Per sei mesi ho mentito ogni giovedì a una donna di 84 anni. Poi suo figlio trovò le ricevute nascoste e venne a cercarmi.
— Signora Teresa, non posso riportare indietro questa roba.
Lei mi fissò dalla porta con le braccia incrociate.
Aveva ottantaquattro anni, un cappotto di lana marrone abbottonato fino al collo e quell’espressione che hanno certe donne della sua generazione quando capiscono che qualcuno sta cercando di aiutarle.
Non gratitudine.
Sospetto.
— Io non ho ordinato il pollo.
— Lo so.
— E nemmeno le uova.
— Lo so.
— E neanche quelle mele.
— Lo so, signora Teresa.
Strinse gli occhi.
— E allora perché sono qui?
Inspirai.
Fu in quel momento che inventai la bugia che avrei ripetuto ogni giovedì per sei mesi.
— È colpa del sistema.
Lei rimase immobile.
— Quale sistema?
Indicai il telefono.
— L’applicazione. Da qualche giorno aggiunge prodotti agli ordini. Un errore del computer. Se li riporto indietro devo fare una segnalazione, aspettare in magazzino e alla fine probabilmente li buttano.
Teresa guardò prima me.
Poi il sacchetto.
Poi Arturo, il suo vecchio cane color miele, che da dietro le sue gambe annusava l’aria con un interesse quasi offensivo.
— Io non pago niente in più.
— Non deve pagare niente.
Silenzio.
— È proprio sicuro?
— Sicurissimo.
Teresa scosse la testa.
— Con tutti questi computer, prima o poi non saprete più neanche quanto costa un chilo di patate.
Poi prese i sacchetti.
Io sorrisi.
— Probabile.
Quella fu la prima volta che mentii a Teresa Bianchi.
E credo ancora oggi che sia stata una delle cose più giuste che abbia mai fatto.
Mi chiamo Luca e all’epoca avevo trentotto anni.
Consegnavo spesa a domicilio per una di quelle piattaforme dove non sei davvero una persona.
Sei un pallino che si muove su una mappa.
Un tempo stimato.
Un numero di consegne.
Una valutazione da una a cinque stelle.
Prendi i sacchetti.
Sali in macchina.
Suoni.
Consegni.
Riparti.
La maggior parte delle persone non ricordava neppure il mio nome.
E io non ricordavo il loro.
Poi incontrai Teresa.
Abitava nella periferia di Bologna, in una stradina dove le villette costruite negli anni Sessanta sembravano resistere al tempo per pura testardaggine.
La sua casa aveva le persiane verdi scolorite, un piccolo portico e quattro vasi di gerani messi in fila con una precisione quasi militare.
L’intonaco si staccava in alcuni punti.
Il cancello cigolava.
Ma il marciapiede davanti alla porta era sempre pulito.
Teresa era così.
Poteva mancare qualcosa.
Ma quello che restava doveva essere in ordine.
Ogni giovedì, poco dopo le dieci, compariva il suo ordine.
Quasi sempre le stesse cose.
Un filone di pane.
Due confezioni di passato di pomodoro.
Qualche mela.
A volte mezzo litro di latte.
E un sacco di crocchette per Arturo, un meticcio anziano con il muso ormai bianco e le zampe posteriori rigide.
Arturo aveva quindici anni.
Camminava piano.
Quando mi vedeva arrivare, però, la coda picchiava ancora sul pavimento.
Toc.
Toc.
Toc.
Teresa non lasciava mai la mancia sull’applicazione.
Non si fidava dei pagamenti digitali.
Mi aspettava invece dietro la porta con due euro piegati in quattro.
— Per la benzina.
Io provavo a rifiutare.
— Signora Teresa, non serve.
Lei ritirava immediatamente la mano.
— Ah, allora se non li vuoi posso tenermeli.
E io ridevo.
— Va bene, va bene.
Solo allora me li rimetteva nel palmo.
— E vai piano. La strada non scappa.
Non voleva essere aiutata.
Voleva pagare ciò che riteneva giusto.
Era una differenza importante.
L’avevo capita dopo poche settimane.
Teresa apparteneva a quella generazione che aveva imparato a non chiedere.
