Mia figlia indicò un bambino alla fermata e sussurrò: «Papà, quello è il fratello che credevamo morto»

Per anni avevo rivissuto quel momento.

Il fumo.

Il calore.

La voce di Nicolò.

E la mia schiena rivolta verso di lui mentre mi portavano via.

Le ricerche erano durate due giorni.

Avevano trovato i resti di Elena.

Per Nicolò, invece, soltanto frammenti che gli esperti dissero essere compatibili con quelli di un bambino.

Io avevo chiesto di continuare.

Avevo urlato.

Avevo accusato tutti di arrendersi troppo presto.

Alla fine mi avevano mostrato un rapporto pieno di timbri e parole difficili. Mi dissero che non c’erano possibilità di errore.

Patrizia aveva insistito per fare un’unica cerimonia.

«Non costringere tua figlia a vivere aspettando un morto», mi aveva detto.

Ed era proprio quello che avevo fatto.

Avevo smesso di cercare per salvare Lia.

O almeno così mi ero raccontato.

All’ospedale ci fecero attendere in un corridoio bianco, accanto a un distributore che ronzava.

Lia teneva sulle ginocchia la sciarpa che l’uomo alla fermata aveva prestato a Nicolò.

«Sei sicura di non averlo mai visto prima?» le domandai.

«Sicura.»

«Allora come facevi a sapere il suo nome?»

«È mio fratello.»

«Hai visto le sue foto a casa della nonna.»

«Nonna le tiene tutte chiuse nell’armadio.»

Era vero.

Mia madre non riusciva più a guardarle.

Lia mi prese una mano.

«Papà, perché sei arrabbiato con me?»

«Non sono arrabbiato.»

«Sì.»

Inspirai lentamente.

«Ho paura.»

«Perché?»

«Perché potrebbe non essere lui.»

«È lui.»

«E se non lo fosse?»

«Allora avremo aiutato un bambino che aveva freddo.»

Aveva otto anni.

E in quel momento parlava come mia madre.

Una donna con il camice uscì dalla porta.

«Il padre del bambino?»

Mi alzai di scatto.

«Sono io.»

La dottoressa abbassò la voce.

«È molto debilitato. Ha una forte disidratazione, febbre e segni di denutrizione. Non sembra esserci un pericolo immediato, ma resterà ricoverato.»

«Posso vederlo?»

«Prima dobbiamo chiarire la sua identità. Il bambino risulta registrato come Nicola Serra.»

«Non è il suo nome.»

«Sostiene di aver vissuto con una donna chiamata Patrizia Serra.»

«È sua zia. Il cognome da nubile della madre.»

La dottoressa mi osservò attentamente.

«Lei ha detto che suo figlio era stato dichiarato morto.»

«Sì.»

«Capirà che dobbiamo avvisare le autorità competenti.»

«Fate tutto quello che dovete fare. Ma lasciatemi vederlo.»

«Per ora può entrare soltanto la bambina. Lui ha chiesto di lei.»

Quelle parole mi fecero male più di quanto avrei ammesso.

Lia entrò nella stanza tenendo la sciarpa tra le mani.

Io rimasi dietro il vetro della porta.

Nicolò era disteso nel letto, con una flebo al braccio e i capelli pettinati all’indietro. Pulito, sembrava ancora più simile al bambino che avevo perduto.

Lia salì sulla sedia.

Gli parlò.

Non sentivo le parole, ma vidi Nicolò rilassare le spalle.

Poi lei tirò fuori dalla tasca un piccolo pupazzo di stoffa.

Era un coniglio con un orecchio ricucito.

Lo riconobbi subito.

Apparteneva a Nicolò.

Era uno dei pochi oggetti recuperati dopo l’incendio.

Lo tenevo in fondo a un cassetto, avvolto in una maglietta di Elena.

Aprii la porta.

«Dove l’hai preso?»

Lia si voltò.

«Era sul mio letto stamattina.»

«Non è possibile.»

«Forse l’hai messo tu.»

«No.»

Nicolò tese la mano verso il coniglio.

Le dita gli tremavano.

