La cagna rifiutava l’acqua sotto il sole: quando i motociclisti capirono perché, cambiarono strada immediatamente

Quando ci lasciarono entrare nella stanza, lei si alzò lentamente.

Controllò i cuccioli.

Uno.

Due.

Tre.

Quattro.

Cinque.

Poi venne da me.

Ero seduto a gambe incrociate.

Annusò il mio giubbotto.

Il braccio.

Gli stivali.

Poi appoggiò il mento sul mio ginocchio.

Paolo teneva Grillo fra le mani.

«Hai tenuto tutto quello che ti restava per loro, vero?»

Siena chiuse gli occhi.

Per due settimane il nostro gruppo pagò le cure usando una piccola cassa comune.

L’avevamo creata anni prima per aiutare chi restava con la moto rotta lontano da casa.

Quando proposi di usarla per i cani, nessuno fece domande.

Anzi.

Gianni, che aveva settantadue anni e controllava ogni centesimo della cassa come fosse il tesoro della Banca d’Italia, prese il quaderno.

Scrisse la cifra.

Chiuse il quaderno.

«Se quei soldi non servono per riportare qualcuno a casa, allora a cosa servono?»

La notizia cominciò a girare nei paesi vicini.

Non sui giornali.

Come succede ancora nei posti dove la gente ha più memoria che fretta.

Dal bar.

Alla farmacia.

Dal ferramenta.

Alla parrocchia.

Al mercato.

Una signora portò vecchie coperte.

Un pensionato costruì un piccolo recinto.

Lucia arrivava ogni mattina con asciugamani lavati.

Un macellaio ci lasciava gratuitamente carne adatta alla madre.

Una vedova del paese mise cinquanta euro in una busta senza scrivere il nome.

«Non dite che sono stata io.»

E se ne andò.

Mi ricordò mia madre.

Anche lei faceva così.

Da giovane avevo sempre criticato il paese.

Tutti sapevano tutto.

Tutti parlavano.

Tutti guardavano dalle finestre.

A cinquantasei anni capii che quel difetto aveva anche un altro lato.

Quando succedeva qualcosa di serio, tutti sapevano dove portare una coperta.

Pensavamo che quello fosse il lieto fine.

Sei uomini avevano trovato sei animali.

Tutti erano vivi.

Avrebbe dovuto bastare.

Poi mi telefonò un’agente incaricata dell’indagine.

Durante un controllo nel centro da cui proveniva Siena erano stati trovati altri sette cani.

Due animali selvatici detenuti in spazi non adeguati.

Alcuni animali vivevano in recinti esterni con poca ombra.

Diversi avevano irritazioni sotto i collari elettronici.

Le ciotole dell’acqua erano sporche.

In un frigorifero erano conservati farmaci con etichette modificate.

Il responsabile sosteneva che ogni cosa fosse parte di attività regolarmente autorizzate.

I documenti raccontavano una storia diversa.

Fu una giovane dipendente, Chiara, a spiegare cosa era successo davvero.

Aveva scoperto che Siena era incinta.

Aveva chiesto di sospenderla dalle prove.

Il responsabile aveva rifiutato.

Secondo lui, la gravidanza poteva offrire “dati aggiuntivi”.

Chiara aveva iniziato di nascosto a lasciare più acqua e più cibo.

Siena imparò l’orario della ragazza.

Imparò anche un’altra cosa.

Quando un cane non collaborava, qualcuno arrivava con quel lungo bastone con il laccio.

Due notti prima del parto, Siena riuscì a liberarsi dal collare già consumato e passò sotto una parte di rete che Chiara aveva lasciato intenzionalmente meno tesa.

Corse verso sud.

Partorì sotto il leccio.

Ma la scatola di cartone non era lì.

La mattina seguente un addetto trovò i cuccioli.

Invece di chiedere aiuto, li mise dentro un vecchio scatolone.

Pensava che la madre li avrebbe spostati.

Pensava che “la natura avrebbe fatto il suo corso”.

Siena tornò.

Cinque cuccioli.

Cinque corpi troppo piccoli.

Non poteva portarli uno alla volta.

Non poteva lasciarli.

Così fece l’unica cosa che le restava.

Corse verso la strada.

Non cercava acqua.

Cercava persone.

Quando sentì le nostre motociclette, si mise davanti.

Corse.

Si voltò.

Aspettò.

Corse ancora.

Ogni volta che rallentavamo tornava indietro.

Non ci stava guidando per istinto cieco.

Aveva costruito una sequenza.

Vedere veicoli.

Farsi notare.

Rallentarli.

Correre davanti.

Controllare che seguissero.

Ripetere.

Fermarsi a bere avrebbe significato perdere tempo.

Portare noi all’acqua non serviva.

Doveva portare l’acqua ai cuccioli.

La mappa mostrò anche un dettaglio che fece venire la pelle d’oca perfino a Paolo.

La prima corsa verso sud era avvenuta durante la notte.

Siena aveva seguito fossi asciutti e zone d’ombra.

Alle prime ore del mattino la traccia si fermava sotto il leccio.

Lì aveva partorito.

Dopo il sorgere del sole era tornata verso nord.

Probabilmente verso l’unico posto dove conosceva acqua e cibo.

Arrivò a meno di un chilometro dalla struttura.

Poi la traccia si fermò.

E tornò indietro.

Durante il sopralluogo vennero trovati segni recenti di pneumatici proprio in quella zona.

È possibile che Siena avesse visto un mezzo del centro.

O sentito l’odore delle persone da cui era fuggita.

Non lo sapremo mai.

Sappiamo soltanto che, invece di tornare, girò di nuovo verso sud.

Era intrappolata fra due paure.

Da una parte i suoi cuccioli sotto un sole che diventava sempre più feroce.

Dall’altra il luogo dove non voleva più entrare.

Il responsabile del centro perse l’autorizzazione a proseguire le attività.

Gli animali vennero trasferiti.

Chiara consegnò fotografie e messaggi che aveva conservato per mesi.

Aveva più volte segnalato carenze d’ombra, esposizione al caldo e problemi nella gestione veterinaria.

La sua voce, fino a quel momento ignorata, diventò fondamentale.

Quando lessi quella parte pensai a quante volte, nella vita, avevo visto persone stare zitte per paura di perdere il lavoro.

Mio padre faceva il muratore.

Negli anni Ottanta tornava a casa con le mani spaccate.

A tavola diceva sempre:

«Quando una cosa è sbagliata, Giorgio, puoi far finta di niente per un giorno. Ma poi devi convivere con quello che hai visto.»

Da ragazzo lo consideravo uno dei suoi soliti discorsi.

Quarant’anni dopo capii cosa voleva dire.

Un mese dopo, l’agente mi mostrò la ricostruzione completa del percorso di Siena.

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