Quando nacque, rimase immobile per alcuni secondi.
Non respiravo nemmeno io.
La madre lo leccò.
Una volta.
Due.
Tre.
Il piccolo si mosse.
Paolo fece un rumore che non gli avevo mai sentito fare.
Sembrava una risata soffocata.
«Vai, campione.»
Pensavamo fosse finita.
Anna ci aveva detto che, considerando le dimensioni del ventre, potevano essere sei o sette.
Passarono quasi quaranta minuti.
La madre sembrava esausta.
Poi arrivò un’altra contrazione.
Il settimo nacque poco prima che riuscissimo finalmente a ripartire.
Sette.
Sette piccoli corpi stretti contro una madre che poche ore prima non poteva neppure sdraiarsi.
Arrivammo allo studio veterinario che era già tardo pomeriggio.
La notizia, non so come, ci aveva preceduti.
Nei paesi succede così.
Puoi mettere un avviso sulla porta del municipio e nessuno lo legge per tre giorni.
Ma basta che qualcuno dica al bar che «hanno trovato una cagna incinta legata nel bosco» e dopo mezz’ora lo sa anche la signora che vive nell’ultima casa prima del cimitero.
Davanti allo studio di Anna c’erano una decina di persone.
Una signora aveva portato vecchie coperte.
Un pensionato aveva due confezioni di traversine.
Il proprietario della bottega di alimentari era arrivato con una scatola di cibo per cani.
«Non so se va bene.»
Anna lo prese comunque.
«Vediamo dopo.»
Portammo dentro la madre.
Gli esami confermarono quello che temevamo.
Era fortemente disidratata.
Molto sottopeso.
Aveva valori bassi e segni di trascuratezza prolungata.
Ma non aveva infezioni gravi.
E, contro ogni aspettativa, i sette cuccioli erano vivi.
Anna mi guardò sopra gli occhiali.
«Se siete arrivati domani, forse non trovavate otto animali vivi.»
Quella frase mi accompagnò a casa.
Mia moglie, Elena, mi aspettava in cucina.
Erano quasi le dieci.
Sul tavolo aveva lasciato un piatto coperto con un altro piatto, come facevano una volta le madri quando qualcuno tornava tardi dal turno.
Pasta al forno della domenica, avanzata dal pranzo.
Da quando i nostri due figli si erano trasferiti, certe domeniche erano diventate strane.
Io ed Elena preparavamo ancora da mangiare come se dovessero arrivare dieci persone.
Poi nostra figlia telefonava da Bologna.
Nostro figlio mandava un messaggio dicendo che aveva un impegno.
E noi restavamo lì con una teglia enorme e due piatti.
Quel giorno era lunedì, ma sul tavolo c’erano ancora gli avanzi della domenica.
Elena mi guardò.
«Cos’è successo?»
Mi sedetti.
Le raccontai tutto.
Quando arrivai alla parte della coda che si muoveva nella terra, Elena abbassò gli occhi.
Quando le dissi dei sette cuccioli, si mise una mano davanti alla bocca.
«Come l’avete chiamata?»
«Non ha un nome.»
Elena ci pensò.
«Libera.»
«Cosa?»
«Dovreste chiamarla Libera.»
Il giorno dopo lo dissi ad Anna.
Lei sorrise.
«Mi piace.»
E così diventò Libera.
I primi giorni furono difficili.
Libera mangiava poco e spesso.
Doveva recuperare forze senza stare male.
Anna praticamente dormì nello studio.
Due volontarie del paese organizzarono turni.
Una donna di settantadue anni, la signora Mirella, iniziò a portare ogni mattina vecchie lenzuola pulite.
«Erano del corredo di mia figlia.»
Anna quasi si scandalizzò.
«Signora Mirella, queste sono belle!»
«E che devo farci? Mia figlia vive in città, usa quei piumoni moderni. Almeno qui servono.»
Così lenzuola ricamate che erano rimaste per trent’anni dentro un armadio finirono sotto sette cuccioli trovati nel bosco.
A me sembrò una cosa profondamente italiana.
Conserviamo tutto.
Tovaglie che non usiamo.
Piatti buoni che nessuno deve toccare.
Soldi nascosti in una busta «perché non si sa mai».
E poi arriva il giorno in cui capiamo che le cose hanno valore soltanto quando servono a qualcuno.
La storia di Libera cominciò a girare.
Prima nel paese.
Poi nei comuni vicini.
Ma la cosa che mi colpì non furono le persone che scrivevano grandi parole.
Furono quelle che arrivavano in silenzio.
Il signor Carlo, settantacinque anni, ex muratore, vedovo da quattro, lasciò cinquanta euro sulla scrivania di Anna.
«Per i piccoli.»
Anna tentò di restituirglieli.
«Carlo, hai una pensione normale.»
«Appunto. Normale. Mangio tutti i giorni.»
E se ne andò.
La proprietaria della merceria portò vecchi asciugamani.
Il ragazzo della ferramenta costruì gratuitamente un recinto più grande.
Una coppia che gestiva una piccola trattoria mise un barattolo vicino alla cassa.
Senza foto.
Senza manifesti.
Solo un foglio scritto a penna:
«Per Libera e i suoi piccoli.»
In poco tempo si raccolse abbastanza per le cure.
Ogni mattina passavo dallo studio prima del servizio.
Libera cominciò a riconoscermi.
All’inizio alzava soltanto la testa.
Poi la coda.
Dopo una settimana tentò di venirmi incontro.
Era magra, stanca e con sette cuccioli che le strisciavano addosso, ma quando mi vedeva sembrava felice.
Un venerdì Anna mi prese da parte.
«C’è una cosa che devi sapere.»
Mi irrigidii.
«Che succede?»
«Niente di brutto. Al contrario.»
Mi mostrò alcune fotografie scattate nel bosco.
Vicino alla radura avevamo trovato tracce di pneumatici.
Una persona del paese aveva riconosciuto un vecchio furgone che frequentava quella zona.
Altri avevano fornito informazioni.
Non serviva fare processi in piazza, e io non li ho mai sopportati.
Le responsabilità sarebbero state accertate da chi di dovere.
La cosa importante era un’altra.
«Non è stata lì settimane,» mi disse Anna. «Probabilmente qualche giorno.»
«E sarebbe bastato.»
«Sì.»
Guardai Libera attraverso il vetro.
Stava dormendo finalmente distesa.
Sette cuccioli attaccati alla pancia.
«Qualche giorno.»
Anna annuì.
Tutto, a volte, si decide in qualche giorno.
O in qualche minuto.
Quel sabato telefonò mia figlia.
Mi chiese di Libera.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





