Tre settimane dopo il giorno in cui mia madre mi aveva spinto verso di me il caffè di papà, il telefono ha squillato ancora alle sei e quaranta.
Ho guardato il nome sul display e mi si è stretto lo stomaco lo stesso.
Per un secondo ho avuto paura di sentire di nuovo quella domanda.
Dov’è tuo padre?
Invece, appena ho risposto, mia madre ha detto:
— Secondo te posso aprire il suo armadio?
Sono rimasto zitto.
Dalla sua voce capivo che era già davanti alla porta dello studio. Me la immaginavo bene: il golf di lana sopra la camicia da notte, i capelli messi indietro in fretta, la moka ancora calda sul fornello.
— Quale armadio? le ho chiesto, anche se lo sapevo.
— Quello grande. Quello dove tiene… teneva le sue cose.
Non piangeva.
Ma parlava piano, come se ogni parola dovesse passare in mezzo a qualcosa di stretto.
— Certo che puoi, ho detto.
Dall’altra parte non ha risposto subito.
Poi ha fatto una domanda che mi ha fatto più male di quanto pensassi.
— E se dopo non trovo più il suo odore?
Quella mattina sono andato da lei prima ancora di cambiarmi bene.
Quando sono entrato, il caffè riempiva ancora tutta la cucina. Sul tavolo c’erano due tazzine, come sempre.
Solo che quella volta la seconda non era piena.
Era lì. Vuota. Girata verso il posto di papà.
Mia madre era nel corridoio, davanti alla porta dello studio aperta a metà.
— Non ci sono ancora riuscita, mi ha detto.
Sono andato vicino a lei.
Lo studio era rimasto quasi uguale. La poltrona. I libri. La foto sulla scrivania. Il foglio che avevamo lasciato, ormai un po’ piegato agli angoli.
La luce del mattino entrava di taglio e faceva vedere anche la polvere.
— Lo facciamo insieme, le ho detto.
Ha annuito.
L’armadio scricchiolava sempre un po’ quando si apriva. Lo faceva anche quando c’era papà. Diceva sempre che prima o poi avrebbe sistemato pure quello, ma poi c’era sempre qualcosa di più urgente.
Dentro c’erano le sue giacche, due golf piegati male, la sciarpa grigia che metteva ogni inverno e una fila di camicie ancora sulle stampelle.
Mia madre ha allungato una mano e ha toccato appena una manica.
Come si tocca una cosa che potrebbe rompersi.
Poi ha chiuso gli occhi e ha avvicinato il viso al tessuto.
Non ho detto niente.
Non c’era niente da dire che non fosse troppo o troppo poco.
Dopo un po’ ha preso una delle camicie, quella azzurra con i polsini consumati.
— Questa la portava sempre la domenica, ha detto.
— Sì.
— Tuo padre si ostinava a dire che era ancora buona.
Mi è venuto da sorridere.
— Era ancora buona solo nella sua testa.
Mia madre ha fatto un mezzo sorriso anche lei. Piccolo. Stanco. Ma c’era.
Abbiamo tirato fuori poche cose per volta.
Non stavamo svuotando un armadio.
Stavamo imparando un ritmo nuovo, che faceva male ma non ci spaccava in due come all’inizio.
Ogni tanto lei si fermava.
Mi raccontava una cosa minuscola. Una di quelle che nessuno scrive da nessuna parte e che però sono la vita di una coppia intera.
— Questa giacca gliel’ho comprata io perché la sua faceva vergognare anche il fruttivendolo.
Oppure:
— Questo maglione pungeva, ma lui diceva che teneva caldo meglio degli altri.
Io ascoltavo e piegavo.
Piegavo e ascoltavo.
A un certo punto, in fondo all’armadio, abbiamo trovato una scatola di latta.
Dentro non c’erano cose importanti nel senso in cui la gente usa quella parola.
C’erano ricevute vecchie. Chiavi che non aprivano più niente. Una pila scarica. Un bottone. Un sacchetto con viti e chiodi. E un taccuino piccolo, con la copertina marrone.
Mia madre me l’ha passato.
— Aprilo tu.
Le prime pagine erano piene della calligrafia di papà.
Non lettere.
Non confessioni.
Le sue solite cose: misure, conti della spesa, appunti sul rubinetto del bagno, numeri di telefono scritti due volte perché “non si sa mai”.
Poi, verso metà, ho visto una pagina diversa.
C’era scritto:
Cassetto ingresso. Si incastra a destra. Sistemare prima che Maria ci lasci le dita.
Ho riso senza volerlo.
Mia madre si è coperta la bocca con la mano.
