“Essere spaventati non ti rende cattivo,” gli dissi.
“Lo so.”
“Ma quello che fai dopo conta.”
Rimase zitto.
Poi disse:
“Posso venire?”
“Puoi.”
Arrivò quella sera.
Scarpe nuove.
Giacca pulita.
Faccia stanca.
Tommaso gli corse incontro.
Riccardo lo abbracciò forte.
Poi entrò.
Bruno era vicino alla stufa.
Riccardo lo guardò.
Bruno guardò lui.
Nessuno dei due sembrava entusiasta.
“Ciao, Bruno,” disse Riccardo.
Il gatto chiuse lentamente gli occhi.
“È già tanto,” dissi.
Ci sedemmo attorno al tavolo.
Non fu una conversazione elegante.
Non fu nemmeno breve.
Elena disse cose che teneva dentro da mesi.
Riccardo si difese.
Poi smise.
Io parlai poco.
Tommaso mangiò biscotti e ascoltò troppo.
A un certo punto Elena disse:
“Il problema non è il tappeto.”
Riccardo abbassò gli occhi.
“Lo so.”
“È che noi stiamo diventando come questa casa. Tutto bello fuori. Tutto sotto controllo. E dentro nessuno dice quello che pensa.”
Riccardo rimase a lungo in silenzio.
Poi guardò me.
“Ho sbagliato.”
Non risposi.
“Con Bruno.”
Guardò il gatto.
“E con te.”
Quella volta annuii.
“Il tappeto?” chiesi.
Tommaso trattenne un sorriso.
Riccardo si passò una mano sul viso.
“Al diavolo il tappeto.”
Tommaso scoppiò a ridere.
Anche Elena.
Dopo qualche secondo risi anch’io.
Era una sciocchezza.
Ma quella risata fece più bene alla nostra famiglia di sei mesi di sorrisi nelle fotografie.
Riccardo rimase a dormire.
La mattina dopo eravamo tutti attorno al tavolo.
Il caffè era troppo forte.
Le frittelle erano storte.
Bruno tentò di rubare un pezzo di prosciutto.
Tommaso lo fermò.
“Nonno, è ancora malato.”
“Diglielo tu.”
“Bruno, sei malato.”
Bruno ignorò completamente il consiglio medico e rubò il prosciutto.
Questa volta rise anche Riccardo.
Prima di partire mi raggiunse sul portico.
“Torni con noi?”
Guardai la montagna.
Poi la casa.
Pensai alla mia vecchia vita.
A Teresa.
Alla dependance.
Ai mesi passati cercando di occupare meno spazio possibile nella vita degli altri.
“No.”
Riccardo abbassò lo sguardo.
“È per me?”
“È per me.”
Elena si avvicinò.
“Papà…”
“Vi voglio bene. Ma questa sarà casa mia.”
Tommaso mi prese la mano.
“Posso venire la domenica?”
“Certo.”
“Anche Bruno viene da noi?”
Guardai Riccardo.
Lui sospirò.
“Se Giorgio vuole.”
“Bruno decide da solo,” dissi.
Tommaso rise.
Da allora la domenica è cambiata.
Non tutte.
Ma molte.
Una volta vengono loro da me.
Un’altra volta vado io da Elena.
La prima domenica che tornai nella villetta, Riccardo aveva apparecchiato il tavolo.
Sul mobile del salotto mancava qualcosa.
Il tappeto bianco.
“Dov’è?” domandai.
“In lavanderia?”
Riccardo scosse la testa.
“L’ho buttato.”
Tommaso corresse subito:
“Papà dice che non gli piaceva più.”
Riccardo fece una smorfia.
“Diciamo così.”
Mangiammo lasagne.
Elena ne rovesciò un po’ sulla tovaglia.
Si bloccò per mezzo secondo.
Poi mi guardò.
Io guardai Riccardo.
Riccardo prese un tovagliolo.
Tamponò la macchia.
E continuò a mangiare.
Niente tragedie.
Niente sospiri.
Niente facce.
Solo sugo.
Più tardi Tommaso portò a Bruno un cuscino vecchio.
“Così non rovina il divano,” disse.
