A quaranta metri sotto un lago cercavo una fede nuziale perduta. Trovai una corda, un masso e un cane che non doveva essere ancora vivo.
Quando le mie dita incontrarono il pelo, capii subito che qualcosa non andava.
Ero sul fondo del lago, nel buio marrone dell’acqua torbida, con forse mezzo metro di visibilità davanti alla maschera. Avevo già passato quasi mezz’ora a tastare il fango centimetro dopo centimetro, cercando la fede nuziale che un uomo aveva lasciato cadere dal pontile.
Poi trovai quella corda.
Mi chiamo Elia, ho cinquantotto anni e faccio immersioni di recupero da una vita.
Niente scene da film.
La maggior parte delle volte recupero telefoni, chiavi, braccialetti, occhiali, attrezzi caduti dalle barche. Una volta tirai fuori persino la dentiera di un pensionato che aveva riso così forte durante una gita da perderla in acqua.
Quel sabato ero stato chiamato per una fede.
Il proprietario si chiamava Roberto. Aveva sessantadue anni, mani grosse da muratore e l’aria di uno che non dormiva da due notti.
«Non vale quasi niente», continuava a ripetermi.
Poi guardava la moglie seduta sulla panchina del pontile e aggiungeva piano:
«Ma me l’ha messa al dito quarant’anni fa.»
Capivo perfettamente.
A una certa età impari che il valore delle cose raramente coincide con quello scritto sullo scontrino.
Quella fede aveva attraversato due figli, un mutuo, una casa comprata quando gli interessi sembravano una condanna, la malattia dei genitori, matrimoni, funerali, pranzi di Natale, litigi e riconciliazioni.
Roberto non stava cercando un pezzo d’oro.
Stava cercando quarant’anni della sua vita.
Gli avevo detto che avrei fatto il possibile.
Il lago di San Rocco era piccolo, incastrato tra colline e paesi dove ancora la domenica mattina senti le campane, il profumo del ragù entra dalle finestre e al bar gli stessi quattro uomini discutono della stessa partita da trent’anni.
Ma sotto la superficie era un altro mondo.
Freddo.
Fango.
Buio.
Sul fondo non si vede quasi nulla. Si lavora con le mani.
Le dita diventano occhi.
Il bordo di una lattina.
Una pietra.
Una lenza.
Una moneta.
Una radice.
Poi sentii la corda.
All’inizio non mi allarmai.
I laghi sono pieni di vecchie funi, lenze, catene, pezzi di pontili marciti. Seguii quella corda con la mano, lentamente, pensando che magari la fede si fosse incastrata lì vicino.
La corda finiva su un masso.
Un blocco pesante, quasi squadrato.
Passai la mano tutt’intorno.
C’era un nodo.
E da quel nodo partiva un altro tratto di corda.
Molto corto.
Lo seguii.
La mia mano toccò qualcosa di morbido.
Per qualche secondo il cervello rifiutò di capire.
Premetti appena.
Pelo.
Non alghe.
Pelo.
Seguii quella forma.
Una spalla.
Una zampa.
Il torace.
Il collo.
Una testa.
Mi immobilizzai.
C’era un cane laggiù.
Un cane legato al masso.
La corda passava attorno al collo.
Ricordo ancora il rumore del mio respiro nell’erogatore.
Forte.
Troppo forte.
Come se qualcuno stesse respirando dentro la mia testa.
Lo toccai di nuovo.
Era immobile.
Freddo.
Pesante.
Non ebbi il coraggio di pensare altro.
Qualcuno aveva legato un cane a una pietra e l’aveva lasciato sul fondo del lago.
Risalì troppo velocemente.
Lo so.
Dopo quarant’anni di immersioni sapevo benissimo che non si fa.
Ma in quel momento non ero più il professionista prudente che controlla profondità, tempi e respirazione.
Ero un uomo di cinquantotto anni che aveva appena toccato un animale morto nel buio.
Quando spuntai fuori dall’acqua strappai quasi l’erogatore dalla bocca.
Roberto era sul pontile.
«Chiama i carabinieri. Chiama qualcuno. Subito.»
Lui impallidì.
«Hai trovato l’anello?»
Scossi la testa.
«C’è un cane.»
Non capì.
«Un cane?»
«Sul fondo. Legato a un masso.»
Sua moglie si portò una mano alla bocca.
Io mi appoggiai alla scaletta cercando di respirare normalmente.
«È morto», dissi.
Ne ero certo.
Doveva esserlo.
Non sapevamo da quanto tempo fosse là sotto. Un cane a quaranta metri di profondità, legato a una pietra, non poteva essere altro che morto.
Eppure quella fu la prima cosa in cui mi sbagliai.
Ed è stato l’errore più bello della mia vita.
Arrivarono due agenti.