— Lo diceva sempre, ha sussurrato. Sempre.
Sul foglio dopo c’era un’altra nota.
Comprare caffè. Quello buono. Se no Maria brontola.
Quella volta mia madre ha riso davvero.
Poco.
Ma era una risata vera, anche se subito dopo le si sono riempiti gli occhi.
Ho chiamato Luca quel pomeriggio stesso.
— Devi venire domenica, gli ho detto.
— Perché?
— Per sistemare il cassetto dell’ingresso.
È rimasto zitto.
— Davvero mi stai chiamando per un cassetto?
— No, gli ho detto. Ti sto chiamando perché mamma oggi ha riso.
È arrivato domenica mattina con la sua faccia da uno che aveva dormito poco e guidato troppo.
Appena entrato, mamma gli ha toccato il braccio come faceva quando eravamo piccoli e voleva essere sicura che stessimo bene davvero.
Poi gli ha detto:
— Oggi tuo padre ci guarda e ride lui.
Luca ha abbassato gli occhi.
Non era bravo con certe frasi. Non lo era mai stato.
Però le ha baciato la fronte.
Ed era già tanto.
Abbiamo portato fuori dal ripostiglio la cassetta degli attrezzi di papà.
Anche quella era rimasta dov’era.
Dentro c’era il solito disordine preciso che capiva solo lui: viti insieme ai bulloni, nastro adesivo appiccicato a una forbice, rondelle dentro una scatolina di pastiglie alla menta.
Luca ha preso in mano il metro.
— Lo aggiustiamo noi?
— Più o meno, ho detto.
— Allora verrà una schifezza.
— Quasi sicuramente.
Mamma era in cucina e ci sentiva.
— Basta che non mi cada in mano, ha risposto.
Per la prima volta da settimane, la casa sembrava di nuovo una casa.
Non perché mancasse meno dolore.
Ma perché dentro quel dolore stava tornando un po’ di vita.
Abbiamo smontato il cassetto dell’ingresso sul pavimento del corridoio.
Papà aveva ragione: si incastrava tutto sul lato destro.
Luca dava ordini come se fosse lui il capo dei lavori. Io sbagliavo i cacciaviti. Mamma passava e diceva che stavamo facendo più rumore del necessario.
A un certo punto ci siamo messi a discutere per una vite troppo lunga.
— Te l’ho detto che non va lì, ha sbottato Luca.
— E io ti ho detto che non ne hai idea neanche tu.
— Almeno io non sto tenendo il pezzo al contrario.
— Non è al contrario.
— È al contrario.
Mamma, dalla cucina, ha urlato:
— Siete identici a vostro padre quando montava le mensole.
Ci siamo fermati tutti e due.
Poi abbiamo riso.
Di colpo. Come quando una finestra si apre in una stanza chiusa da troppo tempo.
Ci abbiamo messo più di due ore per fare una cosa che papà avrebbe fatto in venti minuti borbottando.
Quando abbiamo rimesso il cassetto al suo posto, scorreva.
Non bene.
Ma scorreva.
Mamma l’ha aperto e chiuso tre volte.
Alla quarta si è bloccato di nuovo a metà.
Luca ha alzato gli occhi al cielo.
Io ho detto:
— Ecco. Siamo due incapaci.
Mamma ha appoggiato una mano sul bordo del mobile e ha sorriso in un modo che non le vedevo da mesi.
— No, ha detto. Siete due figli.
Quella frase mi è rimasta addosso per tutto il giorno.
Perché dentro c’era tutto.
Il fatto che non potevamo sostituirlo.
Il fatto che non dovevamo farlo.
Il fatto che, forse, bastava esserci.
Dopo pranzo siamo tornati nello studio.
Questa volta non per lasciare tutto com’era.
Ma per vedere cosa poteva restare vivo, senza diventare una stanza chiusa.
Mia madre si è seduta sulla poltrona di papà per la prima volta.
L’ha fatto piano, quasi chiedendo permesso.
Ha guardato i libri.
Ha passato un dito sulla copertina di uno che lui leggeva da settimane senza finirlo mai.
— Questa stanza mi faceva paura, ha detto.
Io e Luca non abbiamo parlato.
— Mi sembrava di entrare in un posto dove lui era appena uscito. E quindi continuavo ad aspettarlo.
Si è guardata attorno.
— Ma forse è peggio lasciarla così. Sembra che qui dentro il tempo si sia arrabbiato.
Luca, che quando vuole sa essere più delicato di me, ha chiesto:
— Cosa vuoi farne?
Lei non ha risposto subito.
Si è alzata, è andata verso la finestra e l’ha aperta appena.
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