La famiglia lo fece dichiarare incapace e portò il suo vecchio cane al canile: poi cinquanta motociclisti arrivarono davanti alla RSA
«Quel cane qui dentro non entra! Chiamo i carabinieri!»
La direttrice della RSA aveva il telefono già in mano.
Davanti al banco della reception c’erano quasi cinquanta uomini con giubbotti di pelle consumati, capelli grigi, barbe spettinate e facce che sembravano scolpite dal vento.
Nessuno urlava.
Nessuno minacciava.
Ed era proprio quel silenzio a fare più paura.
Davanti a tutti c’era un uomo enorme, sui sessantacinque anni, con una cicatrice sopra il sopracciglio e una vecchia cintura di cuoio usata come guinzaglio.
All’altro capo c’era un pastore tedesco anziano.
Muso bianco.
Zampa posteriore rigida.
Orecchio sinistro piegato.
Il cane respirava forte e annusava il pavimento come se cercasse qualcosa che aveva aspettato per mesi.
L’uomo guardò la direttrice.
«Chiami pure chi vuole. Noi siamo venuti a prendere Arturo.»
Io ero l’infermiera del turno pomeridiano.
E appena sentii quel nome, capii che quel giorno sarebbe saltato tutto.
La bella facciata.
Le cartelle ordinate.
Le frasi educate.
Le bugie raccontate sottovoce per non disturbare i parenti.
Per sei mesi avevo assistito Arturo Bianchi nella stanza 247.
Ottantacinque anni.
Ex sottufficiale dell’esercito.
Vedovo.
Mani rovinate dal lavoro.
Schiena ancora dritta quando riusciva a non essere intontito dai farmaci.
Quando era arrivato, sua figlia aveva raccontato a tutti la stessa storia.
«Papà non è più lui.»
«Dimentica le cose.»
«È aggressivo.»
«A casa non era più sicuro.»
La direttrice ripeteva che soffriva di un grave deterioramento cognitivo.
Eppure Arturo ricordava perfettamente il nome del panettiere del suo paese negli anni Sessanta.
Ricordava il numero di targa della prima motocicletta.
Ricordava il profumo del ragù che preparava sua moglie Elena la domenica.
Soprattutto ricordava Argo.
Ogni giorno guardava dalla finestra e sussurrava:
«Dov’è il mio Argo?»
All’inizio chiesi alla famiglia chi fosse.
Il figlio maggiore, Roberto, rise.
«Un cane. Ma non lo abbiamo più. Papà è fissato.»
Poi la versione cambiò.
Argo era morto.
Poi Argo non era mai esistito.
Poi Arturo confondeva il cane con un animale avuto da ragazzo.
Alla fine la direttrice ci disse di non assecondarlo.
«Ogni volta che parlate di quel cane alimentate la sua confusione.»
Così, quando Arturo chiamava Argo la sera, qualcuno annotava sulla cartella:
agitazione.
Comportamento ripetitivo.
Stato confusionale.
E poco dopo arrivava la terapia.
Arturo diventava tranquillo.
Troppo tranquillo.
Testa piegata.
Occhi spenti.
Bocca socchiusa.
Facile da gestire.
Questo era il termine che sentivo più spesso.
Gestire.
Non ascoltare.
Non capire.
Gestire.
Io però avevo iniziato a dubitare quasi subito.
Un pomeriggio Arturo mi prese il polso.
«Signorina Marta.»
«Dimmi, Arturo.»
«Io non sono matto.»
Non alzò la voce.
Fu questo a colpirmi.
«Argo è vero. Dormiva dalla parte destra del letto da quando è morta Elena. Ha una macchia nera sotto la lingua. Sul collare c’è un simbolo che ho fatto io.»
Mi guardò diritto negli occhi.
«Se continuano a dirmi che non esiste, un giorno finirò per crederci anch’io.»
Quella frase non mi lasciò più.
Cominciai a fare domande.
Scoprii che prima della RSA Arturo viveva in una casa sulle colline emiliane.
Una casa vecchia, con le persiane verdi, una piccola officina e un orto che sua moglie aveva curato per quarant’anni.
La domenica tutta la famiglia si riuniva lì.
Tortellini.
Bollito.
Patate al forno.
Vino versato sempre nello stesso servizio di bicchieri.
Arturo a capotavola.
Elena accanto a lui.
Era una di quelle famiglie che in paese venivano indicate come esempio.
«I Bianchi sono gente perbene.»
«I figli non gli fanno mancare niente.»
«Che bella famiglia.»
La bella figura.
Sempre quella.
Dopo la morte di Elena, però, il pranzo della domenica cominciò a cambiare.
Prima sparì una domenica.
Poi due.
Poi Roberto aveva lavoro.
La figlia Chiara aveva altri impegni.
I nipoti erano grandi.
Arturo rimaneva solo con Argo.
E quando un uomo passa sessant’anni con la stessa donna, il silenzio di una casa può fare più rumore di una piazza.
Argo costringeva Arturo ad alzarsi.
Bisognava aprire la porta.
Preparare la ciotola.
Fare due passi.
Parlargli.
Brontolargli contro quando rubava il pane.
Arturo diceva che, dopo Elena, quel cane era stato il filo sottile che lo teneva ancora attaccato alla vita.
Poi arrivò la questione della casa.
Roberto aveva debiti.
Chiara aveva una separazione difficile alle spalle.
C’erano spese.
Rate.
Conti.
Una casa grande che, secondo loro, Arturo non poteva più gestire.
Lo convinsero a firmare alcuni documenti.
Lui pensava servissero per permettere ai figli di pagare le bollette e occuparsi delle pratiche.
In realtà perse progressivamente il controllo di quasi tutto.
La casa fu messa in vendita.
La vecchia moto sparì dal garage.
I risparmi vennero spostati.
E Arturo arrivò nella nostra struttura con due valigie, tre camicie, un paio di pantofole e un vecchio gilet di pelle che la direttrice giudicò «inappropriato».
Argo non arrivò mai.
Io non sapevo ancora dove fosse finito.
Lo scoprii soltanto quel pomeriggio, quando cinquanta motociclisti entrarono nella nostra reception.
Il gigante che teneva il guinzaglio si chiamava Bruno.
Aveva conosciuto Arturo quarant’anni prima.
Perché Arturo non era soltanto un pensionato solitario.
Da giovane aveva fondato un gruppo di motociclisti della zona.
Niente bande criminali.
Niente film americani.
Erano meccanici, muratori, camionisti, ex militari, operai.
Uomini che la domenica salivano sulle moto, organizzavano raccolte per famiglie in difficoltà e, quando uno di loro restava senza lavoro, gli riempivano il frigorifero senza raccontarlo in giro.
Arturo li chiamava fratelli.
Dopo il suo ricovero, Roberto aveva detto al gruppo che il padre era troppo malato per ricevere visite.
Poi disse che era stato trasferito lontano.
Alla fine circolò la voce che Arturo fosse morto.
Fu organizzata persino una piccola commemorazione privata.
Una fotografia.
Due parole.
Un brindisi.
Il gruppo non fece domande.
Per rispetto.
Fu il loro errore.
Il vero colpo di fortuna arrivò mesi dopo.
Un ragazzo del gruppo, Luca, andò al canile comprensoriale perché voleva adottare un cane adulto.
Camminando tra i box vide un vecchio pastore tedesco rannicchiato in fondo.
Non abbaiava.
Non si avvicinava.
Aveva un collare pesante, cucito a mano.
Al centro c’era un piccolo stemma metallico consumato.
Luca si bloccò.
Conosceva quel simbolo.
Era lo stemma che Arturo aveva disegnato per il gruppo quando lui non era ancora nato.
Chiese il nome del cane.
«Argo.»
Il vecchio cane era stato consegnato mesi prima dai familiari del proprietario.
Anziano.
Problemi alle articolazioni.
Difficile da affidare.
Luca telefonò a Bruno direttamente dal parcheggio.
In quarantotto ore avevano scoperto quasi tutto.
Arturo era vivo.
La casa era stata venduta.
La moto ceduta.
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