Non si avvicinava.
Però osservava.
Era come se dentro di lui esistessero due memorie.
Una diceva: scappa.
L’altra diceva: tu appartieni a questo.
Fu allora che mi venne una rabbia diversa.
Pensai che l’uomo che l’aveva gettato nel lago non gli aveva quasi tolto soltanto la vita.
Gli aveva rubato una parte della sua natura.
E quella parte non volevo lasciargliela.
Cominciammo piano.
Una bacinella in giardino.
Un dito d’acqua.
Niente di più.
Fenice la guardava da tre metri.
Io mettevo i piedi dentro.
«Vedi? Sono ancora vivo.»
Lui mi fissava come se fossi l’idiota della famiglia.
Probabilmente lo ero.
Passammo alla piscinetta bassa che usano i bambini d’estate.
Due dita d’acqua tiepida.
Poi cinque centimetri.
Poi dieci.
Ci facemmo aiutare da una persona esperta nel recupero degli animali traumatizzati.
Non avevamo fretta.
A cinquant’anni vuoi tutto subito.
A quasi sessanta cominci a capire che certe ferite non hanno un calendario.
Fu allora che entrò nella nostra vita Giulia.
Abitava nella casa accanto.
Viveva con i genitori e con la nonna Teresa, una vedova di settant’anni che preparava ancora la salsa di pomodoro in bottiglie riciclate e trattava l’intero vicinato come una famiglia troppo grande.
Giulia aveva sei anni.
Adorava Fenice.
Ogni pomeriggio infilava il viso tra le sbarre del cancello.
«Posso salutarlo?»
Non chiedeva mai se poteva entrare.
Chiedeva se poteva salutarlo.
Fenice, che con molti adulti restava diffidente, con lei diventava un cucciolo.
Ma Giulia aveva un problema curioso.
Anche lei aveva paura dell’acqua.
Non del bicchiere o della doccia.
Delle piscine.
Del mare.
Dell’acqua in cui non toccava il fondo.
I genitori avevano provato con dei corsi.
Niente.
Giulia si aggrappava al bordo e piangeva.
Una domenica pomeriggio sua madre era appoggiata alla rete del giardino mentre io cercavo di convincere Fenice ad avvicinarsi alla piscinetta.
Giulia stava seduta sui gradini.
«Sai che sembrano uguali?» disse la madre.
«Chi?»
Indicò Fenice.
Poi la figlia.
Rimanemmo in silenzio.
Fu Teresa, la nonna, a dire la frase che cambiò tutto.
«Magari hanno paura per conto loro. Insieme, chissà.»
Le nonne italiane hanno questa capacità.
Passi settimane a pagare professionisti e leggere spiegazioni.
Poi arriva una donna con il grembiule sporco di farina e dice otto parole che rimettono il mondo in ordine.
Cominciammo quasi per gioco.
Giulia entrò nella piscinetta bassa.
L’acqua le arrivava alle caviglie.
Fenice la guardava da fuori.
«Vieni», gli disse.
Lui indietreggiò.
Giulia si inginocchiò.
«Non fa niente.»
La sua voce tremava.
Questo è il dettaglio che ricordo meglio.
Giulia aveva paura.
Non stava fingendo coraggio.
Stava cercando di regalare al cane un coraggio che lei stessa non possedeva ancora.
Fenice fece un passo.
Poi un altro.
Mise una zampa nell’acqua.
La tolse immediatamente.
Giulia rise.
«Hai visto? Non sei morto.»
Mi voltai perché nessuno vedesse la mia faccia.
Il giorno dopo fecero due passi.
Una settimana dopo Fenice teneva tutte e quattro le zampe nella piscinetta.
Giulia, per mostrargli che era sicuro, iniziò a sedersi nell’acqua.
Più lei cercava di rassicurare lui, meno pensava alla propria paura.
Più Fenice la vedeva nell’acqua, più sembrava preoccuparsi di raggiungerla invece che di scappare.
Era una cosa semplicissima.
E bellissima.
Due paure messe una accanto all’altra, invece di raddoppiare, si dimezzavano.
Quell’estate diventò il loro rito.
Alle quattro, quando il sole smetteva di picchiare forte sul cortile, Giulia bussava.
Teresa arrivava con una ciotola di pesche tagliate.
Io preparavo la piscina.
Fenice aspettava.
A volte c’erano i vicini.
Gli anziani sedevano sulle sedie di plastica.
I bambini passavano in bicicletta.
Qualcuno portava il caffè.
Sembrava una di quelle estati degli anni Settanta che ricordiamo tutti più belle forse perché allora avevamo meno cose e più tempo per stare davanti a un cancello.
Giulia imparò prima a mettere il viso sott’acqua.
Poi a galleggiare.
Poi a muovere le braccia.
Fenice imparò prima a entrare.
Poi a bagnarsi il ventre.
Poi a lasciarsi andare.
Il giorno in cui nuotò davvero avevo sessantuno anni.
Avevamo montato una piscina più grande.
Non profonda.
Sicura.
Giulia ormai riusciva ad attraversarla da sola.
«Fenice!»
Lui era sul bordo.
Giulia nuotò verso il centro.
Fenice cominciò a camminare avanti e indietro.
Nervoso.
«Vieni!»
Entrò.
Quando non sentì più il fondo sotto le zampe, per un attimo vidi il panico attraversargli il corpo.
Pensai che sarebbe tornato indietro.
Poi guardò Giulia.
E nuotò.
Le zampe cominciarono a muoversi.
Una dopo l’altra.
Quel vecchio istinto che qualcuno aveva cercato di trasformare in terrore era ancora lì.
Fenice attraversò la piscina.
Giulia gli buttò le braccia al collo.
Teresa si mise a piangere apertamente.
Sua figlia pure.
Io non ci provai nemmeno a fingermi forte.
Il cane che avevo trovato legato a una pietra sul fondo di un lago stava nuotando.
Non tornò mai nel lago.
Non glielo chiesi.
Certe vittorie non devono diventare prove di coraggio.
Non bisogna guarire fino al punto di cancellare quello che è successo.
Basta tornare abbastanza liberi da scegliere.
Fenice aveva scelto l’acqua della nostra piscina.
Calda.
Bassa.
Con Giulia accanto.
Gli bastava.
Gli anni passarono.
Giulia crebbe.
Fenice invecchiò.
Io pure.
Il muso gli diventò bianco.
Le scale cominciarono a essere più difficili.
Le passeggiate si accorciarono.
Ma ogni estate, almeno una volta, entrava in quella piscina.
Solo per qualche minuto.
Giulia nel frattempo era diventata una nuotatrice bravissima.
A dodici anni partecipava alle gare locali.
A quattordici cominciò ad allenarsi seriamente.
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