«Briciola.»

Quello era il nome che gli aveva dato a tre anni.

Non era scritto da nessuna parte.

Non lo conosceva nemmeno Lia.

Mi appoggiai allo stipite per non cadere.

Nicolò accarezzò l’orecchio ricucito.

«La mamma l’aveva aggiustato male.»

Sorrise appena.

«Diceva che le cose storte restano insieme più a lungo.»

Era una frase di Elena.

Una delle sue.

La diceva ogni volta che riparava qualcosa con ago e filo.

Entrai lentamente.

«Nicolò.»

Lui alzò gli occhi.

«Non avvicinarti.»

Mi fermai.

«Va bene.»

«Zia Patrizia diceva che avevi scelto Lia.»

Sentii mia figlia irrigidirsi.

«Che cosa significa?»

«Diceva che durante l’incendio avevi preso lei perché era la tua preferita. Diceva che sapevi che io ero vivo, ma non volevi più vedermi.»

«Ti ha mentito.»

«Perché avrebbe dovuto?»

Non seppi rispondere.

Nicolò strinse Briciola al petto.

«Mi ha detto che la mamma è morta per colpa tua.»

«Non è vero.»

«Mi ha detto che litigavate sempre.»

«A volte litigavamo. Come tante persone sposate. Ma io amavo tua madre.»

«Lei diceva che tu volevi andartene.»

Quelle parole mi colpirono perché contenevano una parte di verità.

La sera prima dell’incendio Elena e io avevamo discusso.

Eravamo stanchi.

I soldi non bastavano.

Io lavoravo troppo e tornavo nervoso. Lei aveva rinunciato a un impiego per occuparsi dei bambini e si sentiva prigioniera.

Avevo urlato che forse sarebbe stato meglio separarci per qualche settimana.

Non lo pensavo davvero.

Ma Patrizia lo sapeva.

Elena le aveva telefonato.

«Tua madre e io stavamo attraversando un momento difficile», ammisi. «Ma non avrei mai abbandonato voi.»

Nicolò girò il viso verso il muro.

«Tutti dicono così.»

Uscì una funzionaria accompagnata da due agenti in borghese.

Mi fecero domande per quasi tre ore.

Date.

Indirizzi.

Segni particolari.

Ricordi.

Chiesero il mio consenso per un esame di parentela.

Accettai senza esitare.

Mia madre arrivò in ospedale poco dopo le nove di sera.

Aveva settantadue anni e camminava con un bastone da quando era caduta nel cortile.

Quando mi vide, mi afferrò il volto tra le mani.

«È vero?»

«Non lo so ancora.»

«Tu lo sai.»

«Gli somiglia.»

«Daniele, tu lo sai.»

La accompagnai davanti al vetro.

Nicolò dormiva, con Briciola sotto il mento. Lia si era addormentata sulla sedia accanto al letto.

Mia madre portò una mano alla bocca.

«Madonna santa.»

Le ginocchia le cedettero e dovetti sostenerla.

«È lui», sussurrò. «È il mio bambino.»

Un agente si avvicinò.

«Signora, conosce Patrizia Serra?»

Mia madre si raddrizzò.

«Era la sorella di mia nuora.»

«Ha avuto contatti con lei dopo l’incendio?»

«No.»

Poi esitò.

Durò soltanto un secondo.

Ma io lo vidi.

«Mamma?»

«Una volta.»

«Quando?»

«Tre anni fa.»

Mi si gelò il sangue.

«Che cosa stai dicendo?»

Mia madre abbassò lo sguardo.

«Ricevetti una telefonata. Una donna respirava dall’altra parte, ma non parlava. Alla fine disse soltanto: “Perdonatemi”. Poi chiuse.»

«E tu non mi hai detto niente?»

«Pensavo fosse una crudeltà.»

«Hai riconosciuto la voce?»

«Forse. Non ero sicura.»

«Era Patrizia?»

«Credo di sì.»

Mi allontanai da lei.

Per cinque anni avevo vissuto con una tomba vuota.

Per cinque anni avevo immaginato mio figlio chiamarmi tra le fiamme.

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