«Sono le ultime che mi ha comprato papà.»
Così lei aveva preso il cestino del cucito della nonna.
Filo verde.
Ago.
Qualche punto storto.
Sopra un altro buco aveva cucito un razzo blu trovato in fondo alla scatola.
Miriam ricordava tutto.
Ricordava perfino Daniela che le mostrava il rocchetto ancora infilato nell’ago.
Il ventunesimo mattino confrontammo cinque segni.
L’usura del tallone.
Il filo.
La cucitura.
Il razzo.
E tre iniziali scritte all’interno.
M.C.
Non c’erano più dubbi.
La scarpa apparteneva a Matteo.
Non chiamammo subito Daniela.
Dopo tre mesi non potevamo dare speranza a una madre sulla base di una scarpa.
Ci serviva un luogo.
Il cane ci avrebbe portato lì.
Partimmo con poche auto.
Io camminai dietro di lui per i primi isolati.
Si muoveva più veloce di quanto pensassi.
La scarpa stretta tra i denti.
Ogni tanto si voltava.
Non per paura.
Per controllare che ci fossimo ancora.
Dietro il mercato coperto entrò in un vicolo.
Una donna sulla sessantina uscì dal retro di un piccolo forno con un sacchetto di carta.
«Eccoti, testone.»
Il cane si fermò.
La donna mise a terra due panini.
Lui lasciò la scarpa.
Mangiò il primo in tre bocconi.
Prese il secondo.
Poi riprese anche la scarpa.
«Lo conosce?»
«Viene da settimane.»
«Che fa col secondo panino?»
Lei allargò le mani.
«Se lo porta via. Pensavo avesse dei cuccioli da qualche parte.»
Due chilometri più avanti si fermò davanti a un piccolo alimentari.
Il proprietario uscì.
Aveva un panino avvolto nella carta.
«Oggi ho solo questo.»
Il San Bernardo lo prese.
Non lo mangiò.
«Fa sempre così?» domandai.
«Se gli do due cose, una la mangia. Se gliene do una sola, se la porta via.»
Miriam mi guardò.
Nessuna delle due disse niente.
Ormai avevamo capito.
Quel cane non stava cercando cibo soltanto per sé.
Attraversammo il sottopasso ferroviario.
Poi una zona di vecchi capannoni.
Infine arrivammo in un quartiere dove molte case avevano le persiane chiuse e nei cortili crescevano erbacce alte fino alle ginocchia.
Il San Bernardo lasciò il marciapiede.
Passò tra due villette disabitate.
Entrò dietro una vecchia palazzina di tre piani.
Sul portone pendeva un avviso comunale scolorito.
L’edificio sembrava vuoto.
Il cane ignorò l’ingresso.
Girò dietro.
Scavalcò alcuni mattoni.
Si fermò davanti a una minuscola apertura di aerazione del seminterrato.
Posò il panino.
Poi spinse dentro la scarpa rossa.
Dal buio comparve una mano.
Una mano piccola.
Le dita toccarono il naso del cane.
Il San Bernardo chiuse gli occhi.
La voce sotto la casa
Da quel momento tutto accelerò.
Miriam ci fece segno di non avvicinarci tutti insieme.
Marco chiamò rinforzi e soccorso sanitario.
Io controllai il retro dell’edificio.
Il cane si sdraiò davanti alla fessura.
Il suo petto quasi la copriva interamente.
«Matteo?»
La mano scomparve.
Silenzio.
Tre secondi.
Forse quattro.
Poi sentimmo una voce.
Debole.
«Orso ha portato la polizia?»
Orso.
Così Matteo lo aveva chiamato.
Miriam si inginocchiò nel fango.
«Sì, Matteo. Sono qui. La tua mamma ti sta cercando.»
La coda del cane batté una sola volta contro le erbacce secche.
Poi sentimmo un rumore metallico dall’interno.
«Matteo, c’è qualcuno con te?»
«No.»
«Torna qualcuno?»
Una pausa.
«La sera.»
Erano poco dopo le otto.
Non sapevamo se l’uomo avesse telecamere, complici o un altro ingresso.
Le finestre erano coperte dall’interno.
La porta laterale aveva un grosso lucchetto.
C’erano tracce recenti di pneumatici nel fango.
Arrivarono i vigili del fuoco e altri agenti.
I piani superiori risultarono quasi completamente abbandonati.
Nel seminterrato, invece, qualcuno aveva tirato un cavo elettrico da un garage vicino.
Quando riuscimmo ad aprire la porta laterale, dalle scale salì odore di muffa, cemento umido e aria chiusa.
Il San Bernardo provò a seguirci.
Gli misi un braccio davanti al petto.
«Fermo.»
Spinse.
«Fermo, Orso.»
Era la prima volta che usavo il nome.
Il suo corpo tremava.
Miriam scese per prima.
Io dietro.
In fondo alle scale c’era una lampadina nuda.
Un vecchio materasso.
Alcuni mobili rotti.
Dietro una parete improvvisata di compensato trovammo Matteo.
Era seduto contro il muro.
Aveva una felpa grigia.
Un solo calzino.
Nessuna scarpa.
Alla caviglia aveva un dispositivo metallico fissato a una catena.
Era magrissimo.
I capelli gli coprivano gli occhi.
Ma quando sentì Orso abbaiare dalle scale alzò immediatamente la testa.
«Orso.»
Vicino al materasso c’erano involucri di pane.
Carta da panini.
Sacchetti del forno.
Contenitori vuoti.
Erano gli avanzi di ciò che il cane gli aveva portato.
I soccorritori controllarono Matteo mentre liberavano la caviglia.
Era disidratato e molto debole, ma cosciente.
Chi lo aveva tenuto lì gli lasciava poca acqua e poco cibo.
Quanto bastava.
Nelle ultime tre settimane, però, qualcuno aveva cominciato ad aggiungere pane, carne e qualsiasi cosa riuscisse a infilare attraverso quella fessura.
Quel qualcuno era Orso.
Matteo continuava a chiedere di lui.
Quando il locale fu sicuro, lasciai salire il cane.
Attraversò sei adulti senza degnarci di uno sguardo.
Andò direttamente da Matteo.
Gli infilò la testa sotto il braccio.
Il bambino si piegò sul suo collo.
Le dita affondarono nel pelo sporco.
Non urlò.
Non disse niente.
Le sue spalle cominciarono semplicemente a tremare.
Quando provarono a metterlo sulla barella, Matteo strinse più forte Orso.
«Viene con me.»
«Certo che viene.»
Il cane camminò accanto alla barella fino all’ambulanza.
Quando Matteo uscì finalmente all’aperto, chiuse gli occhi.
Orso gli annusò la guancia.
Daniela arrivò in ospedale poco dopo.
Entrò di corsa con una scarpa slacciata e il cappotto chiuso male.
Vide suo figlio.
Si fermò.
Sembrava non riuscire più a respirare.
Matteo sollevò una mano da sotto la coperta.
Daniela attraversò la stanza.
Gli prese il viso.
Le braccia.
Le dita.
Come fanno certe madri quando hanno paura che ciò che vedono possa sparire se smettono di toccarlo.
Poi appoggiò la fronte contro quella di suo figlio.
Orso rimase fuori dalla stanza finché Matteo non pronunciò il suo nome.
Allora entrò.
Si sdraiò sotto il letto.
Quella sera arrestammo l’uomo responsabile quando tornò alla palazzina.
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