Per sei mesi mentì ogni giovedì a un’anziana: poi una lettera rivelò cosa aveva capito davvero

Arturo scodinzolava.

Teresa mi offriva due euro.

E improvvisamente la domanda sembrava stupida.

Con il tempo iniziammo anche a parlare.

Poco.

Teresa non era una donna da confessioni.

Ma una frase alla volta, la sua vita usciva dalla porta insieme al profumo del caffè.

Era stata sarta.

Aveva lavorato quasi quarant’anni.

Suo marito, Vittorio, faceva il ferroviere.

La domenica, per tutta la vita, avevano pranzato alla stessa ora.

Tagliatelle quando c’erano soldi.

Minestra quando ce n’erano meno.

Arturo era arrivato dopo la morte di Vittorio.

— Non lo volevo.

Lo disse una mattina grattando il cane dietro l’orecchio.

— Troppi peli. Troppi soldi dal veterinario.

— E invece?

— Invece questo disgraziato mi ha occupato casa.

Arturo alzò la testa.

Teresa gli diede un pezzetto di biscotto.

— E il divano.

Passarono sei mesi.

Poi, un giovedì mattina, non arrivò nessun ordine.

Aggiornai l’app.

Niente.

Aspettai dieci minuti.

Ancora niente.

Pensai che magari fosse dal medico.

Alle undici ero già davanti a casa sua.

Il cancello era chiuso.

Sulla porta c’era una cassetta portachiavi.

In giardino avevano messo un cartello.

VENDESI.

Sentii qualcosa stringermi lo stomaco.

Un vicino stava spazzando foglie dall’altra parte della strada.

Mi avvicinai.

— Mi scusi, la signora Teresa?

L’uomo abbassò la scopa.

Capì subito.

— È mancata lunedì notte.

Non dissi nulla.

— Nel sonno — aggiunse. — Pare senza soffrire.

Guardai la porta.

— E Arturo?

— È venuto il figlio da Milano. Ha sistemato le cose e ha preso il cane.

Annuii.

Poi tornai alla macchina.

Rimasi seduto lì quasi venti minuti.

Non ero suo figlio.

Non ero un parente.

Nemmeno un vero amico, secondo le definizioni normali.

Ero quello della spesa.

Il ragazzo del giovedì.

Il tizio che portava i sacchetti.

Eppure quella casa vuota mi fece male come fanno certe stanze della nostra infanzia quando le rivediamo dopo decenni.

Due giorni dopo, al piccolo deposito dove ritiravamo gli ordini, mi chiamò il responsabile.

— Luca, c’è una lettera per te.

Sulla busta c’era scritto:

“Al ragazzo del problema al computer.”

Riconobbi la grafia.

Dentro trovai una lettera di un notaio.

Poi una seconda busta.

Conteneva duemila euro.

Sotto i soldi c’era una pila di fogli.

Le mie ricevute.

Tutte.

Ogni singola ricevuta che avevo infilato in fondo ai sacchetti pensando che Teresa non le avrebbe mai notate.

Erano state distese.

Ordinate per data.

Conservate.

Sopra c’era un foglio scritto a mano.

“Caro Luca,

sono vecchia, non stupida.

Un pollo non costa zero euro e i computer non sbagliano ogni giovedì per sei mesi.

Ho trovato il primo scontrino quasi subito.

Ho conservato anche gli altri perché volevo capire fino a dove saresti arrivato.

Non mi hai soltanto portato da mangiare.

Hai fatto qualcosa di più difficile.

Mi hai permesso di accettare senza farmi sentire una poveraccia.

Vittorio diceva sempre che la vera educazione si vede da quello che fai quando nessuno ti guarda.

Con questi soldi sistema quella macchina rumorosa.

Mi faceva paura sentirti ripartire.

E ricordati che hai reso caldo il mio ultimo inverno.

Teresa.”

Lessi la lettera tre volte.

Poi mi sedetti sul pavimento della cucina.

E piansi.

Non in quel modo elegante dei film.

Piangevo con il naso che colava, la lettera stretta in mano e Arturo che non c’era.

Feci riparare la macchina.

La prima volta che accesi il motore e non sentii più rumori, provai una sensazione stranissima.

Era troppo silenziosa.

Per mesi quel motore malato era stato la colonna sonora dei miei giovedì.

Adesso taceva.

E ogni giovedì, alle nove e mezza, continuavo comunque a svegliarmi pensando a Teresa.

Alla porta.

Ai due euro.

Alla coda di Arturo.

Poi, un martedì, squillò il telefono.

Numero sconosciuto.

— Luca?

— Sì.

— Sono Marco Bianchi.

Silenzio.

— Teresa Bianchi era mia madre.

Mi si seccò la bocca.

— Mi dispiace molto.

— Dobbiamo parlare.

Il tono non era amichevole.

— Ho trovato il tuo nome nei documenti di mia madre.

Guardai il tavolo.

La sua lettera era ancora lì.

— Posso spiegare.

— Lo immagino.

Pausa.

— Torno in città giovedì. Ci vediamo alle dieci al bar vicino alla vecchia stazione.

Giovedì.

Naturalmente.

Arrivai venti minuti prima.

Il bar aveva sedie di legno, tovagliette di carta e il profumo di caffè bruciato che hanno certi locali dove passano camionisti, pensionati e persone che non hanno voglia di parlare.

Marco entrò alle dieci precise.

Lo riconobbi subito.

Non assomigliava molto a Teresa.

Ma aveva lo stesso modo di tenere il mento alto quando era nervoso.

Si sedette.

Posò una cartellina sul tavolo.

— Voglio una risposta semplice.

— Va bene.

— Hai preso soldi da mia madre?

— No.

— Mai?

— Mi dava due euro per la benzina.

Marco fece una smorfia.

— Duemila euro non sono due euro.

— Non li ho chiesti.

— Però li hai presi.

Lo guardai.

— Sì.

— Quindi un uomo che conosceva mia madre da pochi mesi si ritrova duemila euro in contanti e dovrei considerarlo normale?

La rabbia mi salì in gola.

— Se pensa che abbia manipolato una donna di ottantaquattro anni, lo dica.

— Penso che sia possibile.

La frase cadde sul tavolo.

Pulita.

Tagliente.

Stavo per rispondere male.

Poi vidi le sue mani.

Aveva le unghie mangiate.

E gli tremavano.

Quello non era solo un uomo arrabbiato.

Era un figlio che aveva appena svuotato gli armadi della madre.

Abbassai la voce.

— Non ho mai chiesto niente a sua madre.

Marco aprì la cartellina.

Tirò fuori gli scontrini.

— Cibo. Medicinali da banco. Coperta. Stufetta elettrica. Crocchette. Sei mesi.

Non risposi.

— Sai cos’altro ho trovato?

Scosse un foglio.

— I conti di mia madre.

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