«Carlo, è un vecchietto.»
«Questo lo avevo intuito.»
Sorrise.
«Alcuni valori vanno controllati. Niente panico, però. Dobbiamo pensare più al comfort che alla perfezione.»
«Tradotto?»
«Tradotto: mangiare bene, bere, stare al caldo, niente stress e tante giornate normali.»
Giornate normali.
Mi piacque.
A una certa età scopri che sono proprio quelle a mancarti di più.
Non il viaggio speciale.
Non la festa.
Una domenica qualunque.
Il caffè sul tavolo.
La radio bassa.
Qualcuno che ti chiede se vuoi un’altra fetta di pane.
Il pomeriggio Tobia mangiò tre bocconi.
Poi si girò a controllare se fossi ancora lì.
Solo dopo riprese.
«Hai paura che sparisca?»
Continuò a masticare.
Mi sedetti sul pavimento accanto a lui.
Da allora mangiammo spesso insieme.
Io sulla sedia.
Lui vicino ai miei piedi.
La domenica successiva arrivarono Chiara e Paolo con le famiglie.
Avevo preparato lasagne, arrosto e patate come quando Anna era viva.
Appena vide Tobia, mia nipote Marta si illuminò.
«Nonno! Hai preso un gatto?»
«No. È lui che ha preso me.»
Chiara lesse la scheda veterinaria.
«Diciassette anni?»
Non lo disse male.
Ma riconobbi subito quella preoccupazione da figlia.
«Papà, sei sicuro?»
«Di cosa?»
«Che sia una buona idea.»
«A settantadue anni dovrei cominciare ad avere solo idee che durano vent’anni?»
«Non intendevo questo.»
«Lo so.»
Paolo rimase in silenzio.
Poi disse: «Papà, ti sei appena ripreso dalla mamma.»
Quella frase mi fece posare la forchetta.
«No.»
La tavola diventò silenziosa.
«Non mi sono ripreso da vostra madre. Ho imparato a vivere senza di lei. È diverso.»
Nessuno replicò.
Tobia passò sotto il tavolo.
Arrivò alla sedia vuota che una volta era stata di Anna.
Si accucciò lì.
Marta gli allungò un pezzetto di carne, ma io la fermai.
«Niente. Ha la sua dieta.»
«Sei già diventato apprensivo.»
«Sono nonno. È il mio mestiere.»
Quella domenica, per la prima volta dopo anni, restammo a tavola fino a tardi.
Parlammo di Anna senza abbassare la voce.
Ridemmo persino raccontando di quella volta in cui aveva salato due volte il ragù e aveva dato la colpa alla pentola.
Prima, quando qualcuno pronunciava il suo nome, cambiavamo discorso.
Credevamo fosse rispetto.
Invece era paura.
Tobia dormiva sotto la sua sedia.
E sembrava averci dato il permesso di ricordare.
Due giorni dopo tornai al rifugio.
Avevo la lettera in tasca.
Elisa era dietro il banco.
Mi vide e disse subito: «Sta bene?»
«Sta benissimo. Fa il padrone di casa.»
Le mostrai il foglio.
«Chi l’ha scritto?»
Elisa si irrigidì.
«Non posso darle dati personali.»
«Non li voglio. Vorrei solo capire.»
Ci sedemmo nel piccolo ufficio.
Lei osservò la lettera.
«Quando Tobia arrivò aveva una coperta vecchia e questa.»
«Chi lo portò?»
«Un familiare.»
«Del proprietario?»
«Credo di sì.»
Esitò.
«Posso dirle solo che la persona che venne qui non guardò mai il gatto negli occhi.»
«Perché?»
«Secondo me, perché se lo avesse fatto non sarebbe riuscita a lasciarlo.»
Uscii da lì con ancora più domande.
Quella sera fotografai Tobia addormentato sulla poltrona di Anna.
Pubblicai la foto sul gruppo del quartiere.
Scrissi solo:
“Si chiama Tobia, ha diciassette anni. Nessuno lo sceglieva perché era troppo vecchio. Adesso dorme qui.”
Pensavo che avrebbero risposto in dieci.
Il giorno dopo c’erano centinaia di commenti.
Molti erano gentili.
Qualcuno raccontava del proprio gatto anziano.
Una signora scrisse che il suo era arrivato a ventun anni.
Un pensionato del quartiere disse che avrebbe portato una coperta.
Ma comparvero anche commenti diversi.
“Perché prendere un animale così vecchio?”
“Ti spezzerà il cuore.”
“Meglio dare una possibilità a un cucciolo.”
“Poi inizieranno le spese.”
Li lessi mentre Tobia dormiva accanto a me.
Pensai a quanto siamo strani.
Passiamo metà della vita a dire che gli anziani meritano rispetto.
Poi, davanti alla vecchiaia vera, quella lenta, fragile, costosa, ci spaventiamo.
Non risposi quasi a nessuno.
Scrissi soltanto:
“Non l’ho scelto perché era vecchio. L’ho scelto perché era ancora qui.”
Poi spensi il telefono.
Quella notte Tobia tornò davanti al battiscopa.
Tac.
Tac.
E poi emise un suono piccolissimo.
Non proprio un miagolio.
Una specie di richiamo.
Mi sedetti vicino a lui.
«Chi aspetti, vecchio mio?»
Mi guardò.
Poi fissò la porta.
Tre giorni dopo ricevetti un messaggio da una donna che non conoscevo.
“Signor Carlo, credo che quello sia il gatto di mio padre.”
Rimasi immobile.
Lessi il messaggio quattro volte.
Poteva essere chiunque.
Chiesi:
“Mi dica qualcosa che non ho scritto pubblicamente.”
La risposta arrivò dopo un minuto.
“Tobia viene chiamato anche Professore. Ma solo se lo dici con tono scherzoso. Mio padre gli diceva sempre: Professore, oggi cosa insegniamo?”
Sentii un brivido.
La donna si chiamava Serena.
Suo padre, Giulio, aveva ottantasei anni.
Aveva vissuto per più di quarant’anni in una casa di campagna poco fuori città.
Poi erano arrivati i problemi.
Una caduta.
Un ricovero.
La riabilitazione.
La casa non era più adatta.
Giulio era stato trasferito in una struttura assistita.
La casa era stata lasciata.
Serena viveva in un appartamento piccolo con il marito, due figli e un cane incompatibile con altri animali.
Suo fratello lavorava spesso fuori regione.
Nessuno aveva trovato una soluzione per Tobia.
Così, in mezzo a scatoloni, documenti, medici, telefonate e decisioni prese troppo in fretta, il gatto era finito al rifugio.
«La lettera», scrissi. «L’ha scritta suo padre?»
Passarono diversi minuti.
Poi arrivò la risposta.
“No. Io.”
Mi si strinse lo stomaco.
Serena continuò.
“Mio padre non sapeva che avremmo portato Tobia via quel giorno. Pensava che fosse ancora a casa con mio fratello.”
Mi arrabbiai.
Per qualche secondo.
Poi mi fermai.
Avevo settantadue anni.
Avevo assistito mia madre negli ultimi anni.
Sapevo cosa significa vivere con il telefono che squilla mentre devi decidere se pagare una badante, adattare un bagno, chiedere permessi al lavoro, trovare qualcuno che passi la notte.
Da fuori è facile dire: io non lo farei mai.
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