro giorni dopo il ritrovamento, tutti e cinque i cuccioli respiravano senza aiuto.
La febbre di Siena diminuì.
I reni rispondevano.
Le zampe restavano fasciate, ma riusciva a stare in piedi.
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