Il tono cambiò.
— Gas, luce, farmacia, veterinario.
Si passò una mano sul viso.
— Non mi ha mai detto niente.
Guardai la tazzina.
— Era molto orgogliosa.
— Orgogliosa?
Rise senza allegria.
— Mia madre stava congelando in casa e io ero a Milano a preoccuparmi delle riunioni.
— Lei non voleva preoccuparla.
— Sono suo figlio!
Alcune persone si voltarono.
Marco abbassò immediatamente la voce.
— Quanto era grave?
Quella domanda non aveva più rabbia.
Solo paura.
— A volte teneva il cappotto in casa.
Marco chiuse gli occhi.
— Mangiava poco.
Inspirò.
— Continuava però a comprare il cibo per Arturo.
Marco guardò fuori dalla finestra.
— Non voleva nemmeno quel cane.
— Come?
— Quando morì mio padre, le dissi di prendere un animale. Mi rispose che non voleva peli, spese, problemi.
Sorrisi appena.
— Poi si sono scelti.
Marco abbassò lo sguardo.
— Evidentemente voleva più bene a lui che a me.
— Non dica così.
— Perché no? Con un estraneo accettava aiuto. Con suo figlio no.
La parola “estraneo” mi colpì.
— Dopo un po’ non ero più un estraneo.
Marco mi fissò.
Poi annuì lentamente.
Aprì ancora la cartellina.
— Ho fatto i conti.
Spinse gli scontrini verso di me.
— In sei mesi hai speso per mia madre più di quanto abbia speso io nell’ultimo anno.
Non c’era accusa stavolta.
Solo vergogna.
— Non volevo prendere il suo posto.
— Lo so.
Fu la prima cosa gentile che mi disse.
Poi tirò fuori un altro foglio.
La lettera di Teresa.
— A me ha lasciato questa.
Me la porse.
“Marco,
non arrabbiarti con te stesso.
Lavori troppo e ti preoccupi troppo.
Se ti avessi detto che avevo bisogno di soldi, avresti mollato tutto.
Avresti cercato una casa più piccola per me, un’assistente, un’altra soluzione.
Io volevo restare qui.
Volevo la mia cucina.
Il mio portico.
Il mio cane.
Tu hai sempre pensato che amare qualcuno significasse risolvergli i problemi.
A volte significa semplicemente lasciargli scegliere quali problemi tenersi.
Non sentirti in colpa.
La testarda ero io.
Mamma.”
Marco si strofinò gli occhi.
— Ha protetto anche me.
— Sì.
Rimanemmo in silenzio.
Poi disse:
— C’è un’altra cosa.
— Cosa?
— Arturo.
Sentii lo stomaco stringersi.
— Sta male?
— È vecchio. Ma non è solo quello.
Marco cercò le parole.
— Non mangia quasi più. Sta sdraiato vicino alla porta. Ogni rumore sul pianerottolo si alza.
Immaginai quel cane aspettare Teresa.
Aspettare un rumore di pantofole che non sarebbe più arrivato.
— E a casa mia non posso tenerlo a lungo — continuò Marco. — È complicato. Sono fuori quasi tutto il giorno. Lui fa fatica con le scale.
Esitai.
— Posso vederlo?
Un’ora dopo entrai nella casa temporanea dove Marco alloggiava.
Arturo era sdraiato su una coperta.
Sembrava più piccolo.
Quando mi vide, alzò appena la testa.
Poi la coda batté una volta sul pavimento.
Toc.
Mi inginocchiai.
— Ehi, vecchio mio.
Arturo annusò la manica della mia giacca.
Poi appoggiò il muso sulla mia mano.
Emise un suono basso.
Quasi un sospiro.
Mi si chiuse la gola.
Marco rimase alle mie spalle.
— Fa così con tutti?
— No.
Accarezzai Arturo.
Lui chiuse gli occhi.
E senza averlo programmato dissi:
— Posso prenderlo io.
Marco rimase zitto.
— Cosa?
— Arturo. Posso occuparmene io.
— Luca, fai il corriere.
Non c’era cattiveria nella frase.
Solo realtà.
— Lo so.
— Non guadagni molto.
— Lo so.
— Ha bisogno del veterinario.
— Lo so.
— Medicine.
— Lo so.
— E probabilmente non gli resta molto.
Mi fermai.
Guardai Arturo.
— Nemmeno a sua madre restava molto.
Marco abbassò gli occhi.
— Ti spezzerà il cuore.
— È già successo.
Marco si voltò.
Aprì un cassetto.
Quando tornò aveva due monete da un euro.
Me le mise in mano.
— Per la benzina.
Io lo guardai.
Lui cercò di sorridere.
— Vai piano. La strada non scappa.
Questa volta piansi davanti a lui.
Arturo venne a vivere con me.
All’inizio passava ore vicino alla porta.
Ogni giovedì sembrava più inquieto.
Alle dieci si sollevava.
Guardava il corridoio.
Aspettava.
Io avevo iniziato a capire quanto un’abitudine possa diventare una forma d’amore.
Continuai con le consegne.
Arturo costava.
Medicine.
Visite.
Cibo particolare.
Un tappetino per non farlo scivolare.
Una piccola rampa per salire in macchina.
Presi più turni.
Una sera tornai in quel quartiere per una consegna.
La signora del civico accanto alla vecchia casa di Teresa mi riconobbe.
— Tu sei Luca?
— Sì.
— Quello della spesa?
Annuii.
Lei guardò Arturo sul sedile.
— Ah, allora è vero.
— Cosa?
— Teresa parlava di te.
Rimasi immobile.
— Parlava di me?
La donna sorrise.
— Al mercato.
La notizia iniziò a girare nel quartiere.
Ma non nel modo che temevo.
Non come pettegolezzo.
Come memoria.
Il panettiere mi fermò.
— Teresa prendeva sempre due rosette il sabato. Una per lei e una, diceva, “per il ragazzo se passa”.
Non ero mai passato di sabato.
Una signora della merceria mi consegnò una vecchia busta di stoffa.
— Questa l’ha cucita Teresa anni fa. Tienila.
Un pensionato che non conoscevo mi offrì un caffè.
Poi successe qualcosa di ancora più strano.
La gente cominciò a guardarsi intorno.
La signora del secondo piano iniziò a portare una porzione di lasagne al vedovo del piano terra.
Il proprietario della piccola alimentari preparò discretamente una cassetta con prodotti vicini alla scadenza per tre anziani della zona.
Nessuno la chiamava beneficenza.
Quella parola avrebbe rovinato tutto.
La chiamavano:
“Ne ho preso troppo.”
“Me ne avanza.”
“Stavo passando.”
“Altrimenti va buttato.”
La bugia di Teresa si era moltiplicata.
Una domenica Marco tornò da Milano.
Ci trovammo nella vecchia casa, ormai quasi vuota.
Doveva consegnare le chiavi al nuovo proprietario il lunedì.
In cucina era rimasto soltanto il tavolo.
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