Riccardo lo guardò.
Io aspettai.
Lui sorrise.
“Buona idea.”
Bruno ignorò il cuscino e salì direttamente sul divano.
Ci sono lezioni che richiedono tempo.
La nostra famiglia non è diventata perfetta.
Per fortuna.
Riccardo rimane un uomo che ama i programmi.
Io rimango un uomo che dimentica dove lascia gli occhiali.
Elena ogni tanto ricomincia a preoccuparsi troppo di quello che penserà la gente.
Tommaso lascia ancora le scarpe in mezzo all’ingresso.
Bruno perde pelo ovunque.
Ma qualcosa è cambiato.
Abbiamo smesso di fingere che una famiglia funzioni quando tutto appare in ordine.
Una famiglia funziona quando si può dire: “Hai sbagliato.”
E l’altro non scappa.
Quando si può dire: “Mi hai ferito.”
E l’altro ascolta.
Quando una macchia sulla tovaglia resta una macchia.
Non diventa una guerra.
Io non sono tornato a vivere con loro.
La mia casetta sulle montagne è ancora mia.
Ogni mattina accendo la stufa.
Bruno dorme vicino alla finestra.
Zoppica un po’ quando cambia il tempo.
La cicatrice sulla spalla è ormai coperta dal pelo.
Qualche volta Tommaso viene da me per il fine settimana.
Lascia lo zaino per terra.
Mangia troppo pane con la marmellata.
Fa domande.
Una domenica mi chiese:
“Nonno, quella notte Bruno sapeva che poteva farsi male?”
“Probabilmente no.”
“E allora perché l’ha fatto?”
Pensai alla domanda.
Poi gli risposi:
“Perché alcune cose non si fanno dopo aver calcolato il prezzo.”
Tommaso guardò Bruno.
“Come voler bene?”
“Soprattutto quello.”
Fuori cominciava a nevicare.
Dentro c’era odore di legna e ragù.
La pentola sul fuoco aveva schizzato salsa sul fornello.
Teresa avrebbe riso.
Io sorrisi.
Per tanti anni avevo creduto che il mio mestiere mi avesse insegnato tutto sulla sicurezza.
Corde.
Nodi.
Radio.
Mappe.
Procedure.
Poi un vecchio gatto spelacchiato mi ricordò la cosa più importante.
La sicurezza non è riuscire a impedire che la vita sporchi qualcosa.
È sapere chi rimane quando arriva il buio.
Chi si muove verso di te invece di scappare.
Chi si siede accanto al tuo letto.
Chi aspetta.
Chi perdona.
Chi ritorna la domenica anche dopo una brutta lite.
Chi sa guardare una macchia e vedere, prima di tutto, la creatura che ha sanguinato.
Bruno saltò lentamente sulla mia gamba.
Era pesante come sempre.
Appoggiò la testa contro il fianco.
La coda batté una volta.
Piano.
Decisa.
Ancora qui.
E se devo scegliere tra una casa perfetta dove ogni cosa ha il suo posto e una casa vissuta dove qualcuno sa ancora cosa significa restare, non ho più dubbi.
Scelgo le briciole.
Scelgo le sedie graffiate.
Scelgo il sugo sulla tovaglia.
Scelgo le fotografie storte.
Scelgo una porta aperta la domenica.
Scelgo un nipote che entra senza togliersi subito le scarpe.
Scelgo una figlia che finalmente dice quello che pensa.
Scelgo persino un genero che ha imparato, con fatica, che non tutto nella vita può essere tenuto sotto controllo.
E soprattutto scelgo Bruno.
Vecchio.
Zoppo.
Testardo.
Imperfetto.
Perché quella notte, quando la casa più moderna che avessi mai visto rimase al buio, fu proprio la creatura considerata “un problema” a ricordare a tutti noi cosa significa essere una famiglia.
E nessuno di noi, oggi, ricorda quanto fosse costato quel tappeto.
Ricordiamo soltanto il sangue.
Non perché abbia rovinato qualcosa.
Ma perché ci ha costretti finalmente a vedere ciò che, sotto tutta quella bella figura, stavamo rischiando di perdere.





