La sera la sua sedia era vuota.
Nei primi mesi avevo continuato a lasciare due tazzine sul tavolo.
Poi un giorno smisi.
Non perché facesse meno male.
Ma perché a un certo punto anche il dolore sviluppa abitudini.
Sergio chiese:
«Sta bene?»
Elena rispose:
«È disidratata e stanca, ma sta bene.»
Poi gli raccontò dei gattini.
Sergio rimase zitto.
«Gattini?»
«Quattro.»
«Luna li stava proteggendo.»
Silenzio.
Poi l’uomo rise mentre piangeva.
«Certo.»
«Come, certo?»
«Perché lei fa così.»
Sergio tirò su col naso.
«Una volta trovò un pulcino caduto dietro una siepe. Rimase lì quattro ore. Io pensavo fosse diventata matta. Non veniva neanche a mangiare.»
Fece una pausa.
«Luna non sopporta le cose piccole lasciate sole.»
Mi voltai verso di lei.
La cagna era sdraiata accanto allo scatolone.
Finalmente all’ombra.
Con la testa appoggiata sulle zampe.
«Non sopporta le cose piccole lasciate sole.»
Quelle parole mi rimasero dentro.
Forse perché descrivevano più persone che cani.
Mia nonna Maria aveva cresciuto me e mio fratello praticamente da sola quando mia madre lavorava in fabbrica.
Alle cinque del mattino preparava il ragù prima di andare a pulire le scale di un condominio.
Domenica teneva otto persone a pranzo con una pensione che oggi non basterebbe per pagare due bollette.
Non aveva mai detto: “Sto facendo un sacrificio.”
Diceva soltanto:
«Che devo fare? Siete famiglia.»
Per la sua generazione l’amore non era una frase.
Era restare.
Sergio arrivò quaranta minuti dopo.
Guidava una vecchia utilitaria color blu scolorito.
Parcheggiò storto.
Scese prima ancora di spegnere bene il motore.
Era alto, magro, con una camicia bianca a maniche corte e i pantaloni troppo larghi.
Camminava veloce per un uomo di settantadue anni.
Poi vide Luna.
Si fermò.
Non a un metro.
A venti.
Come se qualcuno gli avesse messo una mano sul petto.
Luna era distesa vicino alla cesta dei gattini.
Alzò la testa.
Sergio disse soltanto:
«Luna.»
La cagna si immobilizzò.
Le orecchie si sollevarono.
Poi si alzò.
Non corse.
Questo fu ancora più commovente.
Fece un passo.
Poi un altro.
Come se anche lei avesse paura di sbagliarsi.
Sergio aprì le braccia.
«Lunetta mia.»
A quel punto lei partì.
Gli arrivò addosso con tutto il corpo.
Sergio cadde quasi all’indietro.
La abbracciò intorno al collo.
Luna spinse il muso sotto il suo mento.
L’uomo cominciò a piangere.
«Dove sei stata?»
Lo ripeteva.
«Dove sei stata, disgraziata? Dove sei stata?»
Ma “disgraziata” in quel momento era la parola più affettuosa del mondo.
Paolo uscì dal supermercato e rimase sulla porta.
Carla, la cassiera, si asciugò gli occhi col dorso della mano.
Il ragazzo della pizzeria smise di guardare il telefono.
Per un momento nessuno ebbe bisogno di dire niente.
Poi uno dei gattini miagolò.
Un suono sottile.
Luna, ancora stretta tra le braccia di Sergio, girò immediatamente la testa verso la cesta.
Sergio la guardò.
«Ancora?»
Elena sorrise.
«Ancora.»
Sergio passò una mano sul dorso di Luna.
«Sempre uguale.»
La veterinaria che collaborava con l’associazione suggerì di portare Luna a fare un controllo.
Sergio volle seguirla.
«Non la perdo un’altra volta.»
I gattini, invece, sarebbero andati in stallo da una volontaria esperta.
Prima di partire, Paolo si avvicinò a Elena.
Sembrava imbarazzato.
«Per quello arancione…»
«Cosa?»
«Se sopravvive… mia moglie vorrebbe un gatto.»
Elena sollevò un sopracciglio.
«Sua moglie?»
Paolo si grattò la nuca.
«Va bene. Io.»
Scoppiammo a ridere.
Tre settimane dopo tornai al discount.
Avevo davvero bisogno del detersivo quella volta.
Paolo era alla cassa.
Sul bancone, dietro di lui, aveva una fotografia.
Un gatto arancione grande quanto una ciabatta, steso su un cuscino.
«È lui?»
Paolo annuì con orgoglio.
«Si chiama Cartone.»
«Cartone?»
«Mio figlio ha insistito.»
«Poteva andare peggio.»
«Molto peggio.»
Tutti e quattro i gattini erano sopravvissuti.
Due erano stati adottati insieme da una coppia anziana che aveva perso il proprio gatto l’anno precedente.
Quello nero era rimasto alla volontaria che li aveva allattati.
Cartone era finito a casa di Paolo.
E Luna?
Luna era tornata da Sergio.
Una domenica, circa un mese dopo, lui mi telefonò.
Non so nemmeno come avesse avuto il mio numero. Probabilmente glielo aveva dato Elena.
«Anna?»
«Sì.»
«Sono Sergio. Quello di Luna.»
Come se potessi averlo dimenticato.
«Come sta?»
«Venga a vedere.»
La domenica.
Ovviamente.
Perché certe storie italiane, alla fine, devono per forza passare da una tavola apparecchiata.
Arrivai verso mezzogiorno.
Casa di Sergio era una villetta semplice fuori città.
Persiane marroni.
Vasi di gerani.
Una bicicletta appoggiata al muro.
Appena entrai sentii odore di lasagne.
«Non doveva disturbarsi.»
«Disturbarmi? Ho settantadue anni, non centodue.»
In cucina c’erano sua figlia Laura, il marito, due nipoti ormai grandi e una signora che abitava nella casa accanto.
Sul tavolo: lasagne, arrosto, patate, pane, vino rosso e una crostata.
«Pensavo fossimo in due.»
Sergio mi guardò scandalizzato.
«Di domenica?»
Come se avessi bestemmiato.
Luna dormiva sotto il tavolo.
Dormiva davvero.
Pancia di lato.
Zampe rilassate.
Ogni tanto russava.
Sergio la guardava continuamente.
Durante il pranzo Laura raccontò che per mesi aveva cercato di convincere il padre a smettere di cercarla.
«Pensavo gli facesse male», disse.
Sergio abbassò gli occhi sul piatto.
«Mi faceva male.»
«Papà…»
«Ma smettere mi faceva peggio.»
Il tavolo diventò improvvisamente silenzioso.
Laura gli prese una mano.
«Lo so adesso.»
Sergio annuì.
Non c’erano bisogno di grandi perdoni.
Nelle famiglie vere spesso funziona così.
Una frase.
Una mano.
Un piatto passato da una parte all’altra.
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