Non volevo un sostituto.
Il lutto può renderci ingiusti verso chi è ancora vivo.
Non avrei chiesto a un vecchio gatto rosso di diventare Arturo con un altro pelo.
Una settimana dopo tornai.
Ruggero era ancora lì.
Mi vide.
Si alzò.
Venne verso di me.
Tutto qui.
Lo portai a casa.
Aprii il trasportino in soggiorno.
Ruggero uscì lentamente.
Annusò le gambe del tavolo.
La poltrona.
Il tappeto.
Poi saltò sul davanzale.
Proprio sul cuscino di Arturo.
Franco, dietro di me, fischiò.
“Posto occupato.”
Scossi la testa.
“No.”
Guardai Ruggero.
“Altro lavoro.”
Ruggero non aspettava Teresa.
Non sorvegliava me.
Guardava la strada.
Condivideva il panorama.
Era diverso.
Il primo inverno senza Teresa fu terribile.
Non voglio raccontare bugie.
Continuavo a svegliarmi e allungare una mano verso il lato vuoto del letto.
Continuavo a voltarmi per dirle qualcosa.
Al supermercato dimenticavo cosa comprare.
Per quarantasette anni avevo fatto la spesa come metà di una frase.
Ora ero rimasto una parola sola con il carrello.
Però mangiavo.
Rispondevo al telefono.
Aprivo la porta.
Quando stavo male, qualche volta lo dicevo.
Scoprii che quella frase non faceva crollare il soffitto.
“Non sto bene oggi.”
Cinque parole.
E qualcuno restava.
Avevo passato una vita convinto che la dignità fosse non pesare sugli altri.
Adesso penso che a volte abbiamo scambiato la forza con la comodità.
Ci piacciono le persone che soffrono in silenzio perché non ci costringono a cambiare programma.
Le chiamiamo forti.
Riservate.
Solide.
Magari sono soltanto sole.
La domenica continuò a essere il giorno peggiore.
Teresa preparava sempre troppo.
Pasta al forno.
Arrosto.
Patate.
Una torta anche quando nessuno l’aveva chiesta.
Diceva che una tavola con poco cibo faceva sembrare la famiglia più triste.
Dopo la sua morte avevo smesso di apparecchiare.
Poi un giorno Laura arrivò con i figli.
Franco portò il vino fatto da suo cognato.
Anna arrivò con le polpette.
Paolo con un vassoio comprato al forno.
Eravamo in otto.
Nessuno sedeva al posto di Teresa.
Non per una regola.
Semplicemente accadde.
A metà pranzo guardai il tavolo.
Per un secondo provai rabbia.
Come potevano ridere?
Come potevamo mangiare?
Come poteva il mondo continuare con tanta maleducazione?
Poi Ruggero saltò sulla sedia vuota.
Laura scoppiò a ridere.
“È un posto pericoloso,” gli disse. “Lì comandava la nonna.”
Ruggero si acciambellò.
Franco alzò il bicchiere.
“Ha già capito tutto.”
E io risi.
Non perché avevo dimenticato Teresa.
Risi perché per un istante il dolore non aveva occupato tutta la stanza.
Era ancora lì.
Ma doveva condividere lo spazio.
La primavera seguente il noce mise nuove foglie sopra la tomba di Arturo.
Portavo spesso il caffè là fuori.
Non perché credessi che Arturo fosse sotto quella terra nel modo in cui era stato vivo.
Ma l’amore ha bisogno di luoghi.
Il corpo vuole sapere dove dirigere la tenerezza.
Un sabato venne mio nipote Matteo.
Sedici anni.
Più alto di me.
Guardò Ruggero.
“Nonno, questo gatto sembra che abbia combattuto tre guerre.”
“Può darsi.”
Matteo si sedette accanto al davanzale.
“Papà dice che la nonna ti aveva lasciato una lettera.”
“Sì.”
“Ti ha fatto stare meglio?”
Ci pensai.
“No.”
Matteo sembrò sorpreso.
“E allora a cosa è servita?”
“Non ha reso il dolore più piccolo.”
“E cosa ha fatto?”
“Gli ha dato un posto dove andare.”
Matteo rimase zitto.
Poi disse:
“Queste cose non le insegna nessuno.”
Guardai Teresa nella mia memoria.
Il suo grembiule.
Gli occhiali storti.
Le mani sempre impegnate.
La voce capace di sgridarti facendoti sentire comunque amato.
“No,” dissi. “Quasi nessuno.”
Matteo guardò il soggiorno.
Franco stava attraversando la strada.
Anna arrivava con un dolce.
Laura era in cucina.
Ruggero occupava il davanzale.
“Forse la nonna sì.”
Alle cinque e quaranta aprii le tende.
Ormai le tenevo quasi sempre aperte.
Lo facevo per il rito.
Per Teresa.
Per Arturo.
Per l’uomo che ero stato.
Franco bussò.
Laura mise il caffè sul fuoco.
Matteo aprì la porta.
La stanza cominciò a riempirsi.
E capii finalmente l’ultima cosa.
Arturo non aveva smesso di aspettare perché si era arreso.
Aveva smesso perché aveva finito il suo lavoro.
Con le ultime forze era venuto verso di me.
Mi aveva costretto a pronunciare la verità.
Mi manca.
Sto male.
Ho paura di restare solo.
E da quelle parole era nata una porta aperta.
Poi un caffè.
Poi un vicino.
Poi un altro.
Il dolore non se n’era andato.
Aveva trovato compagnia.
Non sono “andato avanti”.
Non mi piace questa espressione.
Sembra che per vivere bisogni lasciare qualcosa dietro.
Io non ho lasciato Teresa dietro.
Non ho lasciato Arturo.
Ho imparato a camminare portandoli con me in modo diverso.
Con il ricordo di una donna che mi conosceva abbastanza da lasciarmi istruzioni perfino per il lutto.
Con il ricordo di un vecchio gatto che usò le sue ultime forze per venire sulle mie ginocchia.
Con una figlia che arrivò con scatoloni perché aveva paura di perdermi.
Con un quartiere che smise piano piano di dire “chiamami se hai bisogno” e cominciò semplicemente a bussare.
Questo, oggi, è il mio modo di guarire.
Non dimenticare.
Non sostituire.
Non correre.
Fare spazio.
Ogni sera, alle cinque e quaranta, Ruggero sale ancora sul davanzale.
Io preparo il caffè.
A volte qualcuno passa e saluta.
A volte entra.
A volte rimaniamo soltanto io e lui.
E quando la casa sembra troppo silenziosa, guardo fuori dalla finestra.
Mai dentro.
Perché Teresa aveva ragione anche su questo.
L’amore non finisce quando finisce un corpo.
Ha soltanto bisogno di trovare un nuovo indirizzo.





