Da dentro, a volte, non ci sono scelte buone.
Ci sono soltanto scelte meno impossibili.
Chiamai Elisa.
Le raccontai del messaggio.
Lei rimase in silenzio.
«Vorrebbe incontrarlo?»
«Il padre sì. Serena non osa chiedermelo.»
«E lei?»
Guardai Tobia.
Dormiva sulla vecchia coperta di Anna.
«Credo che debbano vedersi.»
Elisa disse una cosa che non ho dimenticato.
«Se è davvero lui, Carlo, non cerchi un colpevole. Cerchi una chiusura.»
Due giorni dopo caricai Tobia in macchina.
Durante il viaggio fu stranamente tranquillo.
La struttura dove viveva Giulio era alla periferia della città, vicino a un piccolo parco.
Serena mi aspettava all’ingresso.
Aveva circa cinquant’anni.
Capelli corti.
Occhiaie profonde.
Non assomigliava alla persona fredda che mi ero immaginato leggendo il suo primo messaggio.
Assomigliava a una figlia stanca.
«Grazie.»
«Non mi deve ringraziare ancora.»
«Sì, invece.»
Camminammo lungo il corridoio.
Serena raccontò tutto a bassa voce.
«Mio padre aveva quella casa da quando si sposò con mia madre. Dopo che lei è morta, Tobia era diventato…»
Si fermò.
«La famiglia?»
«Sì.»
Capivo perfettamente.
Arrivammo davanti a una stanza.
La porta era socchiusa.
Giulio era seduto accanto alla finestra.
Una coperta sulle ginocchia.
Le mani sottili.
Guardava fuori.
Serena entrò per prima.
«Papà.»
Lui si voltò.
«C’è una persona.»
Entrai con il trasportino.
Giulio guardò me.
Poi guardò la gabbietta.
Il suo viso cambiò.
Non saprei descriverlo meglio.
Semplicemente cambiò.
La bocca si aprì.
Le mani iniziarono a tremare.
«No.»
Serena si portò una mano alla bocca.
«Papà…»
«È lui?»
Posai il trasportino.
«Vediamo se vi riconoscete.»
Aprii.
Tobia rimase fermo per due secondi.
Poi uscì.
Annusò l’aria.
Alzò la testa.
Giulio non disse “Tobia”.
Disse soltanto:
«Professore.»
Il gatto si immobilizzò.
Giulio sorrise attraverso le lacrime.
«Professore, cosa insegniamo oggi?»
Tobia partì.
Lentamente.
Un passo.
Poi un altro.
Arrivò alle sue gambe.
E appoggiò la fronte contro il suo ginocchio.
Giulio emise un suono che non era né una risata né un pianto.
Si piegò con fatica.
Accarezzò la testa del gatto.
«Bravo.»
Tobia chiuse gli occhi.
«Sei stato bravo.»
Serena iniziò a piangere.
Giulio continuò.
«Sei sempre stato un bravo gatto.»
Quelle erano quasi le stesse parole della lettera.
Sentii qualcosa stringermi il petto.
Giulio si voltò verso sua figlia.
Lei non provò a nascondersi.
«Papà, mi dispiace.»
Lui rimase in silenzio.
«Non sapevamo cosa fare.»
«Potevi dirmelo.»
«E tu cosa avresti fatto?»
Giulio guardò Tobia.
«Mi sarei arrabbiato.»
Serena annuì.
«Lo sapevo.»
«Avrei pianto.»
«Lo sapevo.»
«Avrei detto che non sarei venuto qui.»
Serena respirò profondamente.
«Lo sapevo anche quello.»
Padre e figlia si guardarono.
Poi Giulio abbassò la testa.
«Avresti dovuto dirmelo comunque.»
«Sì.»
Non ci furono urla.
Nessun processo.
Solo una figlia che ammise di avere scelto la via più rapida perché non aveva avuto il coraggio di affrontare un altro dolore.
Giulio accarezzò Tobia.
«Le cose fatte in fretta non sono sempre le cose più gentili.»
Serena chiuse gli occhi.
«Hai ragione.»
Tobia rimase fra loro.
Dopo un po’ Giulio mi guardò.
«È suo adesso?»
«Formalmente sì.»
Mi uscì quasi una risata.
«Praticamente penso di essere io il suo.»
Giulio sorrise.
«Mangia solo se c’è qualcuno vicino.»
«Me ne sono accorto.»
«E la notte bussa?»
Sentii un gelo lungo la schiena.
«Bussa?»
«Sulla porta della camera.»
Serena mi guardò.
«Come fa?»
«Con la zampa. Due colpetti.»
Giulio mostrò il gesto.
Tac.
Pausa.
Tac.
«Ogni notte?»
«Quando mia moglie era viva, andava da lei verso le due. Mia moglie soffriva d’insonnia. Gli apriva la porta e lo faceva salire sul letto.»
Mi mancò il respiro.
Tobia non era confuso.
Non stava giocando.
Ogni notte, a casa mia, cercava una porta che non esisteva più.
Ripeteva il gesto con cui, per anni, aveva chiesto di entrare.
Giulio continuò ad accarezzarlo.
«Dopo che è morta mia moglie, continuava a farlo. Io gli dicevo: non viene più, Professore.»
Deglutì.
«Poi lui veniva da me.»
Guardai il vecchio gatto.
Il mio vecchio gatto.
E improvvisamente capii perché aveva smesso di bussare appena mi vedeva nel corridoio.
Non cercava una casa.
Cercava una risposta.
Passammo quasi due ore lì.
Giulio raccontò di quando Tobia era arrivato, ancora giovane.
Di come sua moglie Teresa lo avesse trovato vicino a una siepe.
Di come lui, per mesi, avesse finto di non volere animali in casa.
«Poi dormiva sulla mia pancia», disse.
Serena rise fra le lacrime.
«Mamma diceva sempre che eri tu il suo preferito.»
«Tua madre raccontava molte bugie.»
Prima di andare via Giulio prese la mia mano.
«Posso chiederle una cosa?»
«Certo.»
«Quando sarà il momento… non lo lasci solo.»
Serrai le dita attorno alle sue.
«No.»
«Neanche se è difficile.»
«No.»
«Promesso?»
«Promesso.»
Sulla via del ritorno Tobia dormì.
La testa contro il bordo del trasportino.
Quella sera chiamai Chiara.
Le raccontai tutto.
Dall’altra parte ci fu silenzio.
Poi mia figlia disse:
«Papà, ma ti rendi conto della coincidenza?»
«Quale?»
«Tu perdi la mamma. Prendi il gatto di un uomo che ha perso la moglie e la casa. E questo gatto di notte cerca una porta che non esiste più.»
Non avevo mai pensato alla storia in quel modo.
Chiara continuò.
«Forse vi siete trovati perché stavate facendo la stessa cosa.»
«Cosa?»
«Aspettare qualcuno che non poteva tornare.»
Quella notte Tobia andò nel corridoio.
Lo seguii.
Si fermò davanti al battiscopa.
Alzò la zampa.
Aspettai il colpo.
Non arrivò.
Si girò.
Mi vide.
Venne verso di me.
Lo presi in braccio.
«Teresa non arriva, Professore.»
Il suo corpo si rilassò.
«E nemmeno Anna.»
Lo portai in camera.
Per la prima volta dormì sul letto.
Dalla parte di Anna.
Qualche giorno dopo tornai a trovare Giulio.
Poi ancora.
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