Non sapevo neppure che conoscesse la storia.
«Mamma mi manda le foto.»
«Tua madre dovrebbe lavorare nei servizi segreti.»
Rise.
Poi rimase in silenzio.
«Papà, domenica vengo a pranzo.»
«Va bene.»
«Forse viene anche Luca.»
Luca era mio figlio.
«Che avete combinato?»
«Niente.»
«Allora perché venite entrambi?»
«Perché mamma dice che da tre domeniche cucinate per sei e mangiate in due.»
Mi voltai verso il corridoio.
Elena stava facendo finta di non ascoltare.
La domenica seguente eravamo di nuovo in quattro.
Elena preparò tagliatelle, arrosto e patate.
Io aprii una bottiglia che conservavo da troppo tempo.
Non successe niente di straordinario.
Ed è proprio questo che ricordo.
Mia figlia litigò con il fratello per una sciocchezza.
Luca disse che la carne era troppo cotta.
Elena lo mandò a quel paese.
Io versai vino.
A un certo punto ci rendemmo conto che stavamo tutti parlando insieme.
La casa sembrava di nuovo viva.
Mi venne da pensare a Libera.
A quella catena.
A quanto sia facile credere che certe cose resteranno sempre lì.
Una famiglia.
Una casa piena.
I genitori.
I figli.
Un cane che ti aspetta.
La domenica tutti insieme.
Poi il tempo passa.
E un giorno ti accorgi che la tavola si è fatta grande e le sedie vuote sono aumentate.
Forse è per questo che la storia di Libera colpì così tante persone della nostra età.
Non era soltanto un cane salvato.
Era qualcosa che molti conoscevano bene.
Essere messi da parte.
Sentirsi dimenticati.
Aspettare che qualcuno si ricordi ancora che esisti.
Dopo circa due mesi arrivò il momento di cercare casa ai cuccioli.
Anna fu severissima.
«Non li diamo al primo che si presenta.»
Le richieste erano tante.
Lei faceva colloqui come se stesse assumendo il direttore di una banca.
«Dove vivete?»
«Quanto tempo resta solo?»
«Avete avuto animali?»
«Se andate in vacanza?»
«Se diventa grande?»
«Se rosicchia un mobile?»
Qualcuno si stancava e se ne andava.
Anna sorrideva.
«Perfetto. Uno in meno.»
Il primo cucciolo andò a una coppia di sessantenni con un piccolo terreno.
Il secondo a una famiglia con due figli ormai universitari.
Il terzo finì con una donna che aveva appena perso il suo vecchio cane dopo sedici anni.
Quando prese il cucciolo in braccio, pianse.
«Avevo detto mai più.»
Anna rispose:
«Lo dicono tutti.»
Il quarto fu adottato da Paolo.
Questa non me l’aspettavo.
Un pomeriggio arrivai allo studio e lo trovai seduto con il cucciolo più grosso sulle ginocchia.
«Tu cosa ci fai qui?»
«Passavo.»
«Abiti dall’altra parte del paese.»
«Avevo una commissione.»
Anna, dietro di lui, scuoteva la testa.
«È la quarta commissione questa settimana.»
Paolo si arrese.
«Mia moglie vuole conoscerlo.»
Il cucciolo se ne andò a casa sua la sera stessa.
Lo chiamarono Bosco.
Il quinto e il sesto trovarono famiglia nel giro di pochi giorni.
Rimaneva il settimo.
Il più piccolo.
Quello che per alcuni secondi non aveva dato segni di vita.
Era nero sul dorso, bianco sul petto, con una zampa anteriore marrone.
Anna lo chiamava Sette, tanto per distinguerlo.
Poi un sabato entrò nello studio il signor Carlo.
Il vedovo.
Quello dei cinquanta euro.
Era venuto a portare un sacchetto di biscotti per Anna.
«Sono fatti in casa, ma non da me. Li ha fatti mia sorella, quindi sono commestibili.»
Vide Sette.
Si fermò.
Il cucciolo gli andò incontro.
Carlo arretrò.
«No.»
Anna non aveva detto nulla.
«No cosa?»
«Non cominciare.»
«Non ho aperto bocca.»
«Ti conosco.»
Sette si sedette sulla scarpa del pensionato.
Carlo guardò il soffitto.
«Io ho settantacinque anni.»
«Lo so.»
«Un cane vive magari quindici anni.»
«Può essere.»
«Io tra quindici anni ne ho novanta.»
Anna rimase zitta.
Quella frase cambiò l’aria.
Carlo abbassò gli occhi.
«E se me ne vado prima io?»
Era una paura che tanti anziani non dicono.
Non prendono più un animale.
Non comprano un mobile.
Non piantano un albero.
Non iniziano qualcosa perché pensano di non avere abbastanza futuro per finirla.
Anna si appoggiò al tavolo.
«E quindi cosa dovresti fare? Smettere di vivere a settantacinque anni perché un giorno ne avrai novanta?»
Carlo la guardò.
«Parli facile tu.»
«No. Parlo da una che ha cinquantasei anni e comincia a capire.»
Il cucciolo salì con le zampe sui pantaloni dell’uomo.
Carlo lo prese in braccio.
«Solo un minuto.»
Un’ora dopo stavamo caricando nella sua vecchia macchina una cuccia, due ciotole e un sacchetto di cibo.
Lo chiamò Domenico.
Perché?
«Perché la domenica è il giorno peggiore quando vivi solo.»
Nessuno rise.
Tre settimane dopo Carlo disse ad Anna che ormai la domenica si alzava alle sette perché Domenico voleva uscire.
Poi incontrava altri pensionati in piazza.
Poi prendeva il pane.
Poi spesso qualcuno lo invitava a pranzo.
«Quel disgraziato mi ha rovinato la solitudine.»
Lo diceva sorridendo.
Restava Libera.
Tutti volevano sapere chi l’avrebbe adottata.
Le famiglie preferivano i cuccioli.
Era normale.
Erano piccoli, buffi, facili da immaginare sul divano.
Libera aveva cicatrici.
Era adulta.
Aveva bisogno di pazienza.
Quando sentiva una catena metallica, anche solo il rumore di una bicicletta legata a un palo, si bloccava.
Con gli uomini sconosciuti inizialmente era prudente.
E soprattutto aveva bisogno di qualcuno che non volesse da lei gratitudine.
Soltanto tempo.
Passarono quasi quattro mesi.
Una sera rientrai a casa e trovai Elena seduta in cucina.
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