Una volta.
Poi ancora.
Marco aveva gli occhi lucidi.
«Vai più forte!» urlò al collega.
Arrivammo alla clinica con un cane vivo.
Appena.
Ma vivo.
Rimasi nella sala d’attesa con ancora metà della muta addosso.
L’acqua colava sul pavimento.
Una signora con un gatto nel trasportino mi guardava come se fossi uscito da un naufragio.
Forse, in un certo senso, era proprio così.
Marco rimase con me.
«Dovresti tornare in servizio», gli dissi.
Scosse la testa.
«Prima voglio sapere.»
Quando passi venti minuti a combattere per il respiro di qualcuno, anche se quel qualcuno ha quattro zampe, non te ne vai senza sapere come finisce.
Il veterinario uscì quasi tre ore dopo.
Aveva quell’espressione stanca di chi ha appena litigato con la morte e non è ancora sicuro di aver vinto.
«È vivo.»
Marco abbassò la testa.
Io appoggiai entrambe le mani sulle ginocchia.
«Vivo davvero?»
«Vivo davvero.»
Ci spiegò che una combinazione assurda di circostanze poteva averlo aiutato.
Il freddo dell’acqua aveva rallentato il metabolismo.
Il suo mantello fitto aveva protetto il corpo più di quanto sarebbe accaduto ad altri cani.
Il tempo trascorso sott’acqua, per quanto incredibile, probabilmente era stato inferiore a ciò che inizialmente temevamo.
E poi c’erano state le manovre di Marco.
«Se aveste smesso cinque minuti prima», disse il veterinario, «adesso staremmo avendo un’altra conversazione.»
Il cane avrebbe avuto conseguenze.
I polmoni erano messi male.
Un occhio era gravemente danneggiato e non fu possibile salvarlo.
Avrebbe dovuto affrontare settimane difficili.
Ma avrebbe vissuto.
Entrai a vederlo quella sera.
Era su un tavolo, coperto da una coperta.
Un tubo.
Una flebo.
Una benda sull’occhio sinistro.
Gli appoggiai una mano sulla testa.
La stessa testa che avevo accarezzato nel buio del lago.
Questa volta era tiepida.
Sentii il torace alzarsi.
Abbassarsi.
Alzarsi ancora.
E piansi.
Non mi vergogno a dirlo.
A cinquantotto anni avevo già imparato che gli uomini che si vergognano delle lacrime spesso finiscono per vergognarsi anche delle carezze, delle scuse, delle parole importanti.
Io avevo perso abbastanza tempo così.
Piansi sopra quel cane.
E credo che una parte di me decise in quell’istante che, se fosse sopravvissuto, non sarebbe più stato solo.
Nei giorni successivi il paese non parlò d’altro.
Al bar.
Dal parrucchiere.
Davanti alla chiesa.
Nel negozio di alimentari.
Persino mia sorella mi telefonò da Bologna dicendo:
«Dimmi che non sei tu quello della storia del cane.»
«Sono io.»
Silenzio.
«Elia, tu non riesci mai a fare una cosa normale.»
La storia si diffuse.
Qualcuno aveva fatto un video sul pontile.
Qualcun altro aveva fotografato il cane mentre veniva trasportato.
Per una volta, tutto quel chiacchiericcio servì a qualcosa.
Le indagini andarono avanti velocemente.
Il cane aveva un microchip.
Da quello risalirono al proprietario.
Era un uomo della zona.
Niente mostro da film.
Niente faccia cattiva.
Un uomo qualunque.
Uno che potevi avere davanti mentre prendevi il caffè senza immaginare nulla.
Aveva comprato il cane anni prima.
Poi si era stancato.
Questa fu la spiegazione.
Si era stancato.
Non voleva più occuparsene.
Non voleva cercare una famiglia.
Non voleva perdere tempo con strutture e pratiche.
Aveva scelto il sistema che gli sembrava più semplice.
Una corda.
Una pietra.
Il lago.
Quando seppi il motivo, rimasi seduto in cucina per quasi un’ora.
Mia madre diceva sempre che il male più pericoloso non è quello che urla.
È quello che si alza la mattina, beve il caffè, sistema la camicia e fa una cosa terribile perché gli sembra più comoda.
L’uomo venne processato.
Fu condannato.
Io andai in aula almeno una volta.
Volevo guardarlo.
Pensavo che avrei provato rabbia.
Invece sentii soprattutto tristezza.
Davanti a me c’era un uomo che aveva considerato la vita di un animale meno importante del fastidio di trovare un’altra soluzione.
E capii una cosa.
La mia vendetta non sarebbe stata odiarlo.
La mia vendetta sarebbe stata dare a quel cane una vita così piena da rendere inutile tutto ciò che quell’uomo aveva tentato di cancellare.
Quando il cane fu abbastanza stabile da lasciare la clinica, lo portai a casa.
Lo chiamai Fenice.
Non trovai un nome migliore.
Era sceso nel buio.
Era tornato.
Fenice.
La prima notte dormì sul tappeto accanto al mio letto.
Io gli avevo preparato una cuccia morbida in salotto.
Lui mi seguì in camera.
«Va bene», dissi. «Solo per stanotte.»
Chi ha avuto un cane sa perfettamente come finiscono queste frasi.
Dormì in camera per otto anni.
Fisicamente recuperò.
Il pelo tornò folto e dorato.
Mise peso.
Imparò a muoversi con un occhio solo.
Aveva un modo buffo di inclinare la testa per guardarti bene, come certi vecchi del paese quando non sentono e non vogliono ammetterlo.
Ma rimase una cosa.
L’acqua.
Fenice ne aveva terrore.
Non solo del lago.
Di tutta l’acqua.
Se aprivo il tubo in giardino, spariva.
Davanti a una pozzanghera si fermava.
Il bagno era un’impresa.
Persino il rumore forte di un rubinetto, nei primi mesi, poteva farlo irrigidire.
Il veterinario mi aveva avvertito.
«Alcune paure restano.»
Io non lo forzai.
Perché avrei dovuto?
Un Golden Retriever che non nuota resta comunque un Golden Retriever.
Per due anni evitammo laghi, fiumi e piscine.
Quando passavamo vicino a San Rocco cambiavo strada.
Non volevo nemmeno che vedesse quell’acqua.
Poi cominciai a notare una cosa.
Fenice aveva paura dell’acqua.
Ma ne era anche attratto.
Da lontano la guardava.
Durante le passeggiate si fermava davanti a una fontana.
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