La sera in cui il mio vecchio gatto smise di aspettare mia moglie alla finestra, capii che in realtà stava aspettando me.
Erano le cinque e quaranta precise.
Da dodici giorni, alla stessa ora, Arturo saltava sul davanzale del soggiorno e fissava la strada.
Era l’ora in cui mia moglie Teresa tornava dal mercato, dalla farmacia, dalla parrucchiera o da una delle sue infinite commissioni che, a sentir lei, richiedevano sempre “solo dieci minuti”.
Poi arrivava a casa un’ora dopo con una borsa di verdure, due pettegolezzi del paese e qualcosa da mangiare per qualcuno che, secondo lei, “ne aveva più bisogno di noi”.
Ma Teresa non sarebbe più tornata.
L’avevamo sepolta dodici giorni prima.
E Arturo continuava ad aspettarla.
Quella sera, invece, il davanzale rimase vuoto.
Fu allora che ebbi paura.
Arturo aveva diciassette anni, un orecchio leggermente piegato e il carattere di un vecchio capostazione in pensione.
Non chiedeva carezze.
Le concedeva.
Non veniva in braccio.
Decideva lui quando potevi avere l’onore di sederti vicino.
Per tutta la vita aveva scelto Teresa.
Io gli compravo il cibo, pulivo la lettiera, pagavo il veterinario e gli aprivo la porta quando decideva di cambiare stanza.
Teresa gli parlava.
Quindi aveva vinto lei.
“Arturo, tuo padre ha dimenticato il pane.”
“Arturo, tuo padre pensa che questa camicia sia ancora buona.”
“Arturo, guarda tuo padre come lascia le tazze nel lavandino.”
E lui la guardava davvero, con quegli occhi gialli mezzi chiusi, come se stesse partecipando alla conversazione.
Eravamo sposati da quarantasette anni.
Quando Teresa morì, la casa non diventò silenziosa.
Il silenzio sarebbe stato quasi gentile.
La casa diventò vuota.
Sono due cose diverse.
Nel silenzio puoi riposare.
Nel vuoto senti l’orologio della cucina come se ti stesse rimproverando.
Senti il frigorifero partire.
Le tubature.
Una macchina che passa fuori.
Una sedia che scricchiola perché il legno si assesta.
E per un secondo pensi che sia lei.
Io avevo settantatré anni e mi ritrovavo fermo in mezzo al corridoio senza ricordare perché ci fossi entrato.
Non cucinavo quasi più.
Pane.
Formaggio.
Un po’ di minestra riscaldata.
Il caffè diventava pranzo, il pranzo diventava cena.
Lasciavo la posta sul mobile dell’ingresso.
Le camicie pulite restavano nella cesta perché non vedevo il motivo di metterle nell’armadio.
Tutti mi telefonavano.
“Come stai, Giulio?”
E io rispondevo sempre allo stesso modo.
“Bene.”
Quella parola è una delle bugie più comode che abbiamo inventato.
Bene significa: non fatemi altre domande.
Bene significa: non voglio piangere davanti a voi.
Bene significa: lasciatemi scomparire con educazione.
Arturo, invece, non fingeva.
Dopo la morte di Teresa aveva smesso di mangiare.
Prima qualche boccone.
Poi quasi niente.
Girava per casa lentamente.
Annusava il cardigan marrone lasciato da Teresa sulla cassapanca.
Dormiva sulla sua parte del letto.
Strofinava il muso contro la gamba della sua poltrona.
Alle cinque e quaranta si metteva alla finestra.
Aspettava.
Io non lo spostavo mai.
Forse perché avevo bisogno che almeno uno di noi credesse ancora che quella macchina potesse svoltare l’angolo.
Dieci giorni dopo il funerale lo portai dal veterinario.
La dottoressa lo visitò a lungo.
Cuore.
Polmoni.
Bocca.
Addome.
Poi si sedette davanti a me.
“Per la sua età non vedo niente che spieghi un peggioramento così rapido.”
“E allora?”
Esitò.
“Anche gli animali attraversano il lutto.”
Abbassai lo sguardo.
Arturo era rannicchiato nel trasportino.
“Lo so.”
Era vero.
Lo sapevo.
Lo vedevo ogni sera.
Quello che non volevo ammettere era che anche io stavo facendo esattamente la stessa cosa.
Tornammo a casa sotto una pioggia fine.
Quella sera, alle cinque e quaranta, Arturo non venne alla finestra.
Lo cercai al piano di sopra.
Era sul letto.
Dalla parte di Teresa.
Respirava appena.
Mi sedetti.
“Ehi, vecchio brontolone.”
Aprì gli occhi.
Non alzò la testa.
Gli passai una mano sulla schiena.
Era diventato leggerissimo.
Come se il dolore avesse consumato anche lui.
Dopo qualche minuto si mosse.
Pensai che volesse scendere.
Pensai che volesse andare al davanzale un’ultima volta.
Invece fece qualcosa che non faceva da anni.
Venne verso di me.
Tre passi incerti.
Poi si lasciò cadere sulle mie gambe.
Rimasi immobile.
Arturo sceglieva Teresa.
Lo aveva sempre fatto.
Ma quella sera scelse me.
E improvvisamente capii.
Non aveva aspettato dodici giorni solo perché sperava che Teresa tornasse.
Aveva continuato a restare perché sapeva che io ero ancora lì.
Solo.
A spegnermi un giorno alla volta.
Lo presi tra le braccia.
“Lo so,” gli dissi.
Mi tremava la voce.
“Ti manca.”
Lui mosse appena un orecchio.
“Manca anche a me.”
Fu la prima volta che lo dissi ad alta voce.
Non “sono triste”.
Non “è dura”.
Non “ci vuole tempo”.
Mi manca.
Due parole.
E dentro c’erano quarantasette anni.
Gli accarezzai la testa come faceva Teresa.
“Puoi smettere di controllarmi.”
Arturo respirò piano.
“Io provo a restare, va bene?”
La pioggia batteva contro le persiane.
“Vai da lei, se puoi.”
Pochi minuti dopo, Arturo morì sulle mie ginocchia.
Lo seppellii il mattino successivo sotto il grande noce in fondo all’orto.
Teresa d’estate metteva una sedia proprio lì.
Leggeva.
Sbucciava i fagiolini.
Parlava con la vicina attraverso la rete.
Quando finii, rimasi con la pala in mano e il fango sulle scarpe.
E pensai una cosa terribile e consolante insieme.
Ero felice che fossi rimasto io per ultimo.
Teresa non aveva dovuto vedere Arturo morire.
Arturo non avrebbe dovuto vedere me diventare sempre più vecchio e solo.
Il dolore era rimasto a chi poteva ancora portarlo.
Forse anche quello è amore.
Non essere risparmiati.
Portare un peso perché gli altri non debbano farlo.
Tre giorni dopo arrivò mia figlia Laura.
Entrò con due scatoloni e una teglia di lasagne.
Aveva cinquant’anni, due figli ormai grandi e ancora lo stesso modo di stringere le labbra che aveva a tredici anni quando sapeva già cosa voleva dire ma non come dirlo.
Mi abbracciò.
Poi guardò la cucina.
Piatti nel lavandino.
Posta accumulata.
Una tazza sporca.
Pane secco.
Un maglione sulla sedia.
Nel giro di cinque secondi vidi mia figlia prendere una decisione.
“Resto qualche giorno.”
Non risposi.
Laura cominciò a pulire.
Frigorifero.
Lavandino.
Bagno.
Pavimenti.
Finestre.
Faceva quello che fanno le persone buone quando non sanno come affrontare il dolore.
Mettono in ordine.
All’inizio la lasciai fare.
Poi trovò la ciotola di Arturo.
C’erano ancora alcune crocchette dentro.
La prese.
Mi guardò.
“Papà…”
Io voltai la faccia.
Sentii la ciotola cadere nel sacco della spazzatura.
Un rumore piccolo.
Eppure dentro di me sembrò una porta sbattuta.
Quella sera, alle cinque e trentacinque, mi ritrovai davanti alla finestra.
Laura stava sfogliando vecchie riviste.
Alle cinque e quaranta la strada rimase vuota.
Naturalmente.
Laura venne accanto a me.
Mi strinse un braccio.
Poi disse:
“Quando vorrai, possiamo pensare anche alla casa.”
La guardai.
“Alla casa?”
“È grande, papà.”
Non risposi.
“Potresti stare in un appartamento più piccolo. Magari vicino a noi. Un posto con altre persone della tua età, qualche servizio…”
Sul tavolo c’era un dépliant.
L’aveva portato lei.
Un residence per anziani autosufficienti.
Giardinetti.
Sale comuni.
Pranzi organizzati.
Attività.
Sorrisi stampati.
Guardai la foto di una coppia con i capelli bianchi che camminava sotto un sole perfetto.
Mi venne quasi da ridere.
Niente sembra più falso della pubblicità della serenità quando hai appena seppellito tua moglie e il tuo gatto.
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