Il fascio di luce passò sul marito.
Su Tommaso.
Su di me.
Poi si fermò sul gatto.
E sul tappeto.
“Mamma mia,” disse.
Riccardo si avvicinò tenendosi una mano sulla mandibola.
Guardò Bruno.
Per un attimo pensai che finalmente avesse capito.
Poi abbassò gli occhi sulla macchia.
“Ma questo tappeto…”
Non dissi niente.
Riccardo continuò.
“Bisognerà chiamare qualcuno. Chi paga la pulizia? Non possiamo anche metterci a gestire questa cosa adesso.”
Ricordo ancora il modo in cui pronunciò “questa cosa”.
Bruno respirava a scatti.
Tommaso era vivo e illeso grazie anche a lui.
E Riccardo pensava al tappeto.
Dentro di me si spense qualcosa.
Non rabbia.
Peggio.
Rispetto.
“Dammi le chiavi.”
Elena si voltò.
“Papà, aspetta. Chiamiamo qualcuno.”
“Le chiavi.”
Riccardo prese quelle della mia vecchia auto.
La stessa auto che mi chiedeva sempre di parcheggiare dietro perché, a suo dire, davanti alla villetta “stava male”.
Me le lanciò.
Presi Bruno tra le braccia.
Era pesante.
Caldo.
Vivo.
Fece un piccolo verso e appoggiò il muso sotto il mio mento.
Sembrava quasi chiedermi scusa per il disturbo.
“Non ti azzardare,” gli sussurrai.
Lo portai alla clinica veterinaria notturna più vicina.
Costole incrinate.
Una ferita profonda alla spalla.
Trauma al torace.
Ma il cuore era forte.
“È un animale resistente,” mi disse la veterinaria.
“Lo so.”
Rimasi lì fino al mattino.
Quando uscii, il cielo sopra Verona era grigio.
Tornai da Elena soltanto per prendere le mie cose.
Non entrai neppure in casa.
Misi in macchina gli scarponi, i vestiti, qualche attrezzo e la vecchia fotografia di Teresa che tenevo in dependance.
Riccardo uscì con una tazza in mano.
“Giorgio.”
Continuai a sistemare le borse.
“Mi dispiace per ieri.”
Non risposi.
“Ero sotto shock.”
Chiusi il bagagliaio.
“Siamo grati per quello che ha fatto Bruno.”
Finalmente lo guardai.
Poi arrivò il “ma”.
Arriva sempre.
“Ma dopo quello che è successo, penso che sia evidente che non possiamo tenerlo vicino a Tommaso. Se può reagire in quel modo…”
“Ha salvato tuo figlio.”
“Ha aggredito una persona.”
“Una persona entrata in casa vostra nel cuore della notte.”
“Non possiamo sapere come reagirà in futuro.”
Sorrisi senza allegria.
“Adesso siamo tornati all’imprevedibile.”
Riccardo incrociò le braccia.
“Dove vai?”
“A casa.”
“Questa è casa tua.”
“No.”
Indicai la villetta.
“Questa è casa vostra.”
Avevo trovato una piccola casa in affitto in un paese sopra il lago, non lontano dalle montagne.
Un vecchio amico del soccorso alpino conosceva il proprietario.
Stufa a legna.
Pavimenti consumati.
Finestre che lasciavano passare un filo d’aria.
Un cortile con l’erba che cresceva dove voleva.
Perfetta.
Riccardo mi disse che non era sicuro vivere da solo.
Lo guardai.
“La sicurezza non è una porta che si chiude da sola.”
Poi salii in macchina.
Bruno era accanto a me, ancora sedato, fasciato.
Quando sentì la mia mano sulla coperta, mosse la coda una volta.
Partimmo.
Il primo giorno nella casa nuova non feci quasi nulla.
Accesi la stufa.
Misi Bruno su una vecchia coperta.
Preparai il caffè.
E mi sedetti sul pavimento accanto a lui.
La casa scricchiolava.
Da una finestra entrava un po’ di freddo.
Sul tavolo c’erano due graffi lasciati da chissà chi.
Pensai a Teresa.
Avrebbe detto: “Finalmente una casa dove si può appoggiare una tazza senza chiedere permesso.”
Risi da solo.
Quella sera controllai il telefono.
Dodici messaggi.
Quasi tutti di Elena.
Papà, dimmi che state bene.
Tommaso continua a chiedere di Bruno.
Papà, rispondimi.
Riccardo non voleva dire quelle cose.
Era spaventato.
Poi trovai il messaggio di Riccardo.
La ditta ci ha fatto un preventivo per il tappeto. Dobbiamo capire come dividere la spesa.
Lo lessi tre volte.
Niente su Bruno.
Niente su come stava.
Niente su quello che aveva fatto.
Il tappeto.
Ancora.
Spensi il telefono.
Il giorno dopo chiamò Elena.
“Papà, dove sei?”
“In montagna.”
“Non puoi sparire così.”
“Non sono sparito.”
“Tommaso non dorme.”
Quello mi fermò.
Mi sedetti.
“Come sta?”
“Male. Ha paura del buio. Dice che sente rumori.”
“È normale dopo quello che è successo.”
“Torna per qualche giorno.”
Rimasi zitto.
Lei continuò.
“Abbiamo sistemato l’allarme. Verranno anche a controllare le finestre.”
“E Bruno?”
Silenzio.
“Elena.”
“Riccardo pensa che sarebbe meglio…”
“Passami Tommaso.”
Dopo qualche secondo sentii una vocina.
“Nonno?”
“Ciao, campione.”
“Bruno è morto?”
Mi si chiuse lo stomaco.
“No.”
“Davvero?”
“Davvero. È ferito, ma è qui con me.”
Tommaso respirò forte.
Poi disse:
“Mi dispiace.”
“Per cosa?”
“Perché non l’ho aiutato.”
Chiusi gli occhi.
“Tommaso, ascoltami. Tu hai fatto esattamente quello che dovevi fare. Ti sei nascosto. Sei rimasto fermo. Sei stato bravo.”
“Ma lui si è fatto male.”
“Lo so.”
“Per me?”
Guardai Bruno.
Dormiva vicino alla stufa.
“Anche per te.”
Tommaso rimase in silenzio.
Poi bisbigliò:
“Papà dice che adesso Bruno è pericoloso.”
“Bruno non è un giocattolo,” gli risposi. “È un animale. Va rispettato. Ma quella notte non ha fatto del male perché era cattivo. Ha cercato di proteggervi.”
“Mi manca.”
Quelle due parole mi fecero più male di qualsiasi discussione.
“Anche tu mi manchi.”
Dopo la telefonata aprii il messaggio di Riccardo.
Scrissi una sola frase.
La fattura del veterinario costa più del tuo tappeto. Pensaci.
Poi spensi di nuovo il telefono.
Passarono tre giorni.
Bruno cominciò a mangiare.
Poco.
Beveva.
Odiava quando dovevo controllargli la fasciatura.
Mi guardava come se fossi personalmente responsabile dell’esistenza delle medicine.
Ma non graffiava.
Non mordeva.
Sopportava.
E io rimanevo lì.
Di notte mi svegliavo per ascoltare il suo respiro.
A volte pensavo a mia moglie.
Negli ultimi mesi della sua malattia avevo fatto la stessa cosa.
Contare respiri.
Scaldare mani.
Preparare brodo.
Cambiare lenzuola.
Aspettare.
La cura vera è quasi sempre noiosa.
Non ha musica.
Non ha applausi.
Non è bella da fotografare.
È restare quando sarebbe più facile andarsene.
Il quarto giorno arrivò una busta.
Dentro c’era il preventivo per la pulizia del tappeto.
E un biglietto scritto da Elena.
Papà, ti prego. Paghiamo questa cosa e andiamo avanti. Riccardo non la lascia perdere.
Rimasi a lungo con quel foglio davanti.
Poi capii che non mi stavano chiedendo soldi.
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