Uno di loro, Marco, aveva lavorato anni prima nel soccorso acquatico. Mi fece raccontare tutto due volte, poi guardò il lago come si guarda una stanza dove qualcuno ha appena confessato un delitto.
«Sai ritrovarlo?»
Annuii.
Avevo segnato il punto.
«Allora dobbiamo tirarlo fuori.»
Non volevo tornare giù.
Lo ammetto.
Avevo già recuperato cose che preferisco non raccontare. Quando fai questo mestiere impari a mettere un muro tra le mani e il cuore.
Ma quella volta il muro non c’era.
Continuavo a pensare al cane laggiù.
Al silenzio.
Al buio.
A quella corda corta.
E c’era una domanda che mi tormentava già allora: chi può guardare un animale negli occhi, annodargli una corda al collo, legare l’altro capo a una pietra e poi lasciarlo andare?
Mi rimisi la maschera.
«Andiamo.»
Tornai sul fondo.
Ritrovai la corda.
Questa volta avevo il coltello da immersione pronto.
Mi avvicinai al cane.
Gli passai una mano sulla testa.
Non so perché lo feci.
Forse per chiedergli scusa.
Forse perché a cinquantotto anni avevo già visto abbastanza morti da sapere che persino quando qualcuno non può più sentirti, una carezza non è mai completamente inutile.
Tagliai la corda.
Il corpo si mosse lentamente nell’acqua.
Lo afferrai.
Cominciai la risalita.
Quando arrivammo alla superficie, Marco mi aiutò a trascinarlo sul pontile.
Era un Golden Retriever.
Maschio.
Grande, ma dimagrito.
Il pelo color miele era appiccicato al corpo e sembrava quasi grigio sotto quella fanghiglia.
Lo appoggiammo sulle assi.
Roberto e sua moglie si erano allontanati di qualche metro.
Nessuno parlava.
Marco mise una mano sul torace del cane.
Poi cambiò espressione.
«Aspetta.»
Io lo guardai.
«Cosa?»
Lui spostò due dita.
Premette.
Rimase fermo.
«Aspetta, Elia.»
«Marco…»
«Credo ci sia qualcosa.»
Scossi la testa.
«È impossibile.»
Mi guardò.
«Forse.»
Poi si inginocchiò.
«Ma io provo.»
Cominciò le manovre di rianimazione.
Non avevo mai visto fare un massaggio cardiaco a un cane.
Marco sì.
Aveva ricevuto un addestramento anni prima e in quel momento le sue mani sembravano ricordare meglio della sua testa.
Comprimeva il torace.
Liberava le vie respiratorie.
Controllava.
Riprendeva.
Uscì acqua dalla bocca dell’animale.
Poi altra acqua.
Il cane non reagiva.
Passarono cinque minuti.
Poi dieci.
L’altro agente aveva già chiamato una clinica veterinaria della zona.
«Portatelo subito», ci dissero.
Marco continuava.
Dopo un quarto d’ora le sue braccia tremavano.
«Dammi il cambio.»
Mi mostrò dove mettere le mani.
Feci le compressioni.
Uno.
Due.
Tre.
Quattro.
Non ricordo quante.
Ricordo solo che mentre premevo quel torace freddo pensavo a mio padre.
Mio padre era uno di quegli uomini di una volta che non dicevano mai «ti voglio bene», ma ti aspettavano svegli finché non sentivano la chiave nella porta.
Quando morì, avevo quarantadue anni.
In ospedale avevo continuato a guardare il monitor anche dopo che tutti avevano capito.
Come se fissare abbastanza forte una linea potesse convincerla a ripartire.
Sul pontile provai la stessa sensazione.
Il cervello diceva: basta.
Il corpo continuava.
Trasportammo il cane sul veicolo di servizio.
Continuammo durante il tragitto.
Marco accanto alla testa.
Io sul torace.
L’altro agente guidava.
A un certo punto dissi:
«Da quanto stiamo andando avanti?»
Marco guardò l’orologio.
«Quasi venti minuti.»
Venti minuti sono lunghi.
Seduto al tavolo sembrano niente.
Quando stai cercando di convincere un corpo che non risponde a tornare alla vita, venti minuti diventano un’eternità.
Poi il cane si contrasse.
Mi fermai.
«Marco.»
«Continua.»
Il corpo ebbe un altro spasmo.
Poi uscì un getto d’acqua.
Il cane tossì.
Non un rumore immaginato.
Non un movimento delle nostre mani.
Tossì.
Marco gridò qualcosa che non ricordo.
Il cane spalancò la bocca.
Inspirò.
Un respiro brutto.
Spezzato.
Rumoroso.
Ma era un respiro.
Mi si gelarono le mani.
Quell’animale che avevo toccato sul fondo come si tocca un corpo senza vita aveva appena respirato.
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