Gli altri confonderanno le due cose.
Sii paziente.”
Rilessi quella frase tre volte.
Poi arrivai al punto che mi cambiò.
“Le persone hanno paura del dolore.
Quando hanno paura, organizzano.
Puliscano.
Preparano scatole.
Fanno programmi.
Usano parole come pratico, futuro, sistemazione.
Perdonali quando puoi.
Ma ricordati una cosa: tu non sei un problema da risolvere.
Sei un uomo a cui si è spezzato il cuore perché ha amato molto.
Non è la stessa cosa.”
Risi e piansi insieme.
Teresa riusciva ancora a rimettermi al mio posto.
Poi lessi l’ultima parte.
“Tu vorrai sparire un po’.
Dirai che non vuoi disturbare.
Che gli altri hanno i loro problemi.
Sono sciocchezze che ti hanno insegnato gli uomini venuti prima di te.
Disturba.
Disturba soprattutto chi ti vuole bene.
Lascia che portino il brodo.
Lascia che restino troppo.
Lascia che dicano la cosa sbagliata.
L’importante è che restino.
E quando la casa diventerà troppo silenziosa, alle cinque e quaranta apri le tende.
Metti su la caffettiera.
Oppure il bollitore, se finalmente avrai imparato a bere una tisana senza lamentarti.
Siediti dove si siede Arturo.
Guarda fuori.
Non dentro.
A quell’ora c’è sempre qualcuno che torna a casa portandosi dietro un peso.
Saluta per primo.
L’amore non finisce quando finisce un corpo.
Deve soltanto trovare un nuovo indirizzo.”
Laura mi trovò dieci minuti dopo.
Non nascosi le lacrime.
Per la prima volta non ne ebbi voglia.
Le diedi la lettera.
La lesse.
A metà si sedette.
Alla fine piangeva.
“È proprio lei,” disse.
“Sì.”
Laura indicò una frase.
“Paura trasforma le persone buone in organizzatori.”
Annuii.
“Mi sa che questa era per te.”
“Mi sa di sì.”
Ci abbracciammo.
Il giorno dopo, alle cinque e quaranta, aprii le tende.
Misi su il bollitore.
Feci anche il caffè, perché Teresa poteva anche morire ma non avrebbe avuto il diritto di trasformarmi completamente.
Mi sedetti vicino alla finestra.
La strada era quella di sempre.
Una signora tornava con due buste della spesa.
Un ragazzo passava in bicicletta.
Un uomo trascinava lentamente il bidone della spazzatura verso il cancello.
Era Franco, il vicino di fronte.
Aveva perso la moglie l’anno precedente.
Teresa ogni tanto gli portava una porzione del pranzo della domenica.
“Un uomo vedovo non deve essere condannato ai cracker,” diceva.
Franco alzò gli occhi.
Mi vide.
Alzai la mano.
Lui si fermò.
Poi salutò.
Non so cosa mi prese.
Aprii la porta.
“Franco!”
“Che c’è?”
“Vuoi un caffè?”
Mi guardò come se gli avessi chiesto di aiutarmi a spostare la casa.
“È buono?”
“No.”
“Arrivo.”
Fu così che cominciò.
Due vecchi uomini seduti in soggiorno.
Parlammo del traffico.
Del mal di schiena.
Dei pomodori.
Della caldaia.
Poi rimanemmo in silenzio.
E nel silenzio Franco disse:
“Io apparecchio ancora per due.”
Lo guardai.
“Non apposta.”
Fissava la tazzina.
“La mano prende due piatti.”
Annuii.
“Io continuo a sentire un gatto camminare in corridoio.”
Franco alzò gli occhi.
E in quel momento la stanza cambiò.
Non guarì.
Si aprì.
Il dolore spesso non vuole consigli.
Vuole testimoni.
Qualcuno che sappia stare seduto vicino senza cercare subito lo straccio per asciugare tutto.
Franco tornò il giorno dopo.
E quello dopo ancora.
Poi venne Anna, la vedova del civico accanto.
Portò una crostata.
Disse:
“Continuavo a pensare che dovevo venire.”
Io risposi:
“Sembra un’epidemia.”
Lei rise.
Poi pianse.
Poi entrò.
Anna aveva un fratello malato e una figlia separata che viveva con lei da sei mesi.
Disse che era stanca di fare la forte per tutti.
Un pomeriggio venne Paolo, che conoscevo appena.
La moglie non lo riconosceva più ogni sera.
“Al mattino sono suo marito,” disse. “Dopo cena sono quello che deve uscire da casa sua.”
Nessuno seppe cosa rispondere.
Quindi non rispondemmo.
Gli riempimmo la tazza.
Ed era abbastanza.
Quello delle cinque e quaranta diventò un rito.
Non gli demmo mai un nome.
Niente associazione.
Niente gruppo.
Niente programma.
Alle cinque e quaranta aprivo le tende.
Mettevo su il caffè.
Chi passava, passava.
Chi entrava, entrava.
A volte eravamo due.
A volte sei.
Parlavamo.
Oppure no.
Un giorno Laura arrivò e trovò il soggiorno pieno.
Mi guardò.
“Papà, che succede?”
Franco indicò la caffettiera.
“Tua madre ci sta ancora comandando.”
Laura rise.
Un mese dopo la morte di Arturo lavai il vetro della finestra.
Non per cancellare le sue impronte.
Erano già scomparse.
Il tempo le aveva tolte lentamente.
Pulii il vetro perché volevo vedere meglio fuori.
Quella differenza, per me, significava tutto.
Laura ed io apriamo insieme lo scatolone.
Questa volta non per togliere.
Per scegliere.
La tazza azzurra tornò in cucina.
Gli occhiali di Teresa rimasero vicino alla poltrona.
Le parole crociate le mettemmo in un cassetto.
La spazzola di Arturo finì accanto agli strofinacci.
Non nascosta.
Non esposta.
Conservata.
Quando Laura trovò il cuscino del davanzale, me lo porse.
“Questo?”
Lo rimisi al suo posto.
“Resta.”
“Per chi?”
Guardai la strada.
“Per chi deve ancora guardare fuori.”
Due mesi dopo andai al rifugio comunale degli animali per portare vecchie coperte.
Una volontaria mi mostrò una stanza con i gatti più anziani.
In fondo c’era un enorme gatto rosso.
Un occhio opaco.
Il muso segnato.
Sembrava un pugile in pensione.
“Si chiama Ruggero. Avrà dodici o tredici anni. Il proprietario è morto. I parenti non l’hanno tenuto.”
Quella frase mi fece male.
Quando qualcuno invecchia, umano o animale, improvvisamente tutti cominciano a parlare di praticità.
Mi avvicinai.
Ruggero venne alle sbarre.
Appoggiò il muso contro le mie dita.
Non feci niente.
Tornai a casa.
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