La voce gli tremò.
Rocco batté ancora la coda.
Andrea si avvicinò.
Si inginocchiò.
Allungò una mano.
Rocco la annusò.
Poi ci appoggiò sopra il muso.
Lo perdonò.
Senza domande.
Senza condizioni.
Come soltanto certi animali e certe madri sanno fare.
Andrea deglutì.
«Non pensavo fosse ridotto così.»
«Ha quattordici anni.»
«Non me l’avevi detto.»
Lo guardai.
«Non me l’hai mai chiesto.»
Abbassò gli occhi.
Quella frase rimase tra noi.
Pesante.
Andrea iniziò ad accarezzare Rocco.
«Sono venuto perché Silvia dice che dobbiamo sistemare questa storia.»
Quasi sorrisi.
«La storia su internet?»
«Anche.»
«E noi?»
Andrea tacque.
«Vuoi sistemare anche noi?»
Passarono parecchi secondi.
Poi disse:
«Non so come si fa.»
Fu probabilmente la cosa più sincera che mio figlio mi avesse detto da dieci anni.
Mi sedetti.
«Comincia senza pensare a come sembri.»
Andrea mi guardò.
«Che significa?»
«Significa smettere di fare bella figura.»
Le parole uscirono da sole.
«Tutta la tua vita ormai è una vetrina. Devi sembrare quello che ce l’ha fatta. Devi avere la casa giusta, il pavimento giusto, gli ospiti giusti. Ieri sera io e Rocco rovinavamo la fotografia.»
«Non è così.»
«Allora perché hai messo il video online?»
Andrea non rispose.
«Perché volevi spiegare agli altri che avevi ragione prima ancora di chiederti se avevi ferito qualcuno.»
Si passò le mani sul viso.
«Stanno dicendo cose orribili su di me.»
«Internet dice cose orribili su tutti.»
«Dicono che sono senza cuore.»
Non replicai subito.
Rocco emise un piccolo sospiro.
«Non mi interessa cosa dicono loro,» dissi. «Mi interessa quello che fai tu da domani.»
Andrea mi fissò.
Per la prima volta non aveva una risposta pronta.
Restò a pranzo.
Mangiammo una minestra avanzata, pane raffermo scaldato sulla stufa e formaggio.
Andrea osservava tutto come se quella casa gli sembrasse più piccola di quanto ricordasse.
A un certo punto indicò una fotografia sul mobile.
Lucia aveva cinquantotto anni.
Andrea ventiquattro.
Rocco era ancora giovane.
Eravamo al mare, stipati sotto un ombrellone economico.
Ridevamo.
«Mi ricordo quel giorno,» disse Andrea.
«Tua madre aveva preparato panini per un esercito.»
Sorrise.
«E Rocco aveva rubato quello di zio Franco.»
Ridacchiai.
Poi tornammo in silenzio.
Andrea continuava a guardare la foto.
«Sai una cosa che non ti ho mai detto?»
Alzai gli occhi.
«Da ragazzino mi vergognavo di te.»
Non fece male come avrebbe potuto.
Forse perché una parte di me lo aveva sempre saputo.
«Dei tuoi vestiti da lavoro. Della macchina vecchia. Delle mani sporche di grasso. I miei compagni avevano padri che portavano la camicia anche la domenica. Venivano a prenderli con auto nuove.»
Abbassò lo sguardo.
«Io ti vedevo arrivare con i pantaloni macchiati e pensavo che non volevo diventare così.»
Non parlai.
«Poi mamma si è ammalata. I soldi erano sempre pochi. Tu facevi turni in più. A casa si parlava solo di visite, cure, bollette.»
Gli occhi gli diventarono lucidi.
«Dopo che è morta mi sono promesso che avrei costruito una vita dove niente potesse crollare.»
Indicò vagamente il nulla.
«Una casa perfetta. Soldi. Sicurezza. Tutto sotto controllo.»
Guardò Rocco.
«E ieri sei arrivato con lui.»
Rimase in silenzio.
«Vecchio. Malato. Pieno di peli. Con quel fiocco di mamma.»
La voce gli si spezzò.
«Mi hai ricordato tutto quello che ho passato anni a cercare di dimenticare.»
Finalmente capii.
Non era il pavimento.
Non era il cane.
Non erano nemmeno gli ospiti.
Era la paura.
Andrea aveva passato mezza vita scappando dal bambino che era stato.
Dal ragazzo che aveva visto sua madre spegnersi.
Dalla casa dove mancavano i soldi.
Dall’odore dell’officina.
Dal dolore.
Aveva costruito muri di vetro pensando che la trasparenza fosse la stessa cosa dell’onestà.
«Così hai provato a nasconderci.»
Andrea annuì.
Una lacrima gli scese sulla guancia.
«Sì.»
Accarezzò Rocco.
«Ho provato a nascondere voi.»
Il cane sollevò il muso e leccò le dita di Andrea.
Mio figlio chiuse gli occhi.
«Scusami, vecchio.»
Non capii se parlasse con lui o con me.
Forse con entrambi.
Rocco tossì.
Andrea si irrigidì.
«Cos’era?»
Gli raccontai della visita.
Del cuore.
Delle anche.
Del tempo rimasto.
Andrea diventò pallido.
«Perché non mi hai chiamato?»
«E cosa ti avrei dovuto dire? Che il cane che non volevi sul pavimento potrebbe non arrivare alla primavera?»
Abbassò la testa.
«Me la merito.»
Quella sera nevicò forte.
Andrea rimase.
Avrebbe potuto tornare a Milano.
Non lo fece.
Preparammo altra minestra.
Accesi il camino.
Rocco si sdraiò tra noi.
Verso le dieci, Andrea mi disse:
«Papà, sai qual è la parte peggiore?»
«Quale?»
«Io credevo davvero che il successo volesse dire non avere bisogno di nessuno.»
Guardai le fiamme.
«È una sciocchezza che capiscono in tanti quando ormai è tardi.»
Andrea annuì.
«Io ho ancora tempo?»
Fuori la neve cadeva senza rumore.
Guardai Rocco.
«Non lo so.»
Poi guardai mio figlio.
«Ma sei qui.»
Verso mezzanotte il respiro di Rocco cambiò.
Corto.
Irregolare.
Mi alzai subito.
Andrea fece lo stesso.
Ci inginocchiammo accanto a lui.
Rocco tossì.
Tremò.
Andrea mi guardò come un bambino.
«Papà, cosa facciamo?»
Appoggiai una mano sul fianco del cane.
Sentivo il cuore accelerare sotto il pelo.
«Restiamo.»
«Basta?»
«A volte è tutto.»
Così rimanemmo lì.
Due uomini seduti sul pavimento.
Un vecchio cane tra noi.
Nessuna casa elegante.
Nessun ospite.
Nessuna fotografia da pubblicare.
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