La cagna rifiutava l’acqua sotto il sole: quando i motociclisti capirono perché, cambiarono strada immediatamente

Aveva camminato e corso per più di quaranta chilometri considerando deviazioni, giri inutili e il tratto davanti alle nostre moto.

Aveva appena partorito.

Non mangiava.

Aveva le zampe bruciate.

Era gravemente disidratata.

L’agente indicò un gruppo di punti sulla mappa.

«Qui è rimasta quasi un quarto d’ora.»

«Perché?»

«Pensiamo che abbia sentito le moto prima di vedervi.»

Guardai quel punto.

Ricordavo perfettamente quando era uscita dal fossato.

Il rumore dei nostri motori rimbalzava nelle colline.

Per lei eravamo sconosciuti.

Rumore.

Odore di benzina.

Sei uomini.

Un rischio enorme.

Eppure venne verso di noi.

Paolo aveva Grillo in braccio.

A cinque settimane era già diventato rotondo.

Mentre osservava la mappa mordicchiava la barba di Paolo.

«Secondo te sapeva che l’avremmo seguita?»

Scossi la testa.

No.

Siena non poteva saperlo.

Poteva soltanto scegliere fra restare ferma e tentare ancora una volta.

Tentò.

Quando arrivò il momento di lasciare la clinica, i cuccioli dovevano restare con la madre ancora per alcune settimane.

Il laboratorio di Paolo divenne un asilo improvvisato.

Alle sei e mezza di sera arrivavano le moto.

Uomini che per trent’anni avevano discusso di motori, carburatori e partite adesso litigavano sui grammi.

«Grillo ha preso trentadue grammi.»

«Trentacinque.»

«La bilancia era storta.»

Gianni annotava tutto sulla lavagna.

Lucia passava dopo aver chiuso il negozio.

Una domenica organizzammo il pranzo nel cortile.

Tavolo lungo.

Tovaglia a quadri.

Lasagne.

Pollo arrosto.

Pomodori dell’orto.

Vino per chi non guidava.

Acqua per tutti gli altri.

Mentre mangiavamo, Siena dormiva sotto il tavolo con i cuccioli.

Guardai attorno.

Paolo parlava con Lucia.

Marco tagliava il pane.

Gianni cercava di convincere tutti che una lasagna senza besciamella fosse “più digeribile”.

Per la prima volta dopo la morte di Anna, quel pranzo della domenica non mi fece sentire la sua sedia vuota.

Mi fece pensare a una frase che ripeteva spesso:

«Famiglia è anche chi rimane quando potrebbe tranquillamente andarsene.»

A sessant’anni passati molti dei miei amici avevano figli lontani.

Chi a Milano.

Chi all’estero.

Chi semplicemente troppo impegnato per passare ogni settimana.

Le nostre domeniche erano diventate più silenziose.

I genitori erano morti.

I figli avevano la loro vita.

Le tavolate da venti persone erano diventate ricordi nelle fotografie.

Quell’estate, cinque cuccioli rimisero gente attorno a un tavolo.

Paolo adottò Grillo.

Marco prese la femmina color miele e la chiamò Sole.

Stefano adottò il maschio scuro con le zampe bianche.

Gli altri due andarono a famiglie del paese che avevano partecipato alle cure fin dai primi giorni.

Siena venne a vivere con me.

Non ci fu nemmeno una vera decisione.

Quando aprii lo sportello dell’auto, lei salì.

Arrivata a casa fece il giro del soggiorno.

Annusò il corridoio.

Si fermò davanti alla vecchia fotografia di Anna.

Poi si sdraiò accanto alla mia poltrona.

Fine della discussione.

Ancora oggi conta i suoi cuccioli.

Nel corridoio ho appeso cinque fotografie, basse, quasi all’altezza dei suoi occhi.

Una per ogni cucciolo con la nuova famiglia.

Non pensavo che le avrebbe notate.

Mi sbagliavo.

Prima di dormire passa dalla prima all’ultima.

Annusa.

Si ferma.

Uno.

Due.

Tre.

Quattro.

Cinque.

Poi torna sul tappeto.

La terza domenica di ogni mese vengono tutti da me.

È diventato un appuntamento.

Qualcuno porta la pasta al forno.

Qualcuno il pane.

Lucia arriva sempre con un dolce e sostiene ogni volta di averlo “fatto in cinque minuti”.

Nessuno le crede.

I cuccioli ormai sono grandi.

Grillo resta il più piccolo, anche se Paolo sostiene che sia “un atleta compatto”.

Sole ha ereditato l’orecchio piegato di Siena.

Il maschio scuro continua a scavalcare tutti per arrivare per primo dalla madre.

Siena li controlla sempre nello stesso modo.

Uno.

Due.

Tre.

Quattro.

Cinque.

Poi si sdraia sotto il leccio che ho piantato vicino alla recinzione.

Sotto quell’albero ci sono sei ciotole di metallo.

Non ne lasciamo mai una vuota.

Un anno dopo il ritrovamento tornammo sulla strada dove tutto era cominciato.

Non portammo fiori.

Non portammo targhe.

Non volevamo trasformare quel posto in un monumento.

Portammo acqua.

Siena scese vicino alla mia moto.

I cinque figli ormai cresciuti si muovevano nell’ombra dietro di lei.

Un vento caldo sollevava polvere sulle sue zampe, ormai guarite.

Per qualche secondo guardò verso le colline.

Il corpo si inclinò appena in avanti.

Come se, da qualche parte nella memoria, sentisse ancora quei cinque piccoli richiami sotto il leccio.

Poi Grillo le toccò la spalla con il naso.

Siena si voltò.

Li contò.

Uno.

Due.

Tre.

Quattro.

Cinque.

Solo allora abbassò il muso verso la ciotola.

E bevve.

Quella cagna aveva attraversato due volte una terra arroventata perché i suoi figli non potevano seguirla.

Aveva rischiato di tornare nel posto da cui era fuggita.

Aveva rinunciato all’acqua quando ormai non riusciva quasi più a camminare.

Poi aveva sentito delle motociclette.

Uomini sconosciuti.

Rumore.

Pericolo.

Forse l’ultima possibilità.

Corse davanti a noi.

Si voltò.

E ci chiese, nell’unico modo che conosceva, di seguirla.

Noi lo facemmo.

E da quel giorno, ogni terza domenica del mese, attorno a un tavolo in Maremma siedono persone che forse non sarebbero mai diventate famiglia.

Cinque cani corrono nel cortile.

Una madre li conta.

E sotto un giovane leccio restano sempre sei ciotole piene d’acqua.

Perché ci sono cose che, quando le hai viste una volta nella vita, non riesci più a dimenticare.

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