Donne che conservavano gli elastici dei mazzi di verdura.
Che lavavano i vasetti di vetro.
Che spegnevano la luce appena uscivano da una stanza.
Che potevano avere dieci euro nel portafoglio e comunque offrirti il caffè.
A novembre arrivò il freddo.
Un freddo umido, padano, che ti entra nei polsi e resta lì.
Quel giovedì vidi l’ordine e capii che qualcosa non andava.
Solo crocchette.
Niente pane.
Niente latte.
Niente passato.
Pensai a una dimenticanza.
Quando arrivai, Teresa aprì la porta indossando il cappotto.
Dentro casa.
Non una vestaglia pesante.
Non un maglione.
Il cappotto.
Arturo era sdraiato accanto al termosifone.
Il termosifone era freddo.
Teresa mi porse i soliti due euro.
Le tremava la mano.
— Solo cibo per Arturo questa settimana?
— Sì.
— Non le serve altro?
— No.
Aspettai.
Lei capì che non me ne sarei andato.
— Non ho molta fame in questi giorni.
Lo disse secco.
Poi distolse lo sguardo.
Dietro di lei vidi un tavolino.
C’erano alcune confezioni di medicinali.
Due erano vuote.
Accanto, un quaderno a quadretti.
Teresa ci aveva scritto delle cifre.
Gas.
Luce.
Farmacia.
Spesa.
Veterinario.
Aveva fatto somme, cancellato numeri, riscritto totali.
Non serviva essere un commercialista.
La pensione non bastava.
E quando i soldi non bastano per tutto, la vita diventa una lista di rinunce.
Medicinali.
Riscaldamento.
Cibo.
Arturo.
Teresa aveva scelto Arturo.
Tornai in macchina.
La mia utilitaria aveva una spia gialla accesa da quasi un mese.
Il meccanico mi aveva detto che avrei dovuto sistemarla.
Io continuavo a rimandare.
Avevo l’affitto.
Le bollette.
Una rata arretrata.
Non ero certo nella condizione di salvare qualcuno.
Ma continuavo a vedere Teresa con quel cappotto addosso.
E il termosifone spento.
La settimana successiva, prima di iniziare il turno, entrai in un supermercato.
Presi le crocchette.
Poi aggiunsi pane, uova, latte, patate, mele, pasta, formaggio e un pollo caldo.
Alla cassa guardai il totale.
Pensai alla macchina.
Pagai lo stesso.
Fu così che nacque il problema del “sistema impazzito”.
Teresa accettò.
A malincuore.
La settimana dopo il sistema sbagliò di nuovo.
Questa volta aggiunse lenticchie, biscotti, verdure e una confezione di vitamine.
— Ancora?
— Guardi, non mi faccia parlare.
— Questi giovani costruiscono macchine che sanno tutto e poi non sanno nemmeno preparare una busta della spesa.
— Ha perfettamente ragione.
— E nessuno controlla?
— Evidentemente no.
Borbotta.
Prende i sacchetti.
Porta chiusa.
Avevamo trovato il nostro linguaggio.
Io mentivo.
Lei faceva finta di credermi.
Un giorno arrivai con una coperta pesante.
Quella fu difficile.
Teresa la tirò fuori dal sacchetto.
— Questa sarebbe spesa alimentare?
— Promozione.
— Luca.
— Signora Teresa.
— Questa è una coperta.
— Lo vedo.
— Le coperte non crescono nel reparto ortofrutta.
— Era un omaggio.
— Di chi?
Mi bloccai.
Arturo mi guardava.
Sembrava divertirsi.
— Del… centro distribuzione.
Teresa rimase seria per tre secondi.
Poi sbuffò.
— Siete organizzati proprio male.
Quella sera, però, mentre tornavo alla macchina, vidi dalla finestra che aveva già messo la coperta sulle gambe.
Cominciai a lavorare qualche ora in più nel fine settimana.
Non ero un santo.
Mi lamentavo.
Ero stanco.
Alcuni giorni mi chiedevo perché stessi spendendo soldi che non avevo per una donna che conoscevo da pochi mesi.
Poi arrivava giovedì.
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