Ogni mattina mia madre faceva morire mio padre un’altra volta, solo perché dimenticava che era morto da un mese.
La prima volta che il telefono ha squillato così presto, ho pensato a una sciocchezza.
La caldaia. Una lampadina fulminata. O magari i suoi occhiali, che non trovava mai quando le servivano davvero.
Ma appena ho sentito la voce di mia madre, ho capito che non era niente di piccolo.
— Dov’è tuo padre?
Mi sono tirato su nel letto di colpo.
— Come sarebbe dov’è?
— Gli ho preparato il caffè. Non è nello studio. Non è in bagno. Non è in camera. Lui non esce mai senza dire niente.
Ho chiuso gli occhi.
Mio padre era morto da un mese.
E mia madre se n’era dimenticata di nuovo.
Da quando lui non c’era più, le sue mattine erano tutte uguali.
Si alzava, infilava il vecchio golf di lana sopra la camicia da notte, apriva un momento la finestra della cucina, metteva su la moka e preparava due caffè. Uno per lei. Uno per lui. Come aveva fatto per quasi quarant’anni.
Poi prendeva la sua tazzina, quella con una piccola sbeccatura sul bordo, e la portava nello studio.
Lì si fermava sempre un secondo sulla porta.
Come se proprio in quell’istante qualcosa, nella sua testa, smettesse di tornare.
Dopo cominciava a cercarlo.
Non urlava.
Non andava nel panico.
Ed era questo che faceva più male.
Lo cercava con calma.
In camera da letto. In bagno. Nel ripostiglio. Persino sul balcone, come se un uomo con le ginocchia rovinate potesse sparire senza lasciare traccia.
E quando non lo trovava da nessuna parte, chiamava me o mio fratello.
Di solito me.
— Dov’è papà?
All’inizio le dicevo la verità, in modo secco, come si dice una verità quando pensi che l’onestà sia l’unica strada giusta.
— Mamma… papà è morto.
E allora arrivava sempre lo stesso silenzio.
Un silenzio vuoto.
Come se stesse aprendo una porta su una stanza dove non c’era più nessuno.
Poi la sentivo respirare in modo diverso.
Non come nei film. Niente urla. Niente scene.
Più come una persona a cui si spegne qualcosa dentro, tutto insieme.
Dopo passava la giornata a piangere.
Ma non era nemmeno piangere davvero. Era rompersi piano. Si sedeva al tavolo della cucina, con le due mani strette intorno alla tazzina, e guardava davanti a sé come se dovesse rivivere il giorno peggiore della sua vita.
Ed era proprio così.
Ogni mattina.
Mio fratello, Luca, al telefono mi diceva sempre:
— Non possiamo mentirle.
Lui viveva a due ore di macchina e veniva appena poteva. Ma le mattine toccavano quasi sempre a me.
— Lo so, gli dicevo. Però così non va bene lo stesso.
— E allora qual è la cosa giusta?
Io non lo sapevo.
Prima di andare al lavoro passavo quasi ogni giorno da lei. Sistemavo la cucina, mettevo via la tazzina piena che era rimasta lì per mio padre, e mi sedevo accanto a lei finché non si calmava un po’.
A volte parlava di lui come se fosse semplicemente sceso a prendere il pane.
— Digli di prendere anche il latte, se passa al negozio.
Oppure:
— Tuo padre oggi voleva aggiustare il cassetto dell’ingresso.
E io annuivo, sentendo dentro una stanchezza che non riuscivo più a nascondere.
Non perché le volessi meno bene.
Anzi.
Ma io mio padre l’avevo perso una volta sola. Mia madre, invece, la perdevo un po’ ogni giorno.
La cosa peggiore è successa un giovedì.
Pioveva quella pioggia fine e grigia che da noi fa sembrare tutto novembre, anche quando novembre non è ancora arrivato.
Il telefono ha squillato. Ho visto il suo nome sul display.
E quella volta non sono riuscito a rispondere subito.
Sono rimasto lì a fissare lo schermo, perché sapevo già cosa mi avrebbe chiesto.
Quando sono arrivato venti minuti dopo, era in piedi nell’ingresso. In una mano teneva la tazzina del caffè. Nell’altra gli occhiali di mio padre.
— Finalmente sei arrivato, mi ha detto.
Era pallida.
— Non lo trovo.
Le ho preso piano gli occhiali dalle mani.
— Mamma…
Ma quella volta non ce l’ho fatta ad andare avanti.
Ha guardato verso il soggiorno, poi verso la porta chiusa dello studio, e mi ha chiesto con una voce che non dimenticherò mai:
— Ho fatto qualcosa di sbagliato? Ce l’ha con me?
In quel momento qualcosa si è spezzato dentro di me.
Non con rumore.
Non in modo drammatico.
Si è spezzato e basta.
Perché all’improvviso ho capito che non era solo dimenticanza.
Era che mia madre si svegliava ogni mattina in un mondo dove suo marito era ancora vivo. E pochi minuti dopo ricadeva nella realtà.
Quante volte può sopportarla, una persona, la stessa caduta?
Quella sera ho chiamato Luca.
Per la prima volta non abbiamo litigato.
Per la prima volta siamo rimasti zitti tutti e due.
Poi ho detto:
— Dobbiamo cambiarle il mattino.
Il giorno dopo abbiamo sistemato un po’ lo studio di papà. Non in modo freddo. Non per cancellarlo.
La sua poltrona è rimasta dov’era.
Anche i suoi libri.
I suoi occhiali li ho messi nel cassetto di sopra.
Sulla scrivania abbiamo appoggiato una sua foto incorniciata. In quella foto sorrideva come sorrideva sempre quando mamma diceva qualcosa di mezzo serio e mezzo no.
Accanto, ho lasciato un foglio scritto in grande, così che lo vedesse subito.
C’era scritto:
Giovanni se n’è andato in pace. Non devi cercarlo. Se ti manca, siediti con il tuo caffè. Noi siamo qui.
La mattina dopo ero da lei prima delle sette.
Sentivo dalla cucina il rumore delle tazzine.
Poi i suoi passi nel corridoio.
Poi più niente.
Sono rimasto fermo sulla porta ad aspettare.
Aveva in mano la sua tazzina. Ha guardato la foto. Poi il foglio. Poi di nuovo la foto.
Le tremava il labbro.
Ho pensato che stesse per ricominciare tutto da capo.
Invece non si è messa a cercarlo per casa.
Non ha gridato il mio nome.
È tornata lentamente in cucina, ha appoggiato la seconda tazzina sul tavolo e si è seduta.
Aveva gli occhi pieni di lacrime.
— Lo dimentico di nuovo, ha sussurrato.
Mi sono seduto davanti a lei.
— No, mamma. È che gli vuoi ancora bene.
Allora si è messa a piangere. Piano. Stanca. In un modo diverso dalle altre volte.
Non come una persona che scopre la verità in quel momento.
Piuttosto come una persona che, per una volta, riesce a portarla senza esserne schiacciata.
Poi mi ha spinto verso di me la seconda tazzina.
E mi ha detto:
— Allora oggi bevi tu il suo caffè.
Da quel giorno non è diventato tutto facile.
Ci sono ancora mattine pesanti.
Ma non lo cerca più in ogni stanza.
A volte basta un foglio. A volte una foto. A volte solo qualcuno che si sieda lì, in silenzio.
Il dolore non diventa più piccolo con l’età.
Però forse diventa un po’ più sopportabile, quando non devi portarlo da sola appena apri gli occhi.
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