Per la prima volta sorrisi.
Poi mi venne da piangere.
Non un piantino elegante.
Piangevo come una bambina.
Seduta sull’asfalto dietro un discount, a cinquantotto anni, con quattro gattini in uno scatolone e una cagna sconosciuta a due metri.
Paolo rimase lì qualche secondo.
Poi sparì dentro.
Tornò con una ciotola di plastica piena d’acqua e delle fette di tacchino avanzate dal suo pranzo.
Le appoggiò a distanza.
La cagna guardò l’acqua.
Poi guardò lo scatolone.
Poi di nuovo l’acqua.
«Vai», le dissi.
Non so perché lo dissi.
Come se potesse capirmi.
Forse capì il tono.
Si avvicinò alla ciotola e cominciò a bere.
Non aveva mai visto bere così un cane.
Beveva senza quasi respirare.
Paolo si voltò.
Forse non voleva farmi vedere la sua faccia.
«Da ieri…»
Annuii.
«Da ieri.»
La cagna si era tenuta lontana dall’acqua per non lasciare soli quei quattro cosini.
Non erano neppure della sua specie.
Eppure era rimasta.
Paolo prese il telefono.
«Chiamo mia moglie. Lei conosce una signora che aiuta gli animali.»
Nel frattempo portò un ombrellone da spiaggia che tenevano in magazzino per le promozioni estive.
Lo aprì vicino alla rete.
Poi tirò fuori un’altra ciotola.
Poi una coperta.
Nel giro di venti minuti arrivarono due dipendenti.
Una cassiera sui sessant’anni, Carla, si affacciò dalla porta con una scatola di guanti.
«Oddio, ma sono vivi?»
«Sì.»
«Aspetta.»
Tornò dentro.
Portò una bottiglietta d’acqua tiepida avvolta in un asciugamano.
«Mia sorella allevava gatti», disse. «Serve calore, anche se fa caldo. Questi sono troppo piccoli.»
Poi arrivò un ragazzo della pizzeria lì vicino.
Qualcuno gli aveva raccontato la storia.
Portò un contenitore con acqua fresca per la cagna.
Una signora che abitava sopra la farmacia attraversò la strada con una vecchia cesta.
Nel giro di mezz’ora, quel parcheggio dove per più di un giorno tutti avevano cercato di stare lontani era pieno di persone.
Nessuno faceva grandi discorsi.
Questo mi colpì.
Gli italiani sono capaci di litigare mezz’ora per un parcheggio.
Di non salutarsi per anni per un confine di venti centimetri tra due giardini.
Di discutere a Natale su chi abbia cucinato meglio le lasagne.
E poi, quando qualcosa tocca un nervo profondo, eccoli lì.
Uno porta una coperta.
Uno una ciotola.
Uno chiama un conoscente.
Uno dice: «Aspetta, forse conosco qualcuno.»
Il cuore di un quartiere non fa rumore finché non serve.
La volontaria arrivò poco dopo.
Si chiamava Elena.
Avrà avuto sessantacinque anni, capelli corti grigi e una piccola automobile piena di trasportini.
Non apparteneva a nessuna grande organizzazione.
Faceva parte di una piccola associazione locale gestita da persone del quartiere.
«Chi è Anna?»
Alzai la mano.
«Io.»
«Mi hanno detto che la cagna si fida di lei.»
«Non esageriamo. Ha deciso di non mangiarmi.»
Elena rise.
Si accovacciò a distanza.
«Va già benissimo.»
Esaminò prima i gattini.
«Saranno di dieci, dodici giorni. Qualcuno li ha lasciati qui.»
«Come fa a saperlo?»
«Uno scatolone chiuso, stracci sistemati dentro. Non ci sono gatte adulte in giro. Qualcuno ha pensato di liberarsene.»
Sentii il sangue salirmi alla faccia.
Elena se ne accorse.
«Non pensarci adesso. Adesso pensiamo a quelli vivi.»
Era una frase semplice.
Ma mi rimase.
Adesso pensiamo a quelli vivi.
Elena controllò la cagna.
I denti.
Le gengive.
Le zampe.
La pancia.
«Non sta allattando.»
«Quindi non sono suoi.»
«No. Non ha partorito da poco.»
Accarezzò lentamente il collo dell’animale.
La cagna rimase immobile.
Poi Elena si fermò.
«Aspetta.»
Affondò le dita nel pelo.
«Ha qualcosa qui sotto.»
Spuntò una striscia di nylon viola.
Un collare.
Era quasi completamente nascosto dal pelo.
Vecchio.
Sporco.
Elena lo girò con delicatezza.
C’era una medaglietta di metallo.
Graffiata.
Su un lato si leggeva ancora un nome.
LUNA.
Sotto c’era un numero di telefono.
E un indirizzo.
Provincia di Bologna.
Non molto lontano.
«Non è randagia», dissi.
Elena mi guardò.
«O almeno non lo era.»
Chiamò il numero.
Mise il vivavoce.
Squillò una volta.
Due.
Tre.
Una voce maschile rispose.
«Pronto?»
Era una voce anziana.
Guardinga.
Elena parlò piano.
«Buonasera. Mi scusi se la disturbo. Sto cercando il proprietario di una cagna tigrata che si chiama Luna.»
Dall’altra parte non arrivò niente.
Pensai fosse caduta la linea.
Poi sentimmo un respiro.
«Come ha detto?»
«Luna.»
Silenzio.
«Dove siete?»
La voce tremava.
Elena spiegò dove ci trovavamo.
L’uomo non la lasciò nemmeno finire.
«L’avete trovata?»
«Crediamo di sì.»
Sentii un rumore, come una sedia spostata di colpo.
«È viva?»
Elena guardò Luna.
«Sì. È viva.»
L’uomo fece un suono che non dimenticherò mai.
Non era un pianto vero e proprio.
Era più simile al rumore che fa una casa vecchia quando finalmente cede una trave.
«Mi chiamo Sergio», disse.
Settantadue anni.
Vedovo.
Ex autista di autobus.
Luna era stata con lui per quasi otto anni.
Era sparita sette mesi prima dal cortile di casa.
Qualcuno aveva lasciato il cancello aperto.
O forse qualcuno l’aveva presa.
Sergio non lo aveva mai capito.
Aveva cercato ovunque.
Volantini.
Telefonate.
Giri in macchina.
Aveva percorso le strade del paese ogni mattina alle sei, prima che iniziasse il traffico.
«Per tre mesi», raccontò. «Tre mesi. Mia figlia mi diceva di smettere.»
Fece una pausa.
«Alla fine ho smesso.»
Nessuno disse niente.
«Mi sono convinto che fosse morta. Era più facile.»
Quelle parole mi fecero male.
Perché a cinquantotto anni conoscevo quel meccanismo.
Avevo perso mio marito sei anni prima.
Infarto.
Una mattina stava protestando perché avevo comprato il caffè sbagliato.
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