A settantadue anni chiesi quale fosse il gatto più vecchio del rifugio: dietro la sua scheda trovai una lettera che cambiò due vite
«Qual è il gatto più anziano che nessuno vuole portarsi a casa?»
La donna dietro il bancone smise di scrivere.
Non sorrise. Non mi fece compilare moduli. Mi guardò per qualche secondo come se volesse capire se stessi scherzando.
Poi sospirò.
«Va bene. Mi segua.»
Si chiamava Elisa. Avrà avuto cinquant’anni, forse qualcosa in più, i capelli raccolti male e quella faccia stanca di chi passa le giornate a vedere persone scegliere cuccioli lasciando indietro tutto ciò che ha già qualche ruga.
Prese un mazzo di chiavi e attraversammo il rifugio.
All’inizio c’erano le stanze luminose.
Gattini che si arrampicavano sulle grate. Gatti giovani che spingevano il muso contro il vetro. Zampe tese verso chi passava.
Quelli che, diciamolo, fanno venire subito voglia di dire: «Prendo questo.»
Poi continuammo a camminare.
Il corridoio diventò più silenzioso.
Le luci al neon ronzavano sopra le nostre teste. Le porte di metallo facevano eco.
«Qui in fondo arriva poca gente», disse Elisa.
«Immaginavo.»
Mi guardò appena.
Forse aveva già capito perché ero lì.
Da quando mia moglie Anna era morta, tre anni prima, avevo imparato una cosa che nessuno ti racconta: la solitudine non fa sempre rumore.
Non è detto che ti metta a piangere.
A volte ti fa apparecchiare per due senza accorgertene.
A volte ti fa lasciare accesa la televisione anche se non la guardi.
A volte ti fa entrare in cucina la domenica mattina e preparare un sugo troppo grande, perché dopo quarantasei anni di matrimonio la mano continua a ricordare quantità che la casa non può più mangiare.
I miei figli vivevano lontano.
Mia figlia Chiara a Bologna, mio figlio Paolo vicino a Milano.
Mi telefonavano.
Mi volevano bene.
Ma avevano lavoro, figli, rate, corse quotidiane.
E io avevo settantadue anni e abbastanza esperienza per sapere che l’amore non può sempre prendere il primo treno.
Alla fine del corridoio Elisa si fermò.
«Eccolo.»
Dentro una gabbia più grande di lui c’era un gatto piccolo.
Non piccolo come un cucciolo.
Piccolo come diventano certe creature quando gli anni consumano tutto ciò che non serve.
Aveva il pelo color miele ormai scolorito, con ciuffi bianchi intorno al muso e alle sopracciglia.
Un orecchio pendeva leggermente da un lato.
Gli occhi erano velati.
Ma non vuoti.
Mi guardava.
Non cercava una pallina.
Non cercava cibo.
Sembrava cercare di capire perché fossi arrivato fin lì.
Sulla porta c’era una scheda dentro una busta trasparente.
Tobia.
17 anni.
Tranquillo.
Adatto a un ambiente silenzioso.
Preferibile alimentazione morbida.
Adozione consapevole per gatto anziano.
Diciassette.
È strano quello che succede nella testa quando leggi un numero del genere.
Con un gattino pensi agli anni che verranno.
Con un gatto di diciassette anni pensi subito a quanti ne rimangono.
Facciamo tutti quel calcolo.
Anche quando ci vergogniamo ad ammetterlo.
«Da quanto è qui?»
Elisa abbassò la voce.
«Abbastanza.»
«Nessuno lo ha mai voluto?»
Lei fece una smorfia triste.
«Qualcuno lo guarda. Qualcuno chiede. Poi legge l’età.»
Annuii.
«La gente non vuole affezionarsi a qualcosa che potrebbe perdere presto.»
«Esatto.»
Tobia non miagolava.
Non si aggrappava alle sbarre.
Non cercava di vendersi bene.
Se ne stava seduto dritto, con quella dignità un po’ testarda degli anziani della mia generazione.
Come mio padre quando aveva ottantasei anni e continuava a vestirsi bene anche per andare dal medico.
«Finché riesco ad allacciarmi la camicia, non sono ancora da buttare», diceva.
Guardando Tobia pensai proprio a lui.
Elisa aprì la gabbia.
Il gatto uscì lentamente.
Una zampa.
Poi l’altra.
Si fermò.
Mi fissò.
E lasciò uscire un lungo respiro.
Non un miagolio.
Proprio un respiro.
Come quando torni a casa dopo una giornata pesante e finalmente chiudi la porta.
Mi inginocchiai.
Con calma, perché a settantadue anni le ginocchia presentano il conto.
Tobia avanzò.
Non mi annusò neanche troppo.
Arrivò davanti al mio petto e ci appoggiò la fronte.
Basta.
Niente feste.
Niente scena.
La fronte contro di me.
Rimasi immobile.
Sentii Elisa schiarirsi la voce.
«Ogni tanto lo fa.»
Ma aveva gli occhi lucidi.
Fu allora che notai qualcosa dietro la sua scheda.
Un angolo di carta piegata.
«Cos’è?»
Elisa seguì il mio sguardo.
Per la prima volta sembrò esitare.
«Era con lui quando è arrivato.»
«Posso leggerla?»
Tolse il foglio dalla custodia.
La carta era stata piegata quattro volte.
La calligrafia tremava.
C’erano poche righe.
Se qualcuno lo prenderà, ditegli che è sempre stato un bravo gatto.
Non pensi che l’ho abbandonato perché non gli volevo bene.
La vita mi ha tolto la casa prima di togliermi il cuore.
Per favore, lasciatelo dormire in un posto dove possa vedere qualcuno.
Lessi tutto due volte.
Poi una terza.
Elisa non parlò.
Nemmeno io.
Tobia era ancora contro il mio ginocchio.
«Lo porto a casa.»
Lei alzò gli occhi.
«Signor Carlo, deve sapere che…»
«Lo so.»
«Potrebbero esserci spese veterinarie.»
«Lo so.»
«Potrebbe avere poco tempo.»
La guardai.
«Anche io, Elisa.»
Lei si zittì.
Non lo dissi per fare il melodrammatico.
A settantadue anni non mi sentivo finito.
Guidavo.
Facevo la spesa.
Andavo al bar.
Curavo ancora i pomodori nell’orto.
Ma avevo smesso di comportarmi come se la vita mi dovesse garantire vent’anni per ogni cosa che amo.
Avevo già perso Anna.
Sapevo benissimo che amare qualcosa non significa ricevere in cambio una promessa di durata.
Compilai i fogli.
Un’ora dopo Tobia era nella macchina con me.
Avevo messo il trasportino sul sedile del passeggero, ma dopo pochi minuti iniziò a spingere il muso contro lo sportello.
Mi fermai.
Aprii con prudenza.
Lui uscì e si sistemò sulle mie gambe.
«Guarda che non puoi guidare così.»
Mi fissò.
«Hai diciassette anni e già comandi.»
Richiusi il trasportino e ripartii.
Quella fu la nostra prima discussione.
A casa non corse sotto il letto.
Non esplorò ogni stanza.
Entrò in soggiorno, rimase fermo davanti alle fotografie di famiglia sul mobile e poi venne vicino alle mie gambe.
Si appoggiò allo stinco.
Io avevo ancora le chiavi in mano.
Guardai il tavolo.
Due sedie.
Quella di Anna era rimasta quasi sempre vuota.
Non avevo mai avuto il coraggio di spostarla.
Tobia ci salì sopra.
Girò tre volte su se stesso.
Si accoccolò.
«Quella era di mia moglie.»
Aprì un occhio.
«Va bene. Fate come volete.»
La prima notte lasciai accesa la lampada del corridoio.
Non per lui.
Per me.
Verso le due e venti mi svegliò un rumore leggero.
Tac.
Pausa.
Tac.
Uscii dalla camera.
Tobia era davanti al battiscopa vicino all’ingresso.
Sollevava una zampa e toccava piano il legno.
Tac.
Pausa.
Tac.
«Tobia?»
Si girò.
Mi vide.
Venne da me e mi appoggiò la testa alla caviglia.
Solo allora smise.
La seconda notte successe ancora.
Alla stessa ora.
La terza pure.
Cominciai a pensare che fosse un’abitudine della vecchia casa.
Forse bussava a una porta.
Forse svegliava qualcuno.
Forse aspettava il rientro di una persona.
Il mattino dopo si sedeva davanti alla finestra.
Non guardava i piccioni.
Guardava la strada.
Le persone.
Le macchine.
Ogni volta che qualcuno rallentava vicino al cancello, alzava la testa.
Conoscevo quello sguardo.
È lo stesso che avevo io nei primi mesi dopo la morte di Anna.
Sentivo la chiave del vicino nella serratura e per mezzo secondo il corpo dimenticava la realtà.
Pensavo fosse lei.
È terribile quanto ci mette il cuore ad accettare quello che la testa sa già.
Portai Tobia da una veterinaria del quartiere.
Una donna sulla sessantina, la dottoressa Rinaldi, con il modo diretto di parlare delle persone che non hanno tempo da perdere in frasi eleganti.
Lo visitò.
Cuore.
Denti.
Articolazioni.
Peso.
Poi si tolse gli occhiali.
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