Fu l’inizio.
Fosso oggi è anziano.
Il muso è diventato bianco.
Sale sul divano con meno eleganza.
Dopo certe passeggiate lunghe mi guarda come per dire:
“Abbiamo cinquant’anni anche noi o soltanto tu?”
Non interviene più come un tempo.
Abbiamo ridotto tutto.
Ci sono cani più giovani.
Alcuni sono stati preparati proprio perché il lavoro di Fosso aveva dimostrato che certe capacità potevano essere utili.
E ogni tanto qualcuno viene a casa mia per imparare da lui.
La parte divertente è che lui, ormai, preferirebbe insegnare come ottenere prosciutto dai pensionati del quartiere.
Mirella ha superato i settanta.
Continua a portargli biscotti.
Ettore cammina col bastone.
Carla ha perso Nerina qualche anno fa, di vecchiaia, nel suo letto.
Quando successe venne da me.
Non disse molto.
Accarezzò Fosso per dieci minuti.
Poi gli sussurrò:
«Tu sei stato il primo a trovarla quella volta. Magari, se la incontri prima di me, dille che arrivo con calma.»
Feci finta di guardare altrove.
A una certa età si impara anche questo.
Ci sono lacrime che meritano discrezione.
Qualche mese fa Fosso partecipò a uno dei suoi ultimi recuperi.
Un cane era rimasto bloccato in un vecchio passaggio sotto un cortile.
Nulla di spettacolare.
Niente telecamere.
Nessun video destinato a milioni di persone.
Fosso entrò lentamente.
Molto più lentamente di sei anni prima.
Lo seguivo attraverso il sistema di controllo.
Raggiunse l’altro cane.
Si fermò.
Poi fece quello che aveva sempre fatto.
Si sdraiò accanto a lui.
Aspettò.
Quando riuscimmo a creare un accesso sicuro, li trovammo così.
Fianco contro fianco.
L’altro cane tremava.
Fosso no.
Lo guardai e improvvisamente rividi quel tubo di cemento.
La mia torcia.
Quelle zampe ferite.
Quel corpo bagnato che si schiacciava contro di me.
La giacca che non riuscivo a chiudere bene.
Il suo muso contro la mia gola.
E capii finalmente perché non ero mai riuscita a chiamarlo Fortunato.
Fosso era il nome giusto.
Perché certi luoghi non vanno cancellati.
Vanno attraversati.
Mio padre morì qualche anno prima che Fosso diventasse troppo anziano per lavorare.
Negli ultimi mesi usciva poco.
Una domenica portai Fosso da lui.
Mia sorella aveva preparato il ragù.
La tavola era quella di sempre.
Tovaglia buona.
Pane tagliato storto.
Parmigiano in una ciotola troppo piccola.
Mio padre lasciò cadere sotto il tavolo un pezzo di carne “per sbaglio”.
Mia madre protestò.
«Poi gli fa male.»
Lui rispose:
«Alla mia età lasciami almeno corrompere il cane.»
Dopo pranzo rimanemmo soli sul balcone.
Fosso dormiva vicino ai suoi piedi.
Mio padre lo guardò a lungo.
«È quello del buco?»
«Papà, vive con me da anni.»
«Lo so. Ma è quello del buco.»
«Sì.»
Lui annuì.
Poi disse:
«Alla fine avevo ragione.»
«Su cosa?»
«Sulle cicatrici.»
Rimasi zitta.
Mio padre non sapeva niente dei discorsi motivazionali.
Non avrebbe mai usato parole come trauma, resilienza, rinascita.
Gli sarebbero sembrate parole da televisione.
Indicò Fosso con il mento.
«Se non fosse finito là sotto, non avrebbe imparato a trovare gli altri.»
Poi guardò me.
«E se tu fossi stata più grande, non saresti entrata.»
Questa seconda frase mi colpì più della prima.
Per tutta la vita avevo considerato la mia statura qualcosa da compensare.
Un difetto professionale.
Una cosa che mi obbligava a dimostrare.
E invece c’era stato un giorno in cui essere esattamente come ero aveva fatto tutta la differenza.
Se fossi stata dieci centimetri più alta, forse non sarei entrata.
Se non fossi entrata, forse Fosso sarebbe morto.
Se Fosso non fosse uscito, quarantasette animali non avrebbero incontrato il cane che rimaneva con loro nel buio.
Una vita intera può cambiare per qualcosa che hai passato anni a considerare un limite.
Questo non significa che tutto accada per una ragione.
Non lo credo.
Ci sono dolori inutili.
Ci sono perdite che restano soltanto perdite.
Non voglio trasformare la sofferenza in una favola.
Ma qualche volta possiamo decidere cosa farne dopo.
Fosso non meritava quel tubo.
Nessun animale merita paura, fame o abbandono.
Eppure, una volta uscito, quel luogo non fu più soltanto il posto dove aveva quasi perso la vita.
Diventò il posto da cui aveva imparato una cosa.
Quanto vale qualcuno che viene a cercarti.
Quanto vale qualcuno che resta.
Adesso, nelle sere tranquille, Fosso dorme accanto alla mia poltrona.
Io leggo poco e mi addormento molto.
Il quartiere è cambiato.
Il vecchio negozio ha chiuso.
Sono arrivati nuovi vicini.
Alcuni ragazzi non conoscono neppure la storia del video.
E va bene così.
Non serve essere ricordati da venticinque milioni di persone.
A volte basta essere ricordati da una.
Da quella che eri andato a cercare.
Ogni tanto Fosso sogna.
Muove le zampe.
Fa un piccolo rumore.
Allora appoggio la mano sul suo fianco.
Lui, anche dormendo, si sposta verso di me.
Come quella prima volta.
Non ha mai davvero smesso di farlo.
La differenza è che ormai so che non fui soltanto io a tirarlo fuori.
Negli anni successivi, ogni volta che mi sentivo troppo piccola, troppo stanca, troppo vecchia per continuare a dimostrare qualcosa, guardavo lui.
Il cane che aveva trasformato il luogo peggiore della sua vita nel posto dove sapeva aiutare meglio gli altri.
E pensavo a mio padre.
“Non vergognarti delle cicatrici. Servono a ricordarti da quale parte sei uscita.”
Io ero abbastanza piccola per raggiungere un cane che nessun altro poteva raggiungere.
Quel cane crebbe e raggiunse quarantasette creature che noi non riuscivamo a raggiungere.
La prima volta scesi nel buio per lui.
Per anni, lui è tornato nel buio per gli altri.
Quando cercai di lasciarlo andare dentro quel condotto, mi strinse la giacca con tutte le forze che gli erano rimaste.
Credevo fosse soltanto paura.
Oggi penso che fosse una promessa.
Lui non lasciò andare me.
E poi passò il resto della sua vita assicurandosi che, nel momento peggiore, qualcun altro non venisse lasciato